La vita segreta dei giocattoli

by Claudia
10 Ottobre 2022

Tra il ludico e il dilettevole - Quando un giocattolo, una bambola, o un pupazzo diventano i protagonisti di una storia

È risaputo che il tempo libero sia fondamentale per la crescita dei bambini, e per lo sviluppo della loro autonomia futura. E nulla come il gioco, nelle sue molteplici varianti, può trasformare il tempo libero in un’occasione per sperimentare, creare, e scoprire. Il giocattolo stimola la fantasia, e regala l’accesso a mondi immaginari dove, spesso e volentieri, un pupazzo, una bambola, o dei soldatini, diventano protagonisti di incredibili avventure. Ma la magia che il giocattolo porta nel mondo non si limita al periodo dell’infanzia, tanto che anche noi adulti ci ritagliamo momenti preziosi in cui, attraverso il gioco, leggendo favole e altre storie fantastiche, torniamo un po’ bambini, rinegoziando il confine fra il reale e la fantasia.
Oppure, semplicemente, l’adulto si rende utile fornendo al bambino la cornice adatta a sperimentare incontri felici tra l’attività ludica e la letteratura per l’infanzia. Lo sa bene la cooperativa bellinzonese Baobab, attiva nell’ambito dell’integrazione e della solidarietà, che di recente si è fatta promotrice de «La notte dei pupazzi»: una bella iniziativa di carattere ludico, ma anche educativo, rivolta ai bambini e alle bambine dai tre agli otto anni e ai loro pupazzi e orsacchiotti preferiti. Durante una serata che si è svolta presso la biblioteca interculturale della cooperativa, in Via Magoria 10, i partecipanti hanno ascoltato storie lette ad alta voce in compagnia dei loro amici di pezza. Poi, a una certa ora, mentre i bambini tornavano a casa a dormire, pupazzi e orsacchiotti sono rimasti soli, passando la notte in biblioteca. Il mattino successivo, i bimbi sono tornati a riprendere il loro pupazzo. Cosa avranno combinato i loro amici di pezza, durante la notte, lontano dai loro occhi? Chissà quante storie e avventure avranno avuto da raccontare ai bambini l’indomani!
Con la discreta complicità degli adulti ecco che, come per incanto, al mattino i pupazzi si trasformano in messaggeri, consigliando ai bambini nuove storie da ascoltare e da scoprire. Al termine dell’evento, infatti, ogni bambino è tornato a casa con un libro selezionato accuratamente dal proprio pupazzo preferito.
Questo invito alla lettura rivela molto bene come, per i bambini, non c’è niente di strano se un pupazzo possiede una vita propria. Per loro, i giocattoli sono del tutto simili agli oggetti magici che ritroviamo nelle fiabe, e che sono dotati della qualità unica di trasformare, anche solo temporaneamente, la realtà. La centralità del giocattolo nel nostro processo di crescita è stata più volte sottolineata, oltre che dalla psicologia – con autori come Jean Piaget o Donald Winnicott –, anche dalla letteratura, dal cinema, e dal teatro, che hanno ripetutamente insistito sulla possibilità che i manufatti ludici vivano di vita propria.
Anche noi adulti, memori della porosità fra immaginazione e realtà tipica dei giochi d’infanzia, a volte ci entusiasmiamo quando un giocattolo, una bambola, un pupazzo, entrano nella letteratura, nel cinema, e nel teatro. Cosa succede quando un oggetto che, già in partenza, è impregnato di un forte immaginario ludico, entra in uno spazio che, per definizione, è quello dell’invenzione?
La carica di evasione propria al giocattolo non può che venire potenziata nello spazio dell’immaginazione. Lo illustra molto bene Toys. Storie di bambole di soldatini & Co, un’antologia di racconti curata da Christian Delorenzo ed edita da Einaudi nel 2021. Fra «pupazzi che vogliono perdere le cuciture per prendere vita», «soldatini che bruciano letteralmente di passione per ballerine di carta», e bambole che vivono in società e abitano case in miniatura, ogni racconto svela scenari sorprendenti dove, in un modo o nell’altro, i giocattoli diventano i veri protagonisti. Nell’introduzione alla raccolta – che propone una scelta di autori quali Nathaniel Hawthorne, Edith Nesbit, Hans Christian Andersen, Agatha Christie, Luigi Pirandello, Katherine Mansfield e Charles Baudelaire –, Delorenzo ci invita però a mostrare una certa cautela nel decifrare il segreto di tanta vitalità. Dietro a queste manifestazioni di autonomia, ci ricorda il curatore dell’antologia, si intravede pur sempre la trama incessante della fantasia che immagina e proietta. Ma non è una cosa negativa, tutt’altro: «perché le cose possono avere un’anima – afferma Delorenzo, nell’introduzione –, o meglio, possiamo essere noi a dargliela, ed è in questa attività profondamente ludica che gli sguardi della tribù, del bambino e dell’artista, ma pure dello scienziato, s’incrociano». Non bisogna dimenticare, dunque, che la fantasia è alla base del gioco (il famoso «fare come se»), come hanno ben mostrato autori al pari di Johan Huizinga in Homo Ludens o Roger Caillois in I giochi e gli uomini. Più avanzano i confini della fantasia e dell’immaginazione, e più sconfina anche l’anima degli oggetti.
E come la mettiamo allora con i giocattoli di ultima generazione, quelli dotati di intelligenza artificiale? Prendiamo Klara, l’insolita voce narrante dell’ultimo romanzo di Kazuo Ishiguro. Klara è un robot alimentato da energia solare: sistemata nella vetrina di un negozio aspetta, paziente, di trovare un legittimo proprietario. Un giorno, un po’ inaspettatamente, arriva Josie, una ragazzina che la elegge nonostante la concorrenza di modelli tecnologicamente più avanzati. Da quel momento Klara dovrà essere amica di Josie, starle vicino, sostenerla. È l’inizio di una missione di cui Klara coglierà progressivamente il senso e la portata, e che le imporrà delle sfide a cui dovrà far fronte con grande dedizione, sacrificio, e spirito di iniziativa.
Ma allora le macchine possono avere un’anima? Questione di punti di vista. Sebbene, a ben vedere, siamo pur sempre noi a dare dell’intelligente a una macchina, o a regalarle un’anima, anche quando siamo al cospetto di indubbi prodigi della tecnologia. Allo stesso modo, nulla ci impedisce di pensare che anche i manichini dei negozi alla moda potrebbero prendere vita. Mi è successo quest’estate a Londra quando, con la coda dell’occhio, ho visto un manichino in completo Hugo Boss che, dietro la vetrina, correva sul posto. Correva veramente, non sto scherzando. Forse sta ancora correndo: o magari si è fermato, si è arreso alla crisi energetica.