La strage degli innocenti e la Jihad

by Claudia
30 Ottobre 2023

Quella di Hamas è una guerra per la supremazia islamica e i civili continuano a soffrire

Lo scorso 7 ottobre in una bella mattina di sole Hamas, che non è un «gruppo combattente» o «di resistenza» ma un’organizzazione terroristica, ha invaso la zona sud di Israele, via terra e via cielo con un contingente di miliziani in deltaplano. Ammazzando più di 1400 persone. Quasi tutti civili, quasi tutti disarmati. Ragazzi che ballavano a un rave, per la maggior parte volontari addetti agli aiuti umanitari nella vicina Gaza. Famiglie intere, anziani, bambini. Massacrati, decapitati, torturati, bruciati vivi nelle loro case mentre i miliziani di Hamas filmavano per inviare i video alle loro madri e ai loro padri che dovevano essere fieri di loro. Cartoline dall’inferno, si chiamano. Duecentoventi persone sono poi state prese e trascinate come trofeo a Gaza. Alcuni ostaggi sono ultranovantenni, sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti. Alcuni hanno solo pochi mesi e chissà se sono ancora vivi.

La storia prosegue con l’attacco di Israele alla striscia di Gaza, attacco che mira a sradicare una volta per tutte Hamas, che è al Governo di Gaza dal 2006, dopo il ritiro di Israele dalla Striscia. Hamas che non è un partito politico, è bene ribadirlo ancora, ma un’organizzazione terroristica che ha come scopo nel suo statuto la distruzione dello Stato di Israele, la creazione di un califfato islamico e l’implementazione della Sharia (la legge islamica) nell’area geografica e nel resto del mondo. Uno statuto simile a quello di altre organizzazioni jihadiste, dall’Isis ad Al Qaeda alla Lashkar-e-Toiba. Hamas governa Gaza dal 2006, dunque.

E su Gaza piovono ogni anno aiuti umanitari per miliardi di dollari da tutto il mondo. Però Gaza non ha acquedotti né centrali elettriche, né scuole né ospedali né tantomeno posti di lavoro. Luce e acqua vengono fornite da Israele, così come la maggior parte dei posti di lavoro. Le scuole e gli ospedali sono a carico delle organizzazioni internazionali: perché Hamas usa il denaro dell’Occidente per costruire razzi, per rifornirsi di armi e per fare abitare al Four Season di Doha i suoi ideologhi. Sotto Gaza c’è una città sotterranea da cui, come ratti, i terroristi escono per massacrare civili. Israeliani o palestinesi, non fa differenza. Israele bombarda Gaza, mentre Netanyahu avverte «ci stiamo preparando per l’attacco di terra» (quando andava in stampa il giornale non era ancora partito), avvertendo i civili di evacuare alcune zone: Hamas impedisce ai suoi di andarsene, perché ogni bambino morto, ogni civile ucciso dai bombardamenti diventa moneta di scambio per i terroristi. Chi scrive ha visto la stessa strategia messa in atto in giro per il mondo da ogni gruppo terrorista di matrice islamica.

Nulla di nuovo, nulla di diverso dalla Siria, dall’Afghanistan, dall’Iran. Per i loschi figuri della Jihad internazionale, donne comprese, diventare un martire è un onore e un vanto. L’Iran ha finanziato e finanzia Hamas e i degni compari libanesi Hezbollah. L’Iran, che sta reclutando in Afghanistan e in Pakistan jihadisti da mandare a combattere a Gaza: e poco importa che tra sunniti e sciiti ci sia poca empatia. L’odio per gli ebrei accumuna entrambi, ed è più forte al momento delle differenze settarie. Ebrei, volutamente, e non israeliani. Perché chiunque pensi che questa guerra non sia una guerra di religione si sbaglia di grosso. Chiunque pensi che l’internazionale della jihad e della supremazia islamica non abbia nulla a che vedere con il massacro perpetrato da Hamas, si sbaglia di grosso. Quella di Hamas non è una guerra di libertà, non è una guerra di liberazione. È una guerra per la «soluzione finale» e per la supremazia islamica. Di cui noi siamo in un certo senso complici.

Tra quelli che sfilano in Europa, in Canada e negli Stati Uniti, molti non domandano la liberazione dei palestinesi e la fine del massacro di civili. Altrimenti marcerebbero chiedendo il rilascio degli ostaggi e la consegna dei capi di Hamas. Tra i manifestanti di Londra tanti inneggiavano alla Jihad e allo sterminio degli infedeli sventolando bandiere dell’Isis e dell’Hizbul-Tahrir (altro gruppo terrorista). E non capire l’arabo o l’urdu non è una scusante per quelli che, come il leader dell’opposizione Jeremy Corbyn, marciavano alla testa del corteo. A Bologna una ragazza avvolta in quel sudario nero chiamato hijab, sventolava un cartello che diceva testuale: «Incontrerete di nuovo Hitler all’inferno». A Berlino alcuni pacifici rappresentanti della «religione di pace» hanno scatenato risse in vari punti della città. In Francia alcune persone sono state accoltellate. Una donna rabbino è stata uccisa in America. Eppure nessuno ha detto nulla. Anzi. Le più prestigiose università del mondo emettono comunicati in favore di Hamas, così come divi di Hollywood e intellettuali. A New York sfilano i «queer for Palestine» che equiparano la lotta di Hamas alla lotta dei neri per i diritti civili: qualcuno dovrebbe informarli che in Palestina gli omosessuali li buttano giù dai palazzi, ma va bene così. Perché tanto non avrebbe effetto. E mentre in tutto l’Occidente spira un forte vento di antisemitismo, quell’antisemitismo che credevamo scomparso, mentre perfino Fausto Bertinotti viene riesumato in Italia per dire che la sinistra non è mai stata antisemita; anche i portavoce della Casa Bianca si preoccupano di sottolineare che «l’islamofobia non è tollerata a Washington».

Sfiliamo per Hamas, chiedendo a gran voce che a Gaza vengano inviati non soltanto cibo e medicine ma anche carburante per ragioni umanitarie. Perché a Gaza manca ormai tutto, vero. Tutto, tranne i razzi, tranne le munizioni. Perché Hamas ha fatto scorta di armi, ma non di acqua e cibo per i civili. Manca il carburante per far funzionare i generatori degli ospedali, ma non quello per continuare a lanciare razzi dai cortili degli ospedali suddetti e delle moschee. E a noi mancano ormai il senso critico e la forza per indignarsi ancora: per i civili massacrati, per i bambini morti, per i bambini di Gaza e per quelli israeliani. E per ricordarci di cosa significa davvero la parola libertà.