La guerra tra Hamas e Israele è asimmetrica e potrà essere interrotta solo da tregue, mai dalla vittoria finale di una parte o dell’altra
La guerra fra Hamas e Israele è asimmetrica. Un’organizzazione di massa che persegue la «liberazione della Palestina» anche ricorrendo al terrorismo nelle sue forme più efferate contro lo Stato della Nazione ebraica. L’asimmetria non è solo nelle strutture, nei mezzi e nei modi, ma nel traguardo perseguito durante lo scontro. Israele vuole distruggere Hamas perché quel gruppo islamista vuole distruggerlo. Non ci riuscirà proprio perché non è uno Stato ma un gruppo jihadista. Il cui scopo è sopravvivere a qualsiasi battaglia per continuare nello «sforzo» (jihad). Orizzonte religioso, atemporale. Si possono ammazzare migliaia di terroristi, ma trattandosi di gente al servizio di una causa questa troverà altri adepti disposti a proseguirla. Così come lo Stato ebraico si considera in lotta continua per la sopravvivenza. Questa sequenza infernale lascia prevedere un conflitto che potrà essere interrotto solo da tregue, mai dalla vittoria finale di una parte o dell’altra. A meno che una non decida di suicidarsi. Chi può sconfiggere Israele oggi? A ben guardare solo Israele. Non certo i palestinesi, divisi in vari gruppi e milizie, privi di un soggetto che possa rappresentarli a un eventuale tavolo di pace. Quanto agli Stati arabi, chi più chi meno hanno da tempo smesso di credere nella causa palestinese, ammesso l’abbiano mai sposata. Sono invece interessati a stabilire rapporti economici, commerciali e tecnologici con Israele. E a comprarne alcuni sistemi d’arma con cui farsi la guerra fra loro (per esempio il Marocco, armato da Gerusalemme, contro l’Algeria, rifornita soprattutto dai russi).
Pare che il principe ereditario saudita Mohammed bin-Salman, vero capo del suo Paese, abbia commentato la guerra di Gaza ripromettendosi di ristabilire il prima possibile il negoziato oggi sospeso con Israele per un’intesa a largo spettro. Quanto ai palestinesi: «Ma che ci hanno fatto con tutti quei soldi che gli abbiamo regalato?». L’unica certezza, finora, è che dopo il 7 ottobre e indipendentemente dall’esito comunque non decisivo della guerra in corso, Israele è più debole. Perché la questione palestinese che aveva pensato di chiudere con il ritiro da Gaza e la chiara spaccatura fra Hamas e Autorità nazionale, incentivata da tutti i Governi israeliani e da Netanyahu in particolare, è tornata a occupare i media e a mobilitare parti rilevanti dell’opinione pubblica, in tutto il mondo. Potrà essere un fuoco di paglia. Probabile. Ma per ora è un fatto. Che spezza il finora riuscito tentativo di Tel Aviv di impedire qualsiasi compromesso con i palestinesi. Come a suo tempo affermato dal generale Gershon Hacohen, l’uomo che gestì lo sgombero dei coloni ebraici da Gaza, nel 2005: «Dobbiamo dire la verità. La strategia di Netanyahu è di impedire l’opzione dei due Stati. Sicché sta volgendo Hamas nel suo più stretto partner. Pubblicamente Hamas è nemico. In segreto, è alleato».
Prima del 7 ottobre la manutenzione di Gaza era garantita da copiosi flussi di denaro provenienti dal Qatar e consegnati a Hamas dai servizi segreti egiziani, dopo che gli israeliani ne avevano controllato il passaggio. Dopo il massacro di israeliani perpetrato da Hamas e da gruppetti di terroristi appartenenti alla parte più sanguinaria della galassia salafita – Stato islamico compreso – il patto è saltato. Se mai riuscisse a spianare Gaza e a sottrarla alla morsa di Hamas, Israele dovrà trovare un regime per tenere in vita quel che resterà della popolazione gaziana. Operazione difficile. Nel frattempo Tzahal, la forza di difesa israeliana, dovrà fare ciò che in questi 18 anni aveva evitato: occupare e controllare la Striscia, nel frattempo ridotta a un cumulo di rovine.
L’ideale per Israele sarebbe trasferire almeno il grosso degli abitanti di Gaza sopravvissuti alla guerra nel deserto del Sinai, sotto formale autorità egiziana. Il generale al-Sisi, presidente dell’Egitto, non ne vuol sentir parlare. Perché teme che dalla Striscia si infiltrino nel Sinai già sufficientemente instabile manipoli dei Fratelli musulmani, ideologizzati da Hamas. I suoi peggiori nemici. Piani per il trasferimento di palestinesi nel Sinai esistono da almeno vent’anni, ma l’Egitto li ha sempre rifiutati. La «Grande Gaza» proposta da alcuni strateghi israeliani, titolo della formula appena descritta, è restata lettera morta. Ma se la guerra inasprisse, la pressione dei disperati gaziani potrebbe essere tale da diventare incontrollabile. Certamente Gerusalemme non farebbe nulla per trattenerli. Intanto la guerra sta provocando riallineamenti e virate in tutta la regione. La più importante finora è la svolta pro Hamas e contro Israele della Turchia. Gerusalemme e Ankara hanno coltivato in passato, sia pur sottotraccia, importanti rapporti di collaborazione, specie di intelligence. Dopo che Erdogan, spinto dalla piazza e dall’emozione, si è schierato con i «liberatori» di Hamas, non è possibile continuare in questa intesa sotterranea. Espressa in forte chiave anti-occidentale. È il primo Paese schierato con Hamas, considerato organizzazione terroristica dagli altri. Interessante eccezione. Quanto provvisoria?
