Bolsonaro fa terra bruciata

Brasile – Il giudice-ministro Moro, lo sceriffo della tangentopoli brasiliana, sferra il suo attacco politico dimettendosi dall’Esecutivo. Sullo sfondo drammatico dell’epidemia da Covid-19 totalmente ignorata
/ 18.05.2020
di Angela Nocioni

Non è facile fare il Donald Trump senza essere Donald Trump. Da un paio di mesi il presidente brasiliano Jair Bolsonaro tenta di improvvisare un’imitazione politica della spavalderia con cui, agli inizi dell’epidemia del Covid-19, la Casa Bianca ha trattato le notizie sul contagio. Ma non gli sta andando benissimo.

«Questa non è una pandemia, ma una nevrosi» ha detto Bolsonaro. «In Italia muoiono in tanti soltanto perché è un Paese di vecchietti. In ogni condominio italiano ci sono tanti vecchi quanti ne vedete nei palazzi di Copacabana, solo per questo laggiù muoiono». E via sparandole grosse.Per alcune settimane gli è andata bene perché il virus è arrivato in ritardo rispetto all’Europa. Poi, però, il contagio ha cominciato ad essere evidente anche se non da tutti gli ospedali brasiliani arrivano report attendibilissimi sulle cause dei decessi avvenuti tra i ricoverati. E non si contano quelli che muoiono senza aver messo piede in ospedale.

La giovane età media dei brasiliani aiuta la resistenza generale al deterioramento delle condizioni di salute dei contagiati, ma le notizie sui morti sono difficili da cancellare e, soprattutto, l’effetto mediatico delle foto delle fosse comuni preparate in Amazzonia non è arginabile né con tweet presidenziali né con dirette tv minimizzanti.Il numero ufficiale dei morti finora supera gli 11mila e i contagi almeno 178mila, ma in Brasile il timore che le cifre reali dell’epidemia siano molto più alte è assai diffuso. E l’atteggiamento di Bolsonaro in proposito è sembrato fuori luogo a molti. Nei sondaggi il gradimento dell’ex colonnello neofascista diventato presidente crolla a vista d’occhio.Bolsonaro come reagisce? Tenta di rafforzare la sua base sociale sicura.

Fa regali politici e tenta di far arrivare una pioggia di soldi sui gruppi più attivi tra i suoi elettori. Quindi in questi giorni ogni capriccio di capi di chiese evangeliche, ogni pressione di latifondisti, ogni richiesta di deforestatori professionisti e di lobby di produttori di armi sta trovando tappeti rossi al Planalto.La deforestazione amazzonica prosegue a ritmi inediti (e non è che durante i governi precedenti andasse a rilento: ora si sta estendendo a velocità inaudita, addirittura del 64% solo nel mese di aprile secondo i dati dell’Istituto nazionale di ricerche spaziali). L’invio dell’esercito sul posto, con l’obiettivo formale di controllare gli incendi, è denunciato dai professionisti dell’Ibama, l’Istituto brasiliano per la difesa dell’ambiente, come un pericolosissimo mezzo per annientare la loro azione poiché sotto l’autorità dell’esercito (e quindi di Bolsonaro) dovranno stare tutti, compresi gli ambientalisti.

Che ne saranno, dicono, annientati.Nel frattempo il presidente appoggia un progetto di legge, presentato a febbraio, che autorizza l’estrazione d’oro nelle terre indigene, attività praticata in condizioni mostruose e senza alcun controllo, con ricadute devastanti sull’ambiente circostante e su chi lì vive. Anche per la lobby dei produttori di armi arriva solo musica dal Planalto. Ad aprile è stata revocata l’ordinanza per rafforzare il rastrellamento di armi e munizioni. Un decreto presidenziale del mese scorso moltiplica per 12 il numero massimo di munizioni che si possono acquistare legalmente. Per alcune armi il limite massimo è di 6000 all’anno.

Ma il regalo più sostanzioso è per la lobby evangelica, trasversale e potentissima in Brasile. Alle autorità fiscali sarebbe già arrivata, secondo un’inchiesta del giornale di San Paolo «Estadão», la richiesta presidenziale di cancellare con un tratto di penna i debiti delle comunità evangeliche con il fisco. Almeno 160 milioni di euro.Bolsonaro è in difficoltà politica crescente. Il Tribunale supremo sta investigando sull’ingerenza che, secondo l’ormai ex ministro di giustizia Sergio Moro, avrebbe avuto la Polizia federale per ordine presidenziale nel tentativo di sotterrare indagine a carico di Bolsonaro e dei suoi potentissimi figli. I giudici del Supremo stanno interrogando vari ministri.Moro, prima di dimettersi, ha accusato il presidente di voler controllare la Polizia federale per bloccare indagini e per ottenere dossier riservati. Lo ha accusato anche di aver falsificato atti pubblici. Una mitragliata arrivata non dall’opposizione, ma da quello che fu il suo più prezioso alleato, il giudice sceriffo che, decapitando l’intero sistema politico economico pre Bolsonaro con una serie di inchieste ad altissimo impatto mediatico, ha spalancato le porte della presidenza della repubblica all’ex capitano.

La Polizia federale indaga da tempo su un reato commesso da Flavio Bolsonaro quando era deputato: assumeva nel suo gabinetto persone mai presentatesi, le quali, secondo le accuse, gli avrebbero restituito una quota dello stipendio. La seconda indagine riguarda i rapporti tra la famiglia Bolsonaro e le squadre paramilitari che tengono sotto torchio una parte della periferia di Rio de Janeiro. Il pezzo forte su cui conta Moro è l’inchiesta sul secondogenito Carlos, il capo supremo della fabbrica del consenso via social al governo attuale. Moro di fronte ai giornalisti, il giorno delle dimissioni, è stato contundente. È da molto tempo che Bolsonaro mi chiede di cambiare il numero uno della Polizia federale, ha detto. La rivelazione, se provata, potrebbe autorizzare l’avvio della procedura di impeachment.

Dopo un lungo tira e molla con Moro sulla questione, con il ministro che rifiutava il licenziamento del direttore generale della Polizia federale Mauricio Valeixo, Bolsonaro si è mosso con una decisione clamorosa: l’ha rimosso lui dall’incarico e nell’atto pubblicato sulla Gazzetta ufficiale ha fatto apporre anche la firma elettronica del ministro Moro. Che ha negato di aver mai approvato il licenziamento.Dopo aver prima preparato la strada all’elezione di Bolsonaro con l’arresto dell’ex presidente Lula in piena campagna elettorale, favorito al primo turno delle presidenziali del 2018 secondo tutti i sondaggi, dopo aver giurato che mai sarebbe entrato in politica e poi facendosi da Bolsonaro (che mai sarebbe diventato presidente senza le spettacolari azioni giudiziarie di Moro) nominare superministro della giustizia, il giudice-ministro s’è dimesso.

Anche se lo scontro è formalmente sulla volontà di Bolsonaro di rendere impunibili i suoi figli e se stesso, non è improbabile si tratti della mossa di Moro per preparare la sua personale candidatura prima al posto ambitissimo di giudice del Tribunale supremo e poi alla presidenza della Repubblica. Tutto ciò, un cataclisma politico dietro l’altro, accade mentre resta grave e in parte misterioso l’effetto reale dell’epidemia del Coronavirus ignorato. Moro ha abilmente scelto il momento più nero della presidenza Bolsonaro per sferrare il suo attacco.