Brucia anche la Bolivia

Golpe o non golpe? – Pressato da polizia e militari il presidente è stato costretto a dimettersi e a chiedere asilo politico in Messico. In molti parlano di colpo di stato mentre nelle strade di La Paz si vivono scene da guerra civile
/ 18.11.2019
di Angela Nocioni

Il portellone si apre e sulle scalette dell’aereo messicano che atterra al Districto federal, Ciudad de Mexico, dopo un’odissea di scali negati e spazi aerei d’emergenza aperti all’ultimo minuto, sbuca un Evo Morales stravolto, spettinato, con l’aria di chi non chiude occhio da giorni. La maglietta celeste e i pantaloni sporchi di terra sono quelli con cui è scappato da la Paz due giorni fa. Dice: «Hanno assaltato la mia casa di Cochabamba, dato fuoco alla casa di mia sorella, stanno sequestrando i nostri compagni meno protetti, ci siamo dimessi per limitare la escalation di violenza». Poi corre dal presidente messicano Lopez Obrador che ha dato asilo a lui e ai suoi principali collaboratori, ergendosi così a figura di riferimento politico continentale per la nuova polarizzazione politica tra destra estrema e progressiti non liberal che si è ormai codificata nelle ultime tre settimane tumultuose dell’America latina.

Al Senato di la Paz, nel frattempo, protetto da cordoni delle forze armate, è stata proclamata presidente Jeanine Añez, esponente della destra, fino alla settimana prima personaggio di quarta fila dell’opposizione alla (ex) rivoluzione indigenista di Evo Morales. È una presidente senza quorum. I due terzi dei parlamentari non l’hanno votata. La maggioranza parlamentare è ancora del Mas, il Movimento al socialismo, il partito di Morales, il presidente in carica deposto da un tumulto guidato dalla polizia.

Improvvisamente abbandonati dal gruppo di militari che garantiva la loro sicurezza, Evo Morales, il presidente (indio) della Bolivia, e il suo vice Alvaro Garcia Linera (bianco – il colore della pelle non è un dettaglio, ma un elemento fondamentale nella politica boliviana) si sono dimessi. Denunciano di aver subito un golpe. Anche l’opposizione parla di un golpe. Sostiene di averlo sventato. E sventola il rapporto della Organizzazione degli stati americani (Osa), chiamata a verificare la correttezza nel discusso spoglio delle schede elettorali delle elezioni presidenziali del 20 ottobre. Il rapporto denuncia irregolarità e strani momenti di buio nel conteggio dei voti.

Saccheggi e assalti sono in corso nelle grandi città, soprattutto a El Alto, il sobborgo di un milione di persone che domina dall’alto la Paz, abitato principalmente da ex minatori e indigeni delle province immigrati nella capitale, roccaforte di voti rossi.

El Alto è tradizionalmente la fabbrica della rivolta in Bolivia. È organizzato (anche militarmente) e disciplinatissimo. Se insorge El Alto, di solito, cadono i governi. Solo che stavolta non c’è un governo da far cadere. Non ci sono nemmeno il presidente del Senato e quello della Camera, dimessisi entrambi. Il presidente della Camera, Victor Borda, ha detto di averlo fatto per salvare la vita a suo fratello, in quel momento sequestrato da attivisti antigovernativi. I ministri se ne sono andati, uno a uno. Il ministro delle Miniere, Cesar Navarro, s’è dimesso mentre era a Potosì, centro minerario in quel momento in mano ai manifestanti anti Morales, dicendo che avevano appena dato alle fiamme la casa dove vive.

Idem il ministro degli Idrocarburi e tutti gli altri, dirigenti di Stato filogovernativi compresi. Seguiti poi da sindaci, diplomatici, governatori, singoli deputati. Il vuoto di potere è totale. Le Forze armate e la polizia sono in lotta tra loro e divise in fazioni al loro interno. La spallata finale a Morales è stata data da una decisione cruciale presa dai vertici di polizia che, convinti a cogliere l’attimo, gli hanno fatto pagare il conto per tredici anni (le prime elezioni Morales le vinse nel 2006 e da allora è stato sempre rieletto) di potere perduto in favore dell’esercito, del quale il presidente indio si è sempre servito, a scapito della polizia, considerandolo meno infido. Molti poliziotti hanno preso parte alle manifestazioni popolari che chiedevano le dimissioni immediate del governo. Fonti locali sostengono che ci fossero molti poliziotti nel gruppo di persone che ha tentato l’assalto all’ambasciata venezuelana di La Paz.

Si moltiplicano gli incendi e gli assalti, il più grosso finora è stato quello al deposito degli autobus della capitale dato interamente alle fiamme. Morales, prima di riuscire a salire sull’aereo messicano, ha scritto: «C’è un ordine di arresto illegale nei miei confronti. Gruppi armati hanno assaltato il mio domicilio». Alvaro Garcia Linera prima di dimettersi ha fatto una sintesi, a modo suo, degli anni di governo: «Abbiamo fatto rinascere la Bolivia. Il 20 ottobre la metà dei boliviani ha votato per noi. Forze oscure hanno cospirato contro di noi. Hanno dato fuoco a istituzioni e sedi sindacali, Hanno organizzato bande paramilitari per intimidire i contadini, minacciano i nostri compagni. È un golpe. Anch’io rinuncio. Sempre sono stato leale al presidente, sono orgoglioso di essere il vicepresidente di un presidente indigeno e sempre starò al suo fianco, nel bene e nel male». 

