Se l’Occidente è cieco

by Claudia
13 Novembre 2023

Per la giornalista francese Sylvie Kauffmann l’Europa è stata incapace di capire e contrastare le intenzioni di Putin

Lo shock vissuto nelle capitali europee il 24 febbraio 2022, quando la Russia invase l’Ucraina, è stato enorme. Trent’anni dopo la fine della Guerra fredda, una parte dell’Europa è ridiventata teatro di un conflitto con le sue distruzioni, i suoi crimini, le sue vittime e la disperazione che provoca. Molte domande sono sorte dopo l’invasione. Perché Putin non è stato bloccato prima? Perché gli occidentali non hanno tenuto debito conto delle mire imperialistiche del capo del Cremlino e hanno creduto di poter trattare e trovare compromessi con lui? A questi interrogativi cerca di rispondere Sylvie Kauffmann, con il suo recentissimo libro Les aveuglés (gli accecati), edito da Stock. La giornalista francese passa in rassegna il primo ventennio del secolo e mette in luce le situazioni di fronte alle quali i dirigenti occidentali hanno agito con orecchie e occhi chiusi, senza riuscire a capire le intenzioni di Putin e senza vedere le sue mire espansionistiche. Ecco alcuni esempi.

Il 12 marzo 1999 il socialdemoratico Gerhard Schröder diventò cancelliere. Un anno dopo Putin assunse la presidenza della Russia. Tra i due nacque un’amicizia profonda, che dura tutt’oggi, con festeggiamenti dei rispettivi compleanni e con posti ben retribuiti nel settore energetico russo offerti a Schröder dopo la fine della sua attività politica. Quest’ultimo rinunciò solo a una parte di quei posti, sollevando un’ondata di critiche in Germania. Ha perso i soldi e i collaboratori cui aveva diritto come ex cancelliere, ma i dirigenti del suo partito hanno rifiutato di espellerlo. In quegli anni la Germania non aveva nessuna intenzione di occuparsi delle possibili mire di Putin. Due discorsi avrebbero dovuto rendere attenti i dirigenti occidentali e indurli a riflettere sulle relazioni con la Russia, ma i segnali non vennero colti.

Il primo discorso lo tenne Putin il 10 febbraio 2007 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Putin sferrò un attacco contro gli Usa, che secondo lui volevano dominare il mondo, e criticò l’estensione della Nato fino alle frontiere russe. Dichiarò: «Le persone non si sentono più al sicuro da nessuna parte», lasciando perplesso il pubblico che lo ascoltava. Il secondo discorso è di Dmitrij Medvedev, subentrato a Putin come presidente tra il 2008 e il 2012. Il 31 agosto 2008, alla televisione russa, Medvedev enumerò i principi della politica estera russa. Citò in particolare la protezione delle popolazioni russofone, ovunque esse fossero, e la rivendicazione di una sfera d’influenza in quelle regioni dove la Russia aveva degli interessi. Sempre nel 2008, durante le Olimpiadi di Pechino, le truppe russe invasero la Georgia. «È l’inizio di un ciclo di aggressioni esterne», scrive Kauffmann. Il presidente francese Sarkozy intervenne, come presidente dell’Ue, per trovare una soluzione. Si recò a Mosca, incontrò Putin e concluse un accordo senza però includervi il principio dell’integrità territoriale della Georgia. Mosca decise allora di non ritirare le sue truppe e riconobbe l’indipendenza dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud, due province della Georgia. L’Ue non reagì veramente: non fornì nessun aiuto militare alla Georgia e non adottò sanzioni contro la Russia.

Con il ritorno di Putin alla presidenza, nel 2012, le crisi si moltiplicarono. L’Ucraina fece breccia nell’attenzione di Putin. Le manifestazioni filoeuropee, iniziate nel novembre 2013 in Piazza dell’indipendenza a Kiev e diffusesi in molte altre città ucraine, nonché i cambiamenti avvenuti al vertice del potere politico, fecero temere al presidente russo che l’Ucraina si orientasse verso l’Occidente e sfuggisse all’influenza della Russia. Putin decise allora di invadere e annettere la Crimea, con il pretesto di aiutare la minoranza russofona. Poi si orientò verso il Donbass e sostenne la rivolta delle minoranze filorusse che crearono le Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk. L’Occidente reagì escludendo la Russia dal G8 e adottando sanzioni che non ebbero però nessun effetto concreto sulla politica estera russa. Per far fronte al conflitto del Donbass si cercò in seguito una soluzione con gli accordi di Minsk, accordi che però non vennero né rispettati né applicati.

Gli eventi degli ultimi anni sono stati meno palesi ma si sono iscritti in quel trend che ha portato alla tragedia del 24 febbraio 2022. Pur privilegiando la narrazione dei fatti, Kauffmann si sofferma anche sulle ragioni dell’immobilismo dei principali Paesi europei negli ultimi due decenni. Per la Germania la principale ragione è di natura economica. Berlino sperava che i buoni rapporti economici potessero far ragionare Putin. Si è però resa così dipendente dalle materie energetiche russe da rendere difficile una qