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Inchiesta del «Clarín» – In Argentina la questione della maternità surrogata evoca un passato recente tragico e riapre la discussione sulla mancanza di una legislazione in materia
/ 27.07.2020
di Angela Nocioni

Una legge che regolamenti la pratica della maternità surrogata, meglio conosciuta come «utero in affitto». Il Parlamento argentino dovrà discuterne. La settimana scorsa è stato presentato un progetto di legge, con l’appoggio della presidente della Commissione questioni femminili della Camera dei deputati, per far affiorare alla luce una pratica molto diffusa che non è nel Paese esplicitamente proibita, quindi non rende perseguibile per legge chi la sceglie, ma non è regolata da nessuna norma.

Il tema è rovente. Anche perché la questione, solitamente taciuta, è esplosa con l’emergenza sanitaria causata dal Coronavirus. Succede che molte donne argentine che non possono avere figli e non possono per ragioni di salute ricorrere ai comuni metodi di procreazione assistita (specializzazione della medicina riproduttiva abbastanza avanzata nel Paese) finiscono per acquistare pacchetti per maternità surrogata in Ucraina, di solito a Kiev. Il pacchetto ha un costo compreso dai 30mila ai 70mila dollari (economy, standard e vip) con relativa sistemazione più o meno confortevole in hotel ucraini, con visite, analisi e scelta della donna gestante incluse.

Questi viaggi a/r Buenos Aires – Kiev di solito passano sotto silenzio. Difficilmente le coppie che ricorrono a una madre surrogata all’estero lo sbandierano poi ai quattro venti una volta tornate a casa col bambino in braccio. Ma con i divieti di spostamento imposti dalla quarantena per la pandemia il caso è esploso. Decine di neonati concepiti con spermatozoi di uomini argentini e partoriti da donne ucraine pagate per farlo, sono rimasti in clinica accuditi da infermiere locali nell’attesa che le coppie argentine aderenti al programma di maternità surrogata avessero il permesso per andare a prenderli. E il «Clarín», principale quotidiano di Buenos Aires, ha fatto esplodere il caso pubblicando un’inchiesta sulla più nota clinica della capitale ucraina denunicata per traffico di persone, falsificazione di documenti ed evasione fiscale.

I responsabili della clinica, alla quale ricorrono anche migliaia di coppie europee, già in passato si sono difesi assicurando che «la maternità surrogata non è un suermercato perché la gestante non si sceglie in base alle sue caratteristiche estetiche». Ma le loro parole lasciano perplessi quando si vede che alle coppie acquirenti vengono sottoposti dei veri e propri book fotografici attraverso i quali possono consultare i profili delle donne disponibili a prestare il loro utero in cambio di un pagamento.

La questione della matenità surrogata, resa possibile dai progressi della ricerca medica, è complessa da trattare ovunque, ma in Argentina le polemiche che sta sollevando sono particolarmente interessanti da osservare perché mettono il Paese faccia a faccia con contraddizioni peculiari della sua storia. Non c’è infatti solo il confronto tra argomentazioni opposte sintentizzabili in: «Questa pratica comporta lo sfruttamento delle donne utilizzate per la gestazione, soprattutto le più povere che hanno bisogno di affittare il loro utero per procurarsi dei soldi. Non è morale né femminista regolamentare tutto ciò». E la visione contraria: «In ogni modo la pratica esiste e va avanti. L’assenza di norme finisce per avallare una totale mancanza di protezione per le gestanti e per tutte le persone coinvolte, neonati e coppie acquirenti compresi. È dovere della politica animarsi ad affrontare una realtà che non è dignitoso nascondere sotto il tappeto».

Oltre all’appassionante e furioso scontro tra queste argomentazioni, con il ruolo giocato sullo sfondo dalla chiesa cattolica che è assolutamente contraria a qualsiasi tecnica di fecondazione con gameti non della coppia e tanto più alla maternità surrogata, esiste a Buenos Aires la cronaca quotidiana passata e presente che costringe gli argentini a guardarsi allo specchio.

E oltre alla nota tragedia delle centinaia di neonati rubati durante la dittatura militare (1976-1983) alle prigioniere del regime incinte uccise dopo il parto, c’è uno stillicidio attuale di casi in cui le madri povere che vendono bambini propri sono argentine, i mediatori sono argentini e gli ospedali dove i furti di bambini avvengono sono gestiti da personale religioso.

Ci sono posti in Argentina in cui un neonato bianco e sano costa trentamila euro. Un po’ di meno se si tratta di una femmina. L’offerta prevede anche il soggiorno. Il bambino è iscritto appena nato al Registro civile come figlio naturale chi lo compra. Della madre biologica non resta traccia, il suo ricovero e il parto non risultano in nessuna cartella clinica. Tucuman e Misiones, regioni povere e assolate dell’Argentina profonda, sono i luoghi dove principalmente avviene la tratta. La fondazione Adoptar da anni denuncia casi su casi di ragazze locali incinte di bambini concepiti da loro naturalmente che vendono i loro neonati tramite una rete di mediatori ed assistenti legali (degli acquirenti).

