Cancellare il passato

Furia iconoclasta – In tutta l’America è in atto la campagna per distruggere statue, effigie, memoriali dedicati a personaggi in vario modo associati con il razzismo
/ 29.06.2020
di Federico Rampini

Addio a Teddy Roosevelt, inteso come statua. Nel furore iconoclastico che attraversa gli Stati Uniti, l’ultima statua condannata è quella di un presidente che fu considerato un progressista. Theodore Roosevelt non dà più il benvenuto ai visitatori del Museo di Storia Naturale a New York (peraltro chiuso). La sua rimozione dalla scalinata d’ingresso, su Central Park West, è stata annunciata dal sindaco democratico Bill de Blasio, d’intesa con la direzione del museo. Ciò che ha condannato quella statua, è la scena che raffigura: il 26esimo presidente degli Stati Uniti è a cavallo; a piedi ai suoi lati ci sono un indiano d’America e un nero, a simboleggiare la sottomissione delle due etnie. Già molto tempo  fa il Museum of Natural History aveva aggiunto al piedestallo una placca con un commento critico sull’ideologia razzista del primo Novecento per spiegare ai visitatori il contesto storico in cui nacque la statua.

Ora spiegare la storia non è più considerato sufficiente: le statue sgradite devono scomparire. «L’American Museum of Natural History – si legge nell’annuncio del sindaco de Blasio – ha chiesto di rimuovere la statua di Theodore Roosevelt perché descrive neri e indigeni come popoli soggiogati e inferiori. La città appoggia la richiesta del museo. È la decisione giusta nel momento giusto». La direzione del museo conferma che se all’origine la statua di Roosevelt intendeva omaggiarne la figura come naturalista, ora essa «comunica una gerarchia razziale che turba il museo e dei visitatori». La statua fu commissionata nel 1925 e inaugurata nel 1940. Più di recente venne resa celebre dalla serie di film Una notte al museo, con Ben Stiller, in cui Robin Williams interpretava la figura del presidente che si animava nottetempo.

Ted Roosevelt, cugino di terzo grado di un altro celebre presidente (Franklin), è una delle figure più importanti della storia americana. La sua fu la prima presidenza «imperiale», con una visione espansionista del ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Ma vinse un Nobel per la pace per il suo ruolo di mediatore tra Giappone e Russia al termine della guerra del 1905. Fu uno dei pionieri dell’ambientalismo e dei parchi naturali. Fu l’interprete della cosiddetta Era Progressiva, guidò un’offensiva contro i monopoli capitalistici (banche e ferrovie) usando per la prima volta in modo aggressivo la legislazione antitrust, lo Sherman Act. Tutto questo scompare nell’attuale dibattito unidimensionale, dove l’unica cosa che conta è cancellare visivamente ogni traccia del razzismo nella storia del Paese.

Il comunicato del Museo di Storia Naturale è all’insegna del mea culpa: «Per capire la statua dobbiamo riconoscere l’eredità di discriminazione razziale della nostra Nazione. Dobbiamo riconoscere anche la storia imperfetta del nostro stesso museo. Un simile sforzo non assolve il passato ma crea le basi per un dialogo onesto, rispettoso e aperto». Non è chiaro come la scomparsa di ogni genere di statue serva a capire meglio il passato, approfondirlo e discuterlo.

Tra le ultime gesta del movimento iconoclasta, l’Università di Monmouth nel New Jersey ha deciso di cancellare il nome del presidente Woodrow Wilson. Un’altra figura che per lo più è ricordata per il segno progressista della sua azione: il «liberalismo umanitario» che appoggiò il diritto all’autodeterminazione dei popoli dopo la Prima guerra mondiale, in aperto contrasto con gli imperialismi inglese e francese. Anche questo non conta nulla, visto che Wilson si macchiò di indulgenza verso il razzismo e il segregazionismo.

«Ho autorizzato le autorità federali ad arrestare chiunque vandalizza o distrugge monumenti, statue e altre proprietà pubbliche, con sanzioni fino a dieci anni di carcere», annuncia Donald Trump. Mentre in tutta l’America infuria la campagna per distruggere statue, effigie, memoriali dedicati a personaggi in vario modo associati con il razzismo, la goccia che fa traboccare il vaso per Trump si chiama Andrew Jackson. L’assalto a una statua di Jackson a Washington provoca il monito del presidente. Sulla stessa lunghezza d’onda è il capogruppo repubblicano al Senato, Mitch McConnell: «Gli americani sanno che una nazione imperfetta costruita da eroi imperfetti rimane la più perfetta Unione che il mondo abbia visto. E quando si dirada il polverone, noi non onoriamo le folle aggressive o i prepotenti, onoriamo i leader coraggiosi che tengono testa alla piazza».

Perché l’assalto a Jackson ha creato questa svolta? I più colti ricordano che Trump è stato paragonato proprio al presidente che fu in carica per due mandati dal 1829 al 1837. Jackson è considerato dagli storici come un pioniere del moderno populismo, difensore dell’»uomo comune contro l’aristocrazia corrotta», un modo per designare quel che oggi chiamiamo élite o establishment (la vera aristocrazia era già stata abolita dalla Rivoluzione). Anche nella politica estera sono state sottolineate le analogie fra Trump e Jackson. Queste sono analisi accademiche, dalle quali Trump è distante. Però può aver sentito l’assalto a quella statua come qualcosa che lo tocca personalmente.

