Donne punite con il carcere dal Messico a San Marino

L’aborto non fa discutere solo negli Stati uniti. Un punto a favore della pratica, della dignità e libertà delle donne è stato segnato in Messico martedì scorso. La Corte suprema del Paese latinoamericano ha infatti decretato che criminalizzare l’interruzione di gravidanza è un atto incostituzionale. Ma facciamo un passo indietro. In ventotto dei 32 Stati messicani sono ancora in vigore norme che puniscono l’aborto. La Corte suprema è stata chiamata a riunirsi per valutare la costituzionalità dell’articolo del Codice penale dello Stato di Coahuila de Zaragoza, nel nord del Messico, il quale condanna le donne che decidono di abortire (e chi le aiuta) con pene fino a tre anni di reclusione. L’articolo, come detto, è stato bocciato all’unanimità dai giudici. E la sentenza ha portata nazionale poiché non invalida solamente il Codice penale dello Stato in questione, Coahuila, ma crea un precedente vincolante per tutti i tribunali messicani. La decisione stabilisce infatti dei «criteri obbligatori per tutti i giudici del Paese», costringendoli ad agire allo stesso modo in casi simili, come ha affermato il presidente dell’Alta corte Arturo Zaldivar.

L’aborto è un reato punibile con il carcere (dai 3 ai 6 anni) anche a San Marino, un micro-Stato all’interno del territorio italiano. Non importa quale sia il motivo della decisione della donna (stupro, malformazioni del feto oppure pericolo di morte compresi quindi). Ma la situazione potrebbe cambiare, grazie a un referendum promosso dal comitato Unione donne sammarinesi (Uds). La popolazione (circa 33’600 anime) è chiamata ad esprimersi in merito il prossimo 26 settembre. Gli articoli del Codice penale che di fatto mettono fuori legge l’interruzione di gravidanza (153 e 154) risalgono al 1865, sottolinea l’Uds. Sono stati confermati in epoca fascista, come in Italia è stato confermato il Codice Rocco (Codice penale italiano) e riconfermati nel 1974. Poi Roma nel 1978 ha regolamentato l’aborto (Legge 194) e San Marino – dove le correnti e le forze politiche di stampo conservatore e cattolico sono molto forti per tradizione – si è girato dall’altra parte: le norme restrittive sono rimaste pur senza portare a condanne, di cui non si ha memoria recente. Speriamo in un cambiamento di rotta. Intanto l’ Unione donne sammarinesi ha spiegato di aver scelto la strada del referendum dopo diciotto anni di tentativi falliti per depenalizzare la pratica. / Romina Borla


Aborto: la guerra infinita

La recente legge contraria alla pratica varata dal Texas, che altri Stati vogliono imitare, è l’ultima tappa di un conflitto combattuto da due Americhe con idee sempre più distanti
/ 13.09.2021
di Federico Rampini

La guerra sull’aborto è molto più antica della guerra in Afghanistan. La recente legge anti-abortista varata dal Texas – che altri Stati governati dai repubblicani vogliono imitare – è solo l’ultima battaglia di un conflitto senza fine. Per capirlo consiglio un serie televisiva di qualità, Mrs America. Cate Blanchett vi interpreta il ruolo di una celebre donna di destra che guidò la battaglia contro l’Emendamento sulla parità dei diritti. È una storia vera, ambientata negli anni Settanta. L’America era rivoluzionata da tanti movimenti nuovi, il femminismo era uno di questi. Un’altra America si sentiva minacciata nei suoi valori fondamentali, a cominciare dalla religione e dal sistema di valori morali tradizionali. L’aborto era già allora uno dei terreni di scontro più esplosivi.

È passato mezzo secolo, le due Americhe continuano a combattersi, ogni tanto una parte segna una vittoria mentre l’altra soffre, insorge e prepara la rivincita. I rapporti di forze sono cambiati, ma meno di quanto si creda. Una maggioranza di americani oggi vede con favore il diritto delle donne all’interruzione di gravidanza, però questa maggioranza schiacciante in alcune parti del Paese diventa minoranza in altre. C’è stato un revival religioso tra i giovani. Le donne rimangono divise e c’è tra loro una robusta percentuale di credenti, convinte che l’aborto sia l’assassinio di un essere vivente. Le frontiere cambiano anche a seconda di come si pone la domanda. Le versioni estreme della crociata anti-abortista – quelle che impongono, per esempio, di portare a termine la gravidanza anche in caso di stupro o incesto – hanno il sostegno solo di una minoranza fanatica (ma militante). Lo stesso vale per le punte più radicali del femminismo, quelle che sostengono che solo le donne possono decidere, e che un aborto dev’essere legale anche fino alla vigilia del parto.

La guerra infinita è complicata dalle peculiarità del sistema politico. Il federalismo consente alle due Americhe di allontanarsi sempre più l’una dall’altra, anche su leggi fondamentali che regolano il vivere civile. Il ruolo dei tribunali, in particolare del più potente che è la Corte suprema, accentua anche la politicizzazione delle nomine giudiziarie. L’ultimo capitolo di questa storia, quindi, ci consente una sola certezza: non sarà l’ultimo. La Corte suprema – attaccata duramente da Joe Biden – non ha voluto bloccare una nuova legge del Texas, che pertanto è entrata in vigore: vieta l’interruzione di gravidanza nella stragrande maggioranza dei casi dopo la sesta settimana dal concepimento. È la norma più restrittiva, da quando nel 1973 la stessa Corte suprema affermò il diritto costituzionale delle donne all’aborto. Altri Stati del sud, come Georgia e Mississippi, avevano già regole molto dissuasive ma il Texas le supera tutte e ora diventa «il modello da imitare», a destra. L’interruzione di gravidanza diventa impossibile non appena è percepibile un’attività cardiaca dell’embrione, prima ancora che questo sia un feto. Tra le rarissime eccezioni non figurano i casi di stupro o incesto; sono esentate solo madri che rischiano la vita o danni irreparabili alla salute qualora portino a termine la gravidanza. Tra le obiezioni – che non vengono solo dal fronte abortista più intransigente – ce n’è una di buonsenso: alla sesta settimana molte donne non sanno neppure di essere incinte. La conseguenza pratica di questa norma texana è che molte donne di quello Stato dovranno cercare in altre parti degli Stati uniti cliniche per gli aborti; oppure cercheranno soluzioni «fai-da-te» acquistando farmaci online. Come sempre queste restrizioni finiscono per pesare in modo sproporzionato sulle donne più povere.

La costituzionalità della legge del Texas è dubbia e la Corte suprema non ha ancora detto l’ultima parola in proposito: per ora il massimo tribunale d’America ha evitato d’intervenire d’urgenza bloccandone l’entrata in vigore, è su questo che Biden l’ha attaccata. Il precedente della sentenza «Roe vs Wade» del 1973 è importante, non sarà facile per il massimo organo costituzionale rinnegare se stesso avallando un ritorno indietro di mezzo secolo. Però i legislatori repubblicani del Texas hanno costruito la nuova legge in modo abile per tentare di schivare la bocciatura per incostituzionalità. Hanno infatti evitato di attribuire qualsiasi ruolo anti-abortista allo Stato locale o a esponenti dell’Amministrazione pubblica. La legge attribuisce invece ad ogni privato cittadino il diritto di fare causa: chiunque in Texas, animato dalle proprie convinzioni morali e religiose, può trascinare in tribunale un medico abortista, il personale infermieristico che lo assiste, perfino il tassista che trasporta la donna in clinica, e chiedergli diecimila dollari di danni. Le cause anti-abortiste vengono privatizzate e così il Texas spera di sottrarle alla Corte suprema. Questa peculiarità della legge ha consentito anche una controffensiva della sinistra: dalle zone ricche e democratiche (California, New York) affluiscono donazioni per consentire alle cliniche del Texas di continuare a praticare aborti e di affrontare le inevitabili cause.

Il vero terreno di scontro è la Corte suprema, che dovrà pronunciarsi sulla sostanza. Il tribunale costituzionale è molto spostato a destra, grazie alle ultime nomine effettuate da Donald Trump, e i repubblicani vi godono di una maggioranza netta. I giudici designati da Trump avevano in passato preso posizioni che lasciano ben sperare il movimento anti-abortista. Biden, pur cattolico praticante e legato a papa Francesco, ha preso una posizione netta di condanna della legge del Texas. Questa vicenda aiuta a capire la sintonia dei fondamentalisti protestanti con Trump, un presidente al quale chiedevano quasi una sola cosa: nominare i giudici «giusti» all’Alta corte.

La guerra infinita tra le due Americhe è andata in scena anche in un rovente scambio di battute fra la portavoce di Biden e un giornalista. «Lo so che lei non ha mai dovuto fare quelle scelte. Lei non è mai stato incinta. Ma per le donne, che devono affrontare queste scelte, è una prova difficile». Così Jen Psaki, direttrice della comunicazione della Casa bianca, ha zittito il giornalista Owen Jensen della Tv cattolica Ewtn che durante la conferenza stampa aveva contestato la posizione del presidente sull’aborto. «Perché il presidente sostiene l’aborto – aveva detto il reporter – mentre la sua stessa fede cattolica insegna che è moralmente sbagliato?» La risposta di Psaki è stata sferzante. Nella sostanza: sei un uomo quindi non puoi capire, e noi donne siamo stufe di sentirci dare lezioni di morale, di religione, da chi non affronta mai le stesse prove. Psaki è una veterana nel mestiere della comunicazione politica alla Casa bianca; ebbe diversi incarichi simili nelle due presidenze di Barack Obama. Nella biografia che lei stessa ha messo sui social media si descrive come «mamma-lavoratrice di due piccoli esseri umani». Non tutti i democratici hanno apprezzato il suo intervento: se solo le donne possono pronunciarsi sull’aborto, anche a papa Francesco verrebbe tolta la parola.