Prospettive - Le serie tv Wave Makers e Queenmaker raccontano anche all’Occidente l’essenza di Taiwan e della Corea del Sud
Se vuoi costruire l’identità di un Paese, far conoscere al mondo la sua normalità, nonostante le tensioni geopolitiche, se vuoi che il mondo sia solidale e coinvolto, hai bisogno di una serie tv. Wave Makers, uscita quest’anno sulla piattaforma di streaming più famosa del mondo, ha accorciato le distanze tra l’Occidente e un Paese particolare, non riconosciuto dalla maggior parte della comunità internazionale, rivendicato dalla Cina come un’ossessione: Taiwan. L’isola che Pechino minaccia sempre anche a livello militare al fine di raggiungere, prima o poi, quella che definisce «l’inevitabile riunificazione», ha costruito la sua identità sulle differenze con la Repubblica Popolare Cinese.
Oggi Taiwan è considerata una delle democrazie più vibranti dell’Asia orientale, democratica e con uno stato di diritto solido. E Wave Makers, consigliata perfino dalla presidente taiwanese Tsai Ing-wen, descrive la democrazia taiwanese meglio di qualsiasi articolo di giornale. Scritte da Chien Li-ying e Yan Shi-ji e dirette da Lin Chun-yang, le otto puntate della serie raccontano le vite di un gruppo di persone impegnate in una campagna elettorale presidenziale. C’è la capa delle pubbliche relazioni ambiziosa e che vorrebbe candidarsi, c’è il team dei social network, gli stagisti, gli intrighi e le strategie tipici di una fiction politica. Ma a rendere Wave Makers importante anche per l’immagine di Taiwan nel mondo, c’è il fatto che ogni puntata affronta un tema fondamentale per la società, e il modo in cui certe priorità diventano materia di dibattito politico: dalla pena di morte all’immigrazione, dall’ecologia all’omosessualità, fino al tema caldo delle molestie.
Wave Makers è servita a far scoprire, anche ai Paesi occidentali, che la democrazia di Taipei è molto più simile alla nostra di quanto si credesse. A essere davvero distante è invece il paludato mondo autoritario della leadership di Pechino guidata da un partito unico, il Partito comunista cinese. Ma c’è di più. In una delle storie parallele a quella principale, cioè la campagna elettorale, una ragazza che lavora nel team del partito racconta alla sua superiore di essere stata molestata da un uomo del suo staff. Nonostante la notizia potrebbe danneggiare l’immagine pubblica del partito, la donna insiste con la sua collaboratrice per andare avanti con la denuncia. Il grande successo della serie tv, anche nel pubblico taiwanese, ha dato il via a una serie di riflessioni sulle molestie contro le donne, che ha portato a decine di denunce e a quello che è stato definito il «momento #MeToo» di Taiwan.
Grazie a serie tv come Wave Makers l’America e l’Europa hanno realizzato che le campagne elettorali nei Paesi democratici asiatici sono una festa, una forza vitale e trasformatrice nella vita delle persone, che influenza il loro impegno per il bene comune. C’è mobilitazione, coordinamento, canzoni create ad hoc, allegria. Ed è soprattutto in Paesi come Taiwan e Corea del Sud che il momento più importante del processo democratico non viene accompagnato da rabbia e recriminazioni – non solo, almeno – e il motivo va forse ricercato nel processo collettivo che ha portato quei Paesi alla democrazia. Sia Taiwan sia la Corea del Sud hanno dovuto attraversare lunghissimi periodi di buio, governi autoritari e leggi marziali prima che le sollevazioni popolari aprissero lentamente alla democrazia. Era il 1987 quando il Governo nazionalista taiwanese guidato dal partito Kuomintang tolse la legge marziale nell’isola. Quella legge, inizialmente imposta per paura delle infiltrazioni comuniste dopo la Guerra civile cinese, era durata quasi 40 anni e vietava la costituzione di nuovi partiti politici, dava libertà assoluta ai militari di censurare, arrestare, perquisire, limitava ogni pubblica espressione critica. Qualche anno prima, nel 1980, a un migliaio di chilometri a nord della capitale taiwanese Taipei, nella città sudcoreana di Gwangju le proteste di centinaia di universitari, impiegati, cittadini contro il Governo militare e la legge marziale erano state represse nel sangue.
Oggi anche in Corea del Sud il processo democratico è seguito dalla popolazione con grande attenzione, ed è tema di numerose serie tv – quelle coreane si sono imposte già da qualche anno anche a livello internazionale. Queenmaker, diretta dal regista sudcoreano Oh Jin-seok, è una serie uscita più o meno nello stesso periodo di Wave Makers. Racconta la storia di due donne diverse: una è quella che insabbia i problemi di un grande e potente conglomerato industriale, l’altra un’avvocata per i diritti umani che svela le pericolose relazioni tra business e politica. Le due alla fine si alleeranno per vincere la corsa a sindaca di Seul, ma soprattutto per strapparla a un contendente senza scrupoli. Con i suoi intrighi machiavellici, anche Queenmaker è una perfetta rappresentazione del processo democratico sudcoreano e dei suoi protagonisti, spudorati quando si tratta di manipolare l’opinione pubblica e gli elettori. Meglio di un romanzo, la serie è in grado di denunciare certe pratiche scorrette – la corruzione prima di tutto – ma al fondo di ogni puntata c’è una vera ossessione per le regole della democrazia, un punto d’orgoglio per un Paese che ha dovuto versare del sangue per raggiungerla.