Inoltre il tentativo di distruggere la statua di Jackson ha riportato le manifestazioni violente nei pressi della Casa Bianca, a Lafayette Square. Proprio quel luogo dove c’erano stati i primi assedi al palazzo presidenziale nelle proteste contro l’uccisione di George Floyd; a quelle occupazioni del giardino davanti alla Casa Bianca il presidente aveva reagito minacciando di mobilitare le truppe federali. Infine tra le azioni che hanno accompagnato l’attacco alla statua di Jackson – anche lui accusato di razzismo – c’è stato un tentativo da parte dei manifestanti di creare anche a Washington una «zona liberata dalla polizia» come già avvenuto a Seattle. Un’ennesima provocazione dal punto di vista del presidente, che ha condannato l’esperimento di Seattle come «anarchia, caos e violenza». Peraltro a Seattle ci sono state sparatorie nella zona «liberata dalla polizia», e almeno un morto per i ritardi nei soccorsi.

Cristoforo Colombo non poteva mancare tra le vittime illustri della rivoluzione culturale americana. Molte sue statue sono state sfregiate o abbattute. Anche San Francisco vive a modo suo lo psicodramma nazionale. La statua di Colombo vicino alla Coit Tower (sopra North Beach che è la Little Italy locale) è già stata rimossa per decisione della sindaca afroamericana, prima che i manifestanti la buttassero in mare (erano decisi a farlo sul serio). Ora è in corso una consultazione della cittadinanza per sostituire Colombo con un altro personaggio che renda un omaggio «politically correct» al patrimonio culturale della comunità italo-americana. Tra i più votati: Francesco d’Assisi; Giuseppe Garibaldi; e la presidente democratica della Camera, Nancy Pelosi...

Tutto questo è il remake di un film già visto più volte. L’ultima puntata fu tre anni fa. «Le prossime statue da demolire saranno quelle di George Washington?». A modo suo Trump con quelle parole nell’agosto 2017 metteva il dito su una piaga. L’eroe della guerra d’indipendenza contro gli inglesi, nonché primo presidente degli Stati Uniti d’America, al quale è intitolata la capitale federale, era un latifondista proprietario di schiavi neri. La battuta di Trump nel 2017 era rivolta a quelle autorità locali già allora impegnate in una «rimozione storica». Tra queste la sindaca di Baltimora, città con una forte percentuale di afro-americani e teatro di vaste proteste già ai tempi di Barack Obama contro le violenze razziste della polizia.

La sindaca Catherine Pugh nell’estate 2017 ha ordinato l’eliminazione delle statue di Robert Lee e Thomas Jackson, due generali confederati cioè sudisti. Lo ha fatto «nell’interesse della città, alla svelta e senza clamore». Su uno dei momuenti era stato scritto con lo spray Black Lives Matter, «le vite dei neri contano», lo slogan che ha dato nome al movimento di protesta contro gli abusi spesso mortali delle forze dell’ordine. La stessa operazione non era andata né alla svelta né senza clamore nella vicina Charlottesville (Virginia): in quella città la guerra alle statue aveva attirato un raduno di suprematisti bianchi e neo-nazisti, culminato nelle violente proteste che fecero una vittima.

La guerra delle statue dura da tempo. Un censimento approssimativo stima che restano 700 monumenti in America, eretti in onore di leader della Confederazione che combatterono contro il Nord e per salvaguardare lo schiavismo. Se li si considera come altrettanti simboli dei valori del Ku Klux Klan, razzismo e supremazia bianca, l’indignazione è naturale. È come se le piazze d’Italia pullulassero di statue di Mussolini e quelle tedesche avessero altrettanti busti di Hitler.

Molti nel Sud la vedono altrimenti. A 155 anni dalla fine della Guerra civile, c’è un pezzo d’America che non si rassegna ad averla persa. E a prescindere dalle frange estremiste, nel profondo Sud la narrazione diffusa sulla Guerra civile è sempre stata diversa che al Nord, molti bianchi del Sud non credono che con Abraham Lincoln abbiano trionfato valori etici e di giustizia. Per loro statue o bandiere confederate sono omaggi ad un mondo che va rispettato anche se perse una guerra. Il confine culturale tra razzismo esplicito, negazionismo da una parte, dall’altra revisionismo storico e relativismo culturale, non è sempre netto. E anche a sinistra c’è chi ammonisce: non basta renderli invisibili, perché i miti del profondo Sud cessino di tormentarci.

Nella guerra delle statue c’è qualcosa che ricorda altri movimenti iconoclastici: dalle Guardie Rosse maoiste che negli anni Sessanta distruggevano templi buddisti e biblioteche confuciane, ai talebani afghani che fecero esplodere antiche statue di Buddha. Non importano le differenze di segno ideologico. Distruggere le tracce del passato non è mai stato un modo per capirne le lezioni; di solito è servito a sostituire una forma di fanatismo con un’altra.