Bloomberg for president?

Casa Bianca 2020 – L’ex sindaco di New York si candida alle presidenziali per i democratici tra mille dubbi interni allo stesso partito
/ 18.11.2019
di Federico Rampini

Effetto-Bloomberg più effetto-impeachment: sono i due temi su cui si è concentrata l’attenzione dei media e della sinistra negli Stati Uniti. Cominciando dal primo: quanto cambia, cosa cambia, la (probabile, non ancora ufficiale) scesa in campo di Michael Bloomberg nelle primarie democratiche? Il dibattito sulla candidatura dell’ex sindaco di New York incrocia quello con le proposte radicali di Elizabeth Warren: tasse sui ricchi e statalizzazione della sanità. I repubblicani, che dovrebbero essere nei guai per l’impeachment, gongolano compiaciuti di fronte alla divaricazione tra le due anime del partito democratico.

«Farà del male a Biden. In quanto a me, sarei felice di battermi col Piccolo Michael». Donald Trump ha liquidato con sarcasmo la notizia che il suo concittadino Michael Bloomberg, ex sindaco di New York, sta per scendere in campo per la nomination democratica. Gli ha già affibbiato il nomignolo sprezzante come ama fare lui. Se mai dovessero incontrarsi in finale, la bassa statura di Bloomberg sarà evidente nei duelli televisivi. Anche se in termini di ricchezza, il nano è Trump: il suo patrimonio personale (finora accuratamente nascosto ai cittadini) non sembra valere neppure un decimo di quello di Bloomberg, che è superiore ai venti miliardi di dollari. E in quanto a nomignoli, Little Michael parlando alla convention democratica del 2016 – quella che incoronò Hillary Clinton – demolì la figura imprenditoriale di Trump definendolo «un Con Man, truffatore di mezza tacca, losco figuro che noi newyorchesi conosciamo bene». 

Bloomberg rappresenta l’altro volto del capitalismo americano: mecenate progressista, filantropo alla Bill Gates, da primo cittadino investì nel verde pubblico e nelle piste ciclabili, guidò una coalizione mondiale di sindaci per combattere il cambiamento climatico. Miliardario liberal contro miliardario-canaglia; 77enne contro 73enne; gara tra newyorchesi; e tra due outsider della politica nessuno dei quali viene dai ranghi del partito in cui si candida: sarebbe un duello ricco di paradossi. Trump vede giusto però quando analizza la notizia della quasi-candidatura di Bloomberg come un colpo per Joe Biden, l’ex vice di Barack Obama. Per la precisione, l’ex sindaco di New York ha predisposto le pratiche per inserire il suo nome sulle schede elettorali delle primarie democratiche in alcuni Stati dove la scadenza per iscriversi è vicina, come l’Alabama. 

Non c’è ancora nulla di sicuro. Però il segnale è chiaro: sfiducia verso gli altri candidati democratici. Un anno fa Bloomberg aveva già esaminato l’ipotesi per poi accantonarla. Diversi dubbi lo avevano trattenuto. Da un lato il timore di essere troppo «newyorchese», cioè radical chic: ambientalista, favorevole agli immigrati, ma anche legato al mondo della finanza (i terminal della società Bloomberg sono usati dalle banche per operare sui mercati oltre che per avere quotazioni e notizie). E poi ebbe il timore che la sua candidatura potesse dividere i democratici più che mobilitarli. Bloomberg rappresenta un mix controverso di liberismo economico, moderatismo fiscale, posizioni radicali sui temi valoriali (contro le armi, per il diritto al matrimonio gay ecc).

Cos’è cambiato, per indurlo ad accantonare le riserve? Innanzitutto c’è un impeachment che rischia di danneggiare Biden, il moderato per eccellenza, per il suo coinvolgimento nel Kiev-gate. 

Ancor più di recente c’è l’effetto Elizabeth Warren. La senatrice del Massachusetts al momento appare la favorita, in particolare negli Stati che aprono il calendario delle primarie, Iowa e New Hampshire (febbraio). La Warren è diventata celebre come un’avversaria dei banchieri durante la grande crisi del 2008-2009, fu vicina al movimento Occupy Wall Street. Ha ripreso alcune delle idee di Bernie Sanders, l’unico candidato che si è sempre definito un socialista. I maligni diranno: con la Warren in testa nei sondaggi e la sua proposta di tosare le grandi fortune con una maxi-patrimoniale del 6% annuo, il miliardario Bloomberg vuole difendere i propri soldi. In realtà lui la ricchezza la usa per fare filantropia, la patrimoniale (se mai dovesse entrare in vigore) dirotterebbe verso il Tesoro una parte di quel che il mecenate sta donando – per esempio – all’università Johns Hopkins di Baltimora per la ricerca medica. 

L’effetto Warren è un altro: il timore che l’ascesa della senatrice del Massachusetts sia il preludio di una débacle elettorale che regalerebbe a Trump il secondo mandato. Da quando la Warren ha esplicitato le sue proposte più radicali, come il sistema sanitario pubblico e universale a cui lei stessa attribuisce un costo di transizione da 20’000 miliardi di dollari in un decennio, un pezzo di America moderatamente progressista è nel panico; mentre la destra esulta. Il sistema che propone la Warren è in realtà simile a quello in vigore in diverse nazioni europee, che spendono meno per la sanità e ottengono risultati migliori degli Stati Uniti.

Però la transizione da una sanità quasi interamente privata ad una totalmente pubblica non è semplice; avrebbe dei costi iniziali elevati; e toglierebbe la libertà di scelta a una parte di ceto medio e lavoratori dipendenti i quali ricevono dalle aziende polizze assicurative private come parte del pacchetto retributivo. Gli opinionisti conservatori gongolano: contro una socialista che promette di espropriare i ricchi e dissanguarci di tasse, la rielezione di Trump a un secondo mandato sarà una passeggiata. 

Bloomberg sta forse convincendosi di dover salvare il partito democratico da una sicura sconfitta. Quali effetti può avere una sua partecipazione alle primarie? Rappresenterebbe l’alternativa moderata a un Biden in declino. Potrebbe anche attrarre una fascia di moderati repubblicani, quelli che un tempo si riconoscevano in Mitt Romney o Bush (più padre che figlio). Più problematico invece l’appeal verso i metalmeccanici del Michigan, i neri, i giovani innamorati del socialismo alla Warren-Sanders, insomma il mondo «politically correct dei campus universitari». A proposito di quest’ultima fascia di elettori: è già cominciata l’offensiva della «polizia femminista» contro Bloomberg, di cui è stato rispolverato qualche commento poco lusinghiero sulle donne. (Questo genere di offensive censorie colpisce solo candidati democratici, com’è noto Trump ne è immune nel senso che i suoi elettori ed anche le sue elettrici non lo giudicano sul suo maschilismo). 

È sintomatico che l’effetto-Bloomberg sia visibilissimo sulla East Coast e sui media progressisti, pressoché inesistente nell’America «di mezzo», tutt’altro che formidabile perfino in California. 

Prima constatazione: arcinoto a noi newyorchesi, Bloomberg è semi-sconosciuto in molte parti degli Stati Uniti. Soprattutto quelle che saranno decisive per vincere nel 2020, come gli Stati industriali del Mid-West. Sull’effetto-Trump visto da destra userei un parallelismo italiano. Trump è un Berlusconi, Bloomberg è un Montezemolo o Della Valle. Qui non mi riferisco alla caratura imprenditoriale dove Bloomberg stravince la gara per serietà, talento, competenza e risultati aziendali. Mi riferisco al fatto che essere straricchi non è la caratteristica qualificante. C’è un miliardario capace di incantare le masse perché è un maestro del mezzo televisivo e dei social media: Trump. C’è un miliardario molto serio e credibile, ma irrimediabilmente identificato con l’élite, l’establishment: questo è Bloomberg. Ecco perché la destra mi sembra meno spaventata della sinistra. 

Aggiungo la discesa in campo in extremis dell’ex governatore del Massachusetts Deval Patrick. Che diventa così il 18esimo candidato democratico in lizza per la nomination. Afro-americano, Patrick è un amico personale di Obama e si colloca nella stessa tradizione moderata. Le sue chance sembrano limitate, ma il suo annuncio tardivo conferma il disagio di una parte dei democratici per un parco-candidati troppo squilibrato a sinistra.

Dalla settimana scorsa l’impeachment è diventato uno spettacolo pubblico: i testimoni convocati dalla Camera ormai vengono interrogati davanti alle telecamere. Da questo momento la dinamica dell’impeachment può cambiare, perché c’è un’audience di massa. Prima constatazione: le testimonianze che si sono susseguite in questa prima settimana rafforzano le ragioni dell’impeachment. Diversi diplomatici ed ex-diplomatici, anche trumpiani, hanno corroborato la tesi di un «do ut des» tra il presidente americano e quello ucraino. In sostanza il messaggio a Kiev era questo: gli aiuti americani arriveranno se il governo ucraino indaga sugli affari del figlio di Biden in quel Paese. 

Un presidente Usa che mercanteggia aiuti militari strategici con favori personali che lo aiutino nella sua campagna elettorale: ci sono pochi dubbi che questo sia un reato degno d’interdizione-destituzione ai sensi della Costituzione. I democratici, a cominciare dalla presidente della Camera Nancy Pelosi, si sentono confortati nella loro scelta di aprire il procedimento. Nella prima fase, quella che si svolge alla Camera, ci sono pochi dubbi: la maggioranza è in mano ai democratici, i quali voteranno l’impeachment che equivale ad una incriminazione del presidente. 

La palla passerà al Senato in funzione di tribunale giudicante; presumibilmente quando saremo già all’inizio delle primarie. Lì i repubblicani sono maggioranza, e occorre il voto dei due terzi dei senatori perché il presidente sia condannato, quindi destituito (gli subentrerebbe il suo vice, Mike Pence). Al momento non si vedono segnali di spostamento di qualche decina di senatori repubblicani contro il loro presidente. Può darsi che lo spettacolo pubblico abbia un impatto tale sugli elettori repubblicani da cambiare le cose; per ora lo giudico poco probabile.