In realtà, da vice, Linera ha governato tanto quanto Morales, che del governo è stato il leader carismatico e la faccia utile a tenere mobilitati indigeni, cocaleros e minatori, ossia la stragrande maggioranza del Paese. Sono opera sua le fondamentali operazioni del governo. Cominciando dalla prima, la nazionalizzazione del gas, che ha ridisegnato la struttura dell’economia boliviana. E passando per la difficilissima trattativa costante con imprenditori e leader d’estrema destra dell’Oriente bianco e ricco di Santa Cruz che chiede da sempre la secessione per diventare un piccolo Kuwait non dipendente da La Paz. La questione Santa Cruz è cruciale nel conflitto eterno boliviano tra il paese andino al 75% indio e un Oriente ricco e bianco, popolato da discendenti di emigrati in fuga nostalgici del Terzo Reich scappati a Santa Cruz alla fine della Seconda guerra mondiale, ustascia croati e estremisti i destra di varia origine che non sopportano, e non l’hanno mai nascosto, l’idea di essere governati da un indigeno.

Cos’è successo il 20 ottobre? Il flusso dei risultati elettorali sembrava indicare che Morales non avrebbe vinto al primo turno, ma sarebbe dovuto andare al ballottaggio da favorito con il suo rivale di destra di sempre, il candidato dell’opposizione ed ex presidente Carlos Mesa. Improvviso black out. Conteggio sospeso. Quando torna l’energia elettrica e si ha il primo nuovo conteggio, Morales è in netto vantaggio e vince.

Dopo pressioni, interne ed esterne, ed ondate di proteste, Morales accetta di indire nuove elezioni. La Organizzazione degli stati americani denuncia scorrettezze nel riconteggio e, soprattutto, il coinvolgimento non previsto di un server esterno nella trasmissione dei dati. Morales ha accettato di indire nuove elezioni. Carlos Mesa e altri leader dell’opposizione, tra cui il capo degli insorti, Luis Fernado Camacho, gli hanno chiesto di non partecipare alle nuove elezioni e di lasciar loro costituire, nel frattempo, una «giunta di governo» formata dagli alti comandi delle forze armate e della polizia.

Contro Morales c’è un brutto precedente. Poiché la Costituzione gli vietava di candidarsi in eterno e lui sosteneva che «per completare la rivoluzione indigenista in Bolivia» doveva continuare a governare, ha indetto un referendum per abrogare la norma che gli vietava la ricandidatura. L’ha perso. Approfittando di un potere innegabile esercitato di fatto sul Tribunale supremo elettorale, a lui fidelizzato con operazioni mirate negli ultimi anni (esattamente come fece Chavez in Venezuela e con gli stessi esiti), il suo governo ha cambiato comunque la norma aggirando il divieto.

E lui s’è ricandidato. Che abbia preso una pessima piega la sua rivoluzione indigenista è fuori di dubbio. Un’attitudine da autocrate l’ha adottata. Un gusto nell’esercizio disinvolto del potere, pure. «Pontificare a Roma non è come predicare qui in parrocchia» dice lui se gli si chiede conto della brutta china. «Qua abbiamo nazisti veri, ci vorrebbero impalare tutti» aggiunge Linera. Purtroppo per loro la democrazia prevede altri metodi e il rapporto della Osa, se non smentito con i dati alla mano, è una denuncia pesante.

Innegabile è anche, però, che la Bolivia in questi quattordici anni è diventata un altro Paese, guidato con grande abilità politica da un tandem di duttilissimi e pragmatici mediatori. Morales & Linera (il suo vice, ma sarebbe meglio dire, la sua metà) hanno portato al governo una politica sociale tutta rivolta ai più poveri e una politica economica che, a bene vedere, non si è mai discostata dalle regole del liberismo. La strana coppia è riuscita a portare la Bolivia a un tasso di crescita inedito. La Paz, storica debitrice del Fmi, è arrivata a prestare denaro ai suoi vicini. Ha moltiplicato i profitti dell’export del petrolio. Quel modello di governo socialisteggiante, ispirato al comunitarismo indigeno delle antiche comunità aymara, qualsiasi cosa sia, per anni non è stato imposto con la forza. Non è avanzato come uno schiacciasassi. Anzi. I due hanno fatto della disponibilità alla trattativa l’arma più affilata del governo. Anche per questo hanno vinto tutte le elezioni. 

E si è votato spesso, in Bolivia nell’ultimo decennio. Si sono seduti a dialogare con tutti. Sono andati a cercare un accordo con i radicalissimi minatori di Potosì, in marcia su la Paz con candelotti di dinamite in mano, con i gruppi armati indigeni che hanno accusato Morales di «svendere la patria aymara» ogni volta che tentava mediazioni con il resto del quadro politico nazionale che non fosse la sinistra più estrema. E hanno trattato anche con i governatori orientali che si rifiutano di stringere la mano al presidente indio perché, dicono, «noi non siamo Tarzan e non parliamo con le scimmie». 

C’è stato un periodo in cui riuscivano a prendere il 50% anche a Santa Cruz, a Tarija e a Pando, le terre della «mezzaluna fertile» boliviana che hanno sempre voluto la secessione. Poi l’incantesimo s’è rotto. La spallata è arrivata. La Paz sta tornando in a mano quelli che dicono «noi non parliamo con le scimmie».