I compratori sono spesso stranieri. Europei soprattutto. Coppie stanche di aspettare i tempi dell’adozione legale. A loro viene offerto un affare da concludere in pochi giorni di permanenza in Argentina. Tragedie nascoste tra i mille traffici dell’Argentina profonda e poverissima. La fabbrica di bambini è Añatuya, città di ventimila abitanti nella provincia arsa e secca di Santiago del Estero. Lì, secondo le denunce documentate in filmati e cd presentati alla magistratura dalla fondazione Adoptar di Tucumàn si vendono bambini ogni mese. «Funziona così» spiega Julio Cesar Ruiz, presidente di Adoptar. «Una coppia va ad Añatuya e prende alloggio in un albergo indicato dal mediatore. 

Dopo qualche ora viene chiamata dalla reception che la mette in contatto con una persona del posto, quasi sempre un avvocato che vive davanti all’albergo. La casa del legale è di solito il luogo della transazione. I soldi restano quasi tutti al mediatore. Alle madri vanno pochi spiccioli. Sappiamo di bambini venduti in cambio di armadi, di pareti. Alla sorella di una delle nostre testimoni è stata data una casa in cambio di suo figlio di tre giorni. A comprare sono anche coppie di Buenos Aires, di Cordoba, ma i migliori affari si fanno con l’Europa. Si guadagna fino a trentamila euro a neonato».

Non è difficile far passare i bambini di Añatuya per europei: in questa parte del territorio di Santiago del Estero la percentuale di persone bianche con gli occhi chiari è molto alta. Alle madri durante la gravidanza vengono dati cento dollari al mese, per garantire con la buona alimentazione la salute del nascituro. Ruiz sostiene che esista «un reparto con 26 letti gestito dall’arcivescovado. Lì c’è chi si occupa del cibo e del parto». «Per questo – dice – i bambini dell’arcivescovado sono i più cari». I volontari di Adoptar sono stati più volte minacciati di morte.

L’avvocato dell’associazione è stato speronato da una Ford in uno strano incidente mentre tornava a casa dopo aver presentato alcune testimonianze.

Aldo Sanagua vive ad Añatuya e si occupa di seguire le persone che denunciano il traffico. Gli hanno sparato una sventagliata di proiettili alla porta di casa. Racconta di pressioni sui testimoni da parte del giudice che si occupa del caso. Dice Julio Cesar Ruiz: «Abbiamo ricusato il giudice perché è direttamente coinvolto nel traffico. Eppure ha continuato ad essere titolare dell’inchiesta. Della stessa rete fanno parte un’ostetrica e la direttrice dell’ospedale regionale da cui dipende il reparto di neonatologia».

Chi parla passa guai. Maria Roberta Gerez ha denunciato di aver saputo da una suora che la bambina da lei partorita è stata data alla sorella di monsignor Baseotto, a lungo a capo dell’arcidiocesi di Añatuya prima di essere nominato, nel 2002, vicario castrense a Buenos Aires, incarico da cui si è ritirato ormai dieci anni fa. Maria Roberta Gerez è stata arrestata con l’accusa di prostituzione e corruzione di minore. L’hanno rilasciata dopo sei mesi per assenza di prove.

Elcira è una avvocata di Mendoza. È un’ex suora. Ha vissuto un periodo da religiosa con le Hermanas Vicentinas di Añatuya. «Mi ricordo che un giorno venne da noi una coppia di spagnoli – racconta – la donna aveva in braccio una bambina molto piccola. Le suore erano molto contente, mi dissero che la coppia era venuta a ringraziare e che si stava portando la bambina in Spagna. Dicevano: l’abbiamo salvata dalla miseria di una baracca e ora vivrà come una regina. Mi dissero che avevano fatto figurare la spagnola come madre biologica. Mi raccontarono di un altro neonato che finalmente viveva felice nel lusso in Europa. Non mi parlarono di denaro, ma suppongo che il denaro rientrasse nelle donazioni. Che abbondavano. Arrivavano molti soldi, soprattutto dalla Germania».

Di fronte alle denunce che arrivano dalla Argentina povera e dimenticata del nord, il rovente dibattito sull’utero in affitto e lo scandalo di Kiev diventano ancor più difficili da trattare con onestà intellettuale a Buenos Aires. Alla fine, questioni etiche e convinzioni personali a parte, risulta essere comunque una questione di potere d’acquisto. I ruoli stavolta però sono invertiti. Cosa cambia quando la parte dei ricchi che si possono permettere di scegliere uteri altrui per figli propri siamo noi? È questo il problema che arrovella Buenos Aires, per fortuna sua terra di psichiatri.