All’ombra della bandiera cinese

Propaganda – Pechino sta cercando da mesi di monetizzare, sia in termini economici che geopolitici e d’immagine, sulla diffusione del virus. Regalato al mondo dal silenzio di Xi
/ 18.05.2020
di Francesca Marino

La chiamano «Health Silk Road», e va di pari passo con la ormai famosa, o per meglio dire famigerata, «New Silk Road» nota anche come Belt and Road Initiative. Segue la stessa rotta geografica e geopolitica e, soprattutto, ha lo stesso obiettivo: connettere e unificare il resto del mondo all’ombra della bandiera cinese. Per riuscirci, la macchina di propaganda di Pechino non dorme mai, anche e soprattutto in tempo di Covid-19. Lo stesso Covid -19, è bene non dimenticarlo, regalato al mondo dal silenzio criminale di Xi Jinping e dei suoi sgherri sull’origine e sulla trasmissione del virus. La Cina difatti sta cercando ormai da mesi di monetizzare, sia in termini economici che geopolitici e d’immagine, sulla diffusione del virus. E, soprattutto, sta cercando di monetizzare in Europa i suoi dividendi: cominciando dall’Italia, che detiene il poco nobile primato di essere stato il primo dei paesi del G7 a firmare, nel marzo 2019, l’adesione alla suddetta Belt and Road Initiative.

Così, mentre Pechino cerca di rilanciare la sua immagine e di consolidare il suo cosiddetto «soft power» in tutta Europa, inviando presunti aiuti umanitari che, quando non sono difettosi, hanno sempre un retroterra commerciale, l’Italia è diventata sotto molti aspetti un caso emblematico delle strategie cinesi. È cominciato tutto in marzo, quando il ministro degli Esteri Luigi Di Maio postava entusiastici video su Facebook in lode dei cosiddetti aiuti cinesi. Subito dopo Zhao Liljian, portavoce del Ministero degli esteri di Pechino (uno che si è guadagnato i gradi facendo propaganda per il China Pakistan Economic Corridor a Islamabad), ha lanciato una vergognosa campagna su Twitter postando falsi video con ashtag #grazieCina, in cui gli italiani urlavano dai balconi, con sottofondo di inno nazionale cinese, per ringraziare i  «fratelli» orientali degli aiuti donati.

Nota interessante: gli stessi video, con inno nazionale cambiato, sono stati postati sotto il quasi umoristico ashtag #graziePakistan. Secondo una ricerca elaborata da R&D Lab della Alchemy Spa in collaborazione con Deweave, Luiss Data Lab e Catchy, più della metà dei tweet postati tra l’11 e il 22 marzo con i vari ashtag di ringraziamento alla Cina erano generati da bot, account automatici creati a scopo di propaganda per servire da cassa di risonanza. Poi, visto che il tema della gratitudine non funzionava abbastanza il «Global Times», quotidiano notoriamente al servizi del governo cinese, ha cominciato un diverso tipo di aggressione: citando in modo scorretto il nefrologo Giuseppe Remuzzi (che è stato poi costretto a smentire ufficialmente in un’intervista data a «Il Foglio») ha cominciato a ventilare che il virus fosse in realtà nato in Italia e quindi a rovesciare i termini dell’equazione: Italia untore, Cina salvatore.

I cosiddetti aiuti cinesi all’Italia sono in realtà in molti casi transazioni commerciali appena mascherate: le donazioni di Huawei, Alibaba, Lenovo e altre aziende cinesi sono anzitutto a sostegno della locale comunità cinese e tutte in qualche modo legate allo sviluppo del 5G e di altri accordi commerciali. In realtà, lo scopo di Pechino è chiaro come il sole: asserire o consolidare il proprio potere in Europa in chiave antiamericana. E l’Italia è un ottimo punto di partenza. In cui la Cina ha operato anche in tandem con un altro giocatore: la Russia, chiamata dal premier Giuseppe Conte in persona a fornire aiuti di cui, secondo esperti citati in un articolo del quotidiano «La Stampa», l’Italia non aveva in realtà alcun bisogno. I russi, ashtag #DallaRussiaConAmore, sono arrivati in Italia con un convoglio militare di 122 persone per decontaminare case di riposo e affini: peccato che, secondo gli esperti di cui sopra, l’Italia possieda all’interno della Nato il meglio di quel tipo di tecnologia e che il riferimento a James Bond non fosse casuale.

Con gli aiuti sono difatti arrivati anche un certo numero di membri dell’intelligence russa, che si aggiravano a qualche decina di chilometri dalle basi Nato. L’operazione è stata, come da copione, ampiamente pubblicizzata dai media russi e sui social media dalla solita banda di hacker a di bot deputata a orientare la pubblica opinione. «La Stampa» ha avuto anche l’onore di venire minacciata apertamente, in perfetto stile mafioso, dal portavoce del Ministero della difesa russo. E non una voce si è ufficialmente alzata in sua difesa nel governo italiano. Cina e Russia sembrano una strana coppia, ma stanno attivamente collaborando sulla Health Silk Road, e i risultati si vedono. Il passo successivo è stato cercare di sancire, a mezzo stampa e social, il fallimento dell’Unione Europea come tale e dell’America come leader mondiale, giocando in Italia sui sentimenti anti-europeisti di una parte della politica nazionale. Certamente Europa e Stati Uniti hanno i loro problemi, e Trump ha dimostrato la ormai nota mancanza di visione strategica.

Ma quello che sta accadendo è potenzialmente molto pericoloso, molto più di una banale campagna di fake news. Fa parte di una precisa strategia, ed è la stessa strategia alla base della Belt and Road: crea il bisogno, guadagna cercando di soddisfare questo bisogno in modo da rendere dipendenti i paesi in questione, e poi occupa di fatto i paesi in questione sia in senso strategico che commerciale. La strategia, messa in atto in altre zone del mondo, include di routine l’acquisto in blocco di giornalisti, intellettuali, politici, think-tank, troll, diplomatici e accademici pronti a sostenere la bontà e la buona fede di Xi Jinping e dei suoi e a «informare» la pubblica opinione creando consenso attorno alla Cina e alle sue iniziative. Cina a cui dovrebbero essere invece chiesti, secondo un’opinione che si va ormai diffondendo sia tra i leader che tra i cittadini di diversi paesi, i danni di guerra per aver precipitato il mondo, a causa del colpevole silenzio del suo governo sulla diffusione del virus, in una crisi da cui a guadagnare, al momento, è stata ed è soltanto Pechino.