Il paradosso del cosplayer

by Claudia
18 Settembre 2023

Si è da poco svolta a Nagoya, in Giappone, una manifestazione che da tempo richiama grande attenzione all’interno di un ambito giovanile per certi versi quantomeno settario: si tratta di The World Cosplay Summit, campionato internazionale dedicato esclusivamente ai cosplayer – un evento che riflette l’incredibile diffusione di un’attività (il cosplay, appunto) sviluppatasi nei Paesi orientali, e poi gradualmente diffusasi in tutto il mondo dalla fine degli anni 70, quando veniva semplicemente definita come il desiderio di vestirsi – o meglio, travestirsi – in modo da assomigliare in tutto e per tutto ai propri personaggi preferiti (solitamente appartenenti al mondo dei manga e degli anime, ovvero dei fumetti e cartoni animati giapponesi).

Quest’hobby in stile «carnevalesco», in cui giovanissimi appassionati (soprattutto tra i quindici e trent’anni, ma non solo) investono notevoli quantità di tempo e denaro nel tentativo di rendere i loro costumi il più fedele possibile a quelli dei propri beniamini, ha oggi subìto una drastica mutazione: con l’avvento dell’epoca dei social network, quella dei cosplayer si è presto tramutata in una vera e propria setta, che, animata dalle proprie regole, esigenze ed etica, ha ormai travalicato qualsiasi confine geografico e culturale per trasformarsi da moda in stile di vita. Alla stregua di una religione pop, è divenuta per molti un’occupazione a tutti gli effetti, al punto da assorbire gran parte delle energie di chi la pratica.

Così, laddove una volta si usava «vestirsi» soltanto in occasione di rare fiere del fumetto o altri eventi particolari, oggi l’attività del cosplay è molto più pervasiva, soprattutto a causa del fatto che la moderna cultura dell’immagine non è semplicemente parte integrante del mondo dei social, ma anche di un universo quotidiano in cui le parole contano sempre meno e il potere evocativo sembra risiedere esclusivamente nello stimolo visivo; tanto che alcuni YouTuber e cosiddetti influencer si identificano a tal punto con il loro travestimento preferito da presentarsi ai propri follower in quella veste, divenendo così vere e proprie personalità virtuali. Del resto, anche alle nostre latitudini le convention dedicate al fenomeno non mancano: su tutte, la Zurich Pop Con, che, con una certa lungimiranza, si presenta come festival dedicato «al gaming, al cosplay e alla cultura pop» – lasciando intendere che le tre cose sono ormai intrinsecamente legate tra loro, all’interno di quell’universo giovanile in costante mutamento nel quale, dall’adolescenza in poi, i nostri ragazzi s’immergono.

In realtà, il fenomeno risulta intrigante non solo da un punto di vista culturale, ma anche psicologico, in quanto sembra attingere direttamente alla passione per il camuffamento e la dissimulazione che da sempre contraddistingue il mondo online, e che oggi si è fatta più presente che mai; in altre parole, il desiderio di vestire altri panni (e, nel mentre, occultare sé stessi) è divenuto l’effettiva priorità, quasi a voler nascondere, o comunque trascurare, il lato più «banale» e quotidiano dell’esistenza. La scelta di abbigliarsi a immagine e somiglianza degli eroi pop di quest’epoca rappresenta così l’identificazione con l’unico mondo nel quale i ragazzi di oggi si riconoscano, e a cui sentano di appartenere – quello della cultura popolare. Un mondo che, nella sua accezione giovanile, è intriso di tematiche fortemente attuali quali la fluidità gender, il ritorno del femminismo e le sfide legate alla salute mentale; spunti che, in effetti, trovano ampia possibilità di espressione nell’attività del cosplayer, in grado di mutare forma e aspetto a proprio piacimento.

Forse, proprio in questo risiede il fascino di un simile hobby: nella possibilità di incarnare, e diventare simbolo stesso, di qualsiasi causa o scopo si ritenga degno di essere rappresentato – divenendo, in un certo senso, la versione moderna (e depoliticizzata) di un più tradizionale manifestante dei tempi andati. Come a suggerire che il salto generazionale abbia oggi portato a una nuova sorta di consapevolezza sociale – meno dogmatica e più individualista, forse, ma, comunque, a tutti gli effetti legittima e vitale.