La prigione di Turi, in Puglia, è oggi sovraffollata e nessuno controlla che le condizioni di detenzione siano conformi alla legalità
Turi, bianco paesino pugliese di vecchie case a due piani nella campagna a sud di Bari. Venerdì, giorno di mercato. Sui banchi in fila con il cartello «tutto a 1 euro» s’allunga l’ombra cupa di una garitta armata. Il gabbiotto blindato è al centro del paese, appeso a tre metri da terra all’angolo di un antico convento. Tutto qui è cresciuto attorno a quell’edificio di pietra. La piazza, i giardini con le panchine, le altalene e lo scivolo. Finito di costruire nel 1850 come ritiro delle Clarisse, il palazzo fu requisito trent’anni dopo per farne un carcere.
Il grande portone di legno sul marciapiede si apre. E un attimo dopo si richiude. Ufficio del controllo di polizia, altre due porte blindate. La guardia carceraria fa scattare la serratura dell’alto cancello di ferro sotto la lunga scala stretta che sale alla prima sezione. Una cella con un letto solo, vuota, più grande delle altre. Qui fu rinchiuso per oltre 5 anni Antonio Gramsci, matricola 7047. Qui, il fondatore e dirigente del Partito comunista, scrisse i suoi Quaderni del carcere. Tutto è rimasto intonso: il suo letto, la sua coperta, la sua scrivania. E di fronte a questo spazio da pellegrinaggio laico, tenuto come una stanza di museo, una cella quadrata con luce elettrica, gabinetto senza soffitto né bidet, acqua solo fredda. Ci vivono in tre. Il più anziano si affaccia, ha le gambe gonfie, viola, coperte di cicatrici, è chiaramente malato. «Me ne hanno messo un altro stamattina», ci dice. «Ho detto alle guardie che io non posso arrampicarmi sul letto a castello e loro mi hanno messo la brandina a terra quindi qua non ci si muove più. Non c’entriamo. Ho chiesto di mandarmi giù in cella di isolamento, lontano da qui: siamo troppi! Ma la guardia mi ha risposto: “Sì, ora ti ci mando davvero e ti faccio pure rapporto disciplinare”». Dietro di lui un ragazzo sulla trentina sta accucciato, zitto e guarda serio, ha l’aria di essere appena arrivato. Cerca un angolino per poggiare una maglietta piegata e non lo trova. In fondo al corridoio, nella cella 5, fu detenuto l’ex presidente della Repubblica Sandro Pertini (iscritto al Partito socialista unitario dal 1924, venne incarcerato e confinato durante il fascismo). Anche lì ora stanno in tre. Condannati per furto e spaccio.
ll 5 novembre del 1926 il regime fascista di Mussolini emise le norme «per la sicurezza e la difesa dello Stato», parte delle leggi «fascistissime», ossatura normativa dello Stato totalitario approvata in blocchi a partire dal dicembre 1925. Sciolti d’imperio tutti i partiti, le associazioni e le organizzazioni contrarie al regime; cancellati tutti i giornali d’opposizione e il diritto di sciopero; istituito il confino di polizia per i dissidenti, introdotta la pena di morte per chi avesse attentato alla vita dei reali e del duce; istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato; Mussolini si autoproclamò ministro dell’Interno. Tre giorni dopo, nonostante l’immunità parlamentare, Antonio Gramsci venne arrestato insieme a tutti gli altri parlamentari del gruppo comunista. Lo portarono prima a Regina Coeli, prigione romana, poi al confino di Ustica, a San Vittore a Milano, poi a Porto Longone (Isola d’Elba) e infine a Turi perché le sue condizioni di salute erano gravi e lì c’era una stanzina adibita a infermeria che dava al carcere la fama di lazzaretto. A causa di un aggravamento delle sue condizioni di salute, nel 1933 venne trasferito in una clinica a Formia, sul Tirreno, a nord di Napoli. Il 25 ottobre 1934 ottenne la libertà condizionale, che al contrario di oggi non chiedeva il «ravvedimento» da parte del detenuto. Gramsci non si piegò mai a chiedere la grazia a Mussolini pur sapendo che l’avrebbe avuta. Mussolini era ossessionato da quell’intellettuale sardo, gli sarebbe bastato un segno di riconoscimento per graziarlo. Non lo ebbe mai.
Gramsci fu assegnato al penitenziario di Porto Longone per scontare una pena di oltre 20 anni di reclusione. Alla richiesta del pm Michele Isgrò – «il cervello per vent’anni non gli deve funzionare» – il presidente del tribunale speciale, Alessandro Luigi Saporiti, aggiunse una pena accessoria in denaro e 3 anni di vigilanza. Alla fine, per timore che morisse in cella, mandarono Gramsci a Turi. Arrivò nell’agosto del 1928 insieme a due detenuti comuni lombardi. Nel 1979 Sandro Pertini, divenuto presidente della Repubblica italiana, volle entrare in carcere a Turi e visitare la cella del suo amico. Disse: «Ci vado da solo». Il suo segretario d’allora, Antonio Ghirelli, disse poi di aver violato il dovere di discrezione e di aver sbirciato: «Ho visto il presidente Pertini che accarezzava il letto vuoto». I detenuti politici avevano un cortile tutto per loro, diviso da quello dei detenuti comuni a mezzo di un doppio muro. Lì Gramsci andava nelle ore stabilite dal regolamento e s’incontrava con gli altri compagni che allora erano una cinquantina.
L’ergastolano Faedda vedeva tutti i giorni Gramsci. Faedda nel 1928 faceva pulizia nelle celle, portava il vitto giornaliero ai detenuti e così lasciava pacchi, libri, riviste. Per questi servizi riceveva dall’Amministrazione 14 lire al mese. Quando al mattino entrava nella cella di Gramsci faceva spesso con lui una chiacchierata in dialetto sardo. Delle testimonianze d’allora le ha lasciate la guardia scelta Vito Semerano che faceva il turno nel braccio dei «Politici», al primo piano. Ha detto di Gramsci: «Copiava sempre dai libri e mi chiedeva i quaderni per scrivere. Quando ne aveva riempito uno, me lo consegnava e io lo passavo al direttore. Una volta bollate le pagine, veniva depositato in magazzino». Gramsci preferiva depositare i suoi quaderni per evitare che nelle perquisizioni venissero sciupati. Qualche volta si faceva comprare dell’inchiostro fuori dal carcere perché migliore. Chiedeva dieci quaderni al mese. Semerano ricorda ancora che alla partenza da Turi furono riempite quattro casse di libri e manoscritti.
Tutto nella prima sezione è rimasto come allora, ma le celle sono ora sovraffollate – 113 posti, 153 detenuti – e rese semibuie da lastre smerigliate messe tra le due file di grate e la rete alle finestre. Entra poca aria e pochissima luce. Si tratta però di una delle prigioni italiane considerate «meno afflittive». Casa di reclusione, dovrebbero starci solo persone condannate a più di cinque anni. Invece mandano dalla prigione di Bari anche detenuti in attesa di giudizio o condannati a un paio d’anni. Che qui vengono dimenticati fino a chiamata del giudice. Non lavorano, non studiano. «Non possiamo fare niente, ci tengono qui ad aspettare, solo aspettare», dice uno dei più giovani, barese. Di magistrati di sorveglianza qui non se ne vedono da anni. I funzionari del penitenziario, a occhi bassi, confermano: «Non vengono mai, il tribunale non li manda, non se ne occupano proprio». Ci sono quindi magistrati pagati dallo Stato italiano per svolgere tra i loro compiti quello fondamentale di verificare che le condizioni di detenzione siano conformi alla legalità che qui non hanno mai messo piede. I detenuti lo sanno e non possono protestare per questo altrimenti rischiano la punizione, il rapporto disciplinare. Lo Stato italiano rinchiude nel carcere di Turi persone condannate per aver violato la legge. Legge che, in prigione, loro vedono tutti i giorni violata. Con tanti saluti alla Costituzione e allo scopo rieducativo della pena.
