Espellere uno straniero indesiderato non è mai stato facile. Serve un motivo, o almeno un pretesto. E nemmeno un decreto è sufficiente. Gli stranieri hanno la pretesa di appellarsi ai tribunali, di opporre resistenza. Dicono che la loro vita è ormai qui. Vogliono restare, perfino in condizioni degradanti. Gli italiani ci sono riusciti quasi solo in tempo di guerra. Ma sempre – come oggi – solo se le autorità del Paese di provenienza collaborano. Così è capitato alla sventurata Stanislawa W.
Stanislawa, figlia di Joseph e Kamila, nata nel 1892, è «un’artista teatrale polacca». Viene denunciata nel luglio del 1915, quando dalla tournée in Sicilia torna a Roma, in una pensioncina dietro Fontana di Trevi, dove alloggiano altre giovani straniere che gravitano fra café chantants, palcoscenici e studi cinematografici. Vive in Italia da anni. È una ballerina. Gli italiani la ritengono suddita tedesca mentre lei «si spaccia» come russa (ma forse non mente: gran parte della Polonia è annessa all’Impero zarista). L’accusano di cercare di ottenere «segreti militari» dagli ufficiali italiani che attira. Il Ministero chiede la sua espulsione.
In realtà Stanislawa è l’amante di un tenente molisano della Fanteria, che quando può la mantiene (l’ultimo vaglia è di 400 lire). Giovanni F. non si lascia intimidire: trascorrono due settimane di vacanze ad Anzio, poi lui torna in servizio e lei affronta il processo. A dicembre la condannano a tre mesi di reclusione. Stanislawa fa appello. Lascia la pensione, in cui è ormai sgradita, e si trasferisce a via Sistina. Ha ancora dei risparmi. Quando il tenente F. ottiene un congedo per motivi di salute si rivedono. Pranzano insieme al ristorante. Una spia della Questura li segue. La straniera «non dà luogo a rimarchi».
Nel mese di febbraio del 1916 viene assolta per insufficienza di prove. Non sussistono elementi per la sua espulsione. Ma di cosa vive, per undici mesi, quando il tenente torna in guerra e lei resta in una città ostile? Si arrangia come può. Poi Giovanni, gravemente ferito al fronte, viene mandato in convalescenza all’ospedale dell’Addolorata, nella capitale. Lei va a trovarlo ogni giorno. Lo promuovono capitano. Stanislawa prende in affitto un appartamento, dove lui trascorre tutti i pomeriggi. Non sa che gli agenti riferiscono che la sera, quando il capitano di fanteria F. se n’è andato, lei esce da sola. Sta fuori tra le 21 e le 24. Insomma, frequenta altri ufficiali, si fa vedere con loro in pubblici ritrovi e coi «proventi delle sue relazioni intime» si paga l’affitto. Il fatto che parli l’italiano è un’aggravante. Un ufficiale riferisce i suoi discorsi: Stanislawa denigra il nostro esercito. Racconta che alle famiglie dicono che i loro figli sono morti in combattimento, mentre sono stati fucilati per diserzione. La sua «equivoca condotta morale» dà luogo a «sospetti di natura politica». Nel maggio del 1917 si propone il suo internamento in Sardegna.
Ma non è abbastanza. Il 24 giugno il Ministero predispone l’espulsione. Un agente in borghese la accompagnerà a Voghera, dove sosterà 30 giorni. La precede un fonogramma con i connotati. Età 25 anni, statura regolare, capelli biondi, fronte alta, sopracciglia castane, occhi celesti, naso regolare, bocca piccola, mento tondo, viso ovale scarno, colorito roseo, vestita elegantemente.
Il 6 agosto 1917 viene avviata a Como, per essere accompagnata alla frontiera, in esecuzione dell’ordinanza di espulsione. Senonché l’ufficio di P.S. dello scalo ferroviario di Como la trova in possesso di documenti compromettenti e la arresta per spionaggio. Stanislawa finisce in carcere. Ci resta fino al 27 marzo del 1918, quando il Tribunale Militare di Roma la assolve di nuovo dall’imputazione di tradimento per insufficienza di indizi. Ma non è libera. Il 17 aprile viene disposta la traduzione sull’isola di Ventotene, in internamento.
Riesce a tornare a Roma solo nel giugno del 1919. Si ferma all’hotel Tunnel. Nel frattempo il mondo è cambiato: la guerra è finita, suo padre è morto, il capitano è sparito, la Polonia è uno stato indipendente. Le autorità cercano di accordarsi col Comitato nazionale polacco affinché si accolli il suo rimpatrio. E così avviene. La mettono su un treno che – via Trento e Innsbruck – la riporterà in Polonia. Stanislawa viene espulsa nell’agosto del 1919. L’unica sua colpa provata: essere una donna – straniera, sola.