C’è ancora odore di morte

Gli orrori del recente passato emergono dalle fosse comuni scoperte a Tarhouna, città libica a sud di Tripoli dominata per anni dalla milizia dei fratelli Al-Kani ed ex base strategica del generale Khalifa Haftar
/ 26.04.2021
di Francesca Mannocchi

Um Alzuhr entra nella stanza con suo figlio. Lei tiene sei cornici strette tra le braccia, lui uno striscione bianco lungo tre metri. Um Alzuhr lo srotola, lo sistema con cura lungo la parete in fondo alla stanza, poi dispone le cornici, come un altare. Ognuna contiene un volto d’uomo, quasi tutti sui 40 anni, tranne i due più adulti. Uno, spiega, era un capo tribù. Sono gli uomini della sua famiglia, tutti fatti sparire e trovati torturati e uccisi nelle fosse comuni di Tarhouna, città a sud-est di Tripoli, in Libia. Um Alzuhr ha 40 anni e tre figli. Oggi divide la casa con le sue sorelle e cognate – vedove come lei – e i bambini, sopravvissuti come lei. Insieme a loro, a riempire il vuoto della casa, c’è l’eco del lutto, la paura da cui non riescono a liberarsi, l’ombra minacciosa della presenza dei fratelli Al-Kani, a capo di una milizia che per 6 anni ha dominato la città.

«Ogni casa ha almeno una persona da piangere», dice la donna, mentre cerca in un sacchetto di plastica verde le prove che quello che dice sia vero, come se la guerra oltre a privarla dei suoi cari, l’avesse privata anche del diritto a essere creduta e cercare giustizia. «La prima volta sono arrivati e hanno portato via 4 uomini. Hanno buttato giù la porta, chiuso noi e i bambini in una stanza e trascinato via i nostri mariti e fratelli che cercavano di resistere. Poi abbiamo cominciato a cercare di capire se volessero un riscatto, volevamo indietro le nostre famiglie. Allora per intimidirci hanno raggiunto la fattoria di famiglia e hanno sparato a mio fratello minore, che era l’unico uomo adulto rimasto». Piange Um Alzuhr, con il riserbo antico delle donne, piange piano per non ingombrare con il suo dolore lo spazio dei bambini nella stanza e piange con pudore, come chi ha timore di non ricevere la fiducia dei presenti.

Apre un taccuino estratto dalla plastica, dentro c’è un foglio piegato con il timbro dell’ospedale. È il certificato di morte del fratello più giovane, Ibrahim, accanto c’è scritto: morto per incidente. «Gli uomini della milizia dei fratelli Al-Kani lo hanno portato in ospedale per aspettare che altri uomini di famiglia arrivassero per visitarlo. Così avrebbero potuto ucciderli. Ma gli uomini lo sapevano e non sono andati, eravamo solo noi donne a recarci da Ibrahim, finché un giorno hanno trascinato via la barella e staccato l’ossigeno che lo teneva in vita». Poi, racconta Um Alzuhr, per restituire il corpo alla famiglia hanno imposto che le sorelle firmassero un foglio che attestava una morte per incidente stradale. Non potevano fare altrimenti. «Così abbiamo firmato. Almeno abbiamo una tomba su cui piangere al cimitero. Ma non potremo denunciarli, né avere giustizia».

La storia di Um Alzuhr è, purtroppo, una storia comune a centinaia di famiglie a Tarhouna. Centinaia di persone scomparse, delle cui sorti si è venuto a sapere solo a giugno dell’anno scorso, quando le truppe del Governo di accordo nazionale di Tripoli – sostenuto dalle Nazioni unite e presieduto da Fayez Al-Sarraj – hanno riconquistato Tarhouna, che era diventata una base strategica delle milizie del generale Khalifa Haftar (uomo forte della Cirenaica lanciato alla conquista del potere) e dei suoi sostenitori internazionali, proprio grazie all’appoggio dello spietato esercito dei fratelli Al-Kani. Quando la scorsa primavera l’impegno del presidente turco Erdogan a sostegno di Al-Sarraj si è tradotto, non solo nell’addestramento dei soldati libici, ma anche nella presenza di mercenari provenienti dal nord della Siria e soprattutto nell’arrivo dei droni armati di produzione turca, le truppe dell’est della Libia hanno capito che la guerra di Tripoli era persa. Così, poche settimane prima che la spericolata offensiva lanciata il 4 aprile del 2019 dal generale Haftar per conquistare Tripoli finisse, i fratelli Al-Kani hanno preferito fuggire che combattere e hanno lasciato Tarhouna in tutta fretta in direzione di Bengasi, dove tuttora vivono sotto la protezione degli uomini di Haftar. Prima di scappare però hanno dato fuoco a palazzi e negozi, fabbriche e prigioni, sia quelle legali sia quelle clandestine.

Hanno ucciso brutalmente e senza pietà, per capriccio. Hanno rapinato banche e saccheggiato case. L’eredità degli anni di dominio della milizia giace nella cenere che rimane, dopo mesi, nei buchi delle campagne, dove da un anno lavorano senza sosta i team dell’Autorità nazionale per la ricerca delle persone scomparse. Dopo la fuga dei fratelli Al-Kani, infatti, donne come Um Alzuhr hanno preso coraggio per chiamare le forze dell’ordine e suggerire movimenti, raccontare stragi e torture. Hanno raccontato degli uomini rapiti e uccisi, dei corpi lasciati all’entrata della città in vista e come monito per tutti, nell’incrocio da allora denominato «triangolo della morte». Hanno raccontato dei riscatti, dei rapimenti degli imprenditori della città costretti a intestare le aziende ai fratelli Al-Kani e poi uccisi. E hanno raccontato dei rumori notturni, degli strani movimenti delle scavatrici, intorno alle fattorie, a 10 chilometri dal centro città.

Le fosse comuni scoperte finora sono una ventina, oltre 160 i corpi rinvenuti, molti meno quelli a cui è stato possibile dare un nome e una sepoltura. Ma sono centinaia le persone di cui si sono perse le tracce. Mohamed Ali Kosher, un funzionario che ha il compito di amministrare la città, visita spesso le fosse comuni. Da lì sono emersi anche i corpi di due dei suoi cugini, uccisi dalla milizia di Al-Kani per una vendetta tribale. «Dominavano ogni aspetto della città in una modalità essenzialmente mafiosa, questo era un loro feudo. Abbiamo vissuto nel terrore che ci privassero di ogni bene e nel terrore di essere uccisi a bruciapelo», dice mentre mostra le bandierine rosse sistemate sulla sabbia, in prossimità delle buche dove sono stati ritrovati cadaveri oppure resti di abiti e capelli. L’odore della morte nella zona è persistente, viene dai tessuti decomposti dei corpi nella terra.

Ali Kosher cammina e racconta, con foga, come chi porta sulle spalle l’incarico della memoria: «Ci vorrà almeno un anno per scavare tutti i siti sospetti. Poi abbiamo bisogno di indagini trasparenti e affidabili, perché il dramma di Tarhouna non deve e non può restare impunito». Lo dice ben sapendo che è la sfida più difficile. Mentre la città piange i suoi morti e cerca gli scomparsi, i ministri degli Esteri dell’Unione europea hanno imposto sanzioni per gravi violazioni dei diritti umani ai fratelli Al-Kani che però continuano a vivere, impuniti e sprezzanti, nell’est del Paese.

Ali Asaid Abu Zweid ha trent’anni. È nato e cresciuto a Tarhouna. Nel 2016 ha combattuto a fianco delle truppe di Misurata a Sirte, per liberare la città dall’occupazione dello Stato islamico. Pensa che questa sia la spiegazione della sua cattura: la storica inimicizia tra Tarhouna e Misurata. Non riesce a spiegarsi i due mesi nella prigione di Da’ar altrimenti. Oggi ha il volto segnato dalla mancanza di sonno, quando chiude gli occhi – dice – tornano a fargli visita i fantasmi. Ali Asaid Abu Zweid è stato rinchiuso in un laboratorio agricolo che i fratelli Al-Kani avevano adibito a carcere. In una grande stanza del complesso c’erano sette scomparti, grandi poco più di metro quadrato, ogni dei quali conteneva a malapena un uomo interamente accovacciato. Sul bancone che copriva gli scomparti ci sono ancora i cumuli di cenere. Infatti i miliziani usavano trasformare le minuscole celle in veri e propri forni. Abu Zaib è stato torturato così per settimane. Dentro e fuori il piccolo scomparto. Ha visto e sentito morire decine di persone intorno a lui. Per due mesi non ha parlato con nessuno. Troppa la paura di essere tradito, troppa l’angoscia.

L’amministrazione di Tarhouna ha deciso di non pulire le celle, di lasciarle intatte come sono state trovate a memoria di quello che è stato. Sui muri sono incisi nomi e date, sono le identità dei prigionieri, trasformati in fantasmi. Centinaia le scomparse non denunciate. Ali Asaid Abu Zweid dice che molte famiglie sono minacciate anche a distanza e che la paura serpeggia ancora, anche se la guerra è finita, anche se i fratelli Al-Kani sono fuggiti. «È rimasta la scia di terrore che hanno seminato, cammina nascosta lungo le strade di Tarhouna».