All’Elysée di Losanna una mostra omaggia il fotografo e pittore francese Jacques Henri Lartigue
Sono parecchi i maestri che nutrivano seri dubbi sulla fotografia. Henri Cartier Bresson diceva che «serve solo per far vendere: agli editori le loro riviste e a tanti altri le loro merci». Ancora più sprezzante Walker Evans, secondo cui «è di una volgarità assoluta». Oggi che la cromia gode di un monopolio quasi assoluto grazie all’evoluzione tecnica, possono sembrare curiosi i tanti pre/giudizi sulla policromia fotografica; resta però il fatto che solo nel 1976 – ben 70 anni dopo l’avvento del colore – il MoMa di New York e il suo allora direttore John Szarkowski decisero di aprire le porte del loro museo al fotografo William Eggleston e alle sgargianti tonalità dei suoi lavori. Quest’ultimo, alla domanda su come fosse passato dal b&n al colore, rispose: «Niente di più facile: ho semplicemente cambiato tipo di pellicola nel mio apparecchio!». La fotografia a colori era sdoganata.
Da sempre attento alle numerose quanto sorprendenti scoperte (auto, aerei, cinema, piroscafi sempre più performanti…) che caratterizzarono gli anni della sua infanzia, Jacques Henri Lartigue (1894-1986) aveva da poco cominciato a divertirsi con la macchina fotografica quando non gli par vero che, grazie all’autochrome dei Fratelli Lumière, brevettato nel 1903 e messo in commercio l’anno dopo, poteva realizzare immagini a colori. «Mi sono sempre considerato un pittore più che un fotografo – ripeterà più volte Lartigue nel corso della sua lunga vita – e naturalmente vedevo il mondo con i suoi colori». Il suo era un mondo dorato che attraversava una belle époque apparentemente infinita: le nevi di Megève o Chamonix, il mare della Costa Azzurra o della Bretagna, la campagna parigina.
È in questi scenari da favola (e allora assolutamente incontaminati!) che il piccolo JHL comincia a realizzare quello che sarà il suo «Album della mia vita», un’opera omnia costantemente aggiornata e che nel 1979 – quando il suo archivio verrà affidato all’Associazione «Amici di JHL» – conterrà ben 160mila tra negativi veri e propri, lastre di vetro o diapositive. Un album/diario dove, accanto alle immagini, JHL annota tutto ciò che vorrebbe fermare nel tempo; e decenni prima del Woody Allen di Manhattan compila una lista di «ciò che mi rende felice: Dio, la mia famiglia (ricca e aristocratica, con nonno e bisnonno guarda caso inventori, n.d.r.), una discreta salute e… il fatto che non mi annoio mai!»
Ma ecco che l’autochrome, con i suoi lunghi tempi d’esposizione, comincia a venirgli un po’ a noia. Soprattutto lo inquieta il fatto che, attraverso la lenta tecnica dei Lumière, non possa inseguire movimento e velocità, suoi precipui motivi d’interesse. Sicché, dopo un sia pur prolungato periodo d’entusiasmo, JHL abbandona il colore in quanto fotografo, mentre gioco forza continua a impiegarlo nelle sue tele, tra l’altro «terribilmente convenzionali», secondo la sua biografa Martine Ravache. JHL tornerà alla policromia solo decenni più tardi, quando la tecnica gli metterà a disposizione apparecchiature vieppiù sofisticate e soprattutto veloci.
Il Museo dell’Elysée di Losanna, con la mostra intitolata La vie en couleurs ci offre l’occasione di (ri)scoprire un Lartigue certo meno frequentato (e visto) di quello reso celebre dai suoi scatti in bianco e nero. Fatte salve le ovvie differenze, anche nei suoi lavori multicolor JHL conferma la sua ammirata attenzione d’esteta verso gli aspetti più piacevoli della vita: le meraviglie della natura (si va dal pittorialismo alle still life spesso tendenti all’astrattismo), le belle donne a passeggio sul Bois de Boulogne, gli amici (Sacha Guitry, Picasso, Fanny Ardant, Edward Steichen canuto come il suo grosso cane pastore, Federico Fellini: «Non è né alto né grosso, ma ugualmente mi sembra un gigante e mi guarda un po’ come un padre felice del fatto che il suo figliolo sia divenuto il primo della classe»).
Emergono empatia e rispetto verso ciò che finiva davanti al suo obiettivo. E del resto lo stesso JHL confessava: «La sola cosa che conta per me è cogliere («attraper») tutto ciò che mi meraviglia. Se deformo invece di cogliere, beh… allora non sto lavorando bene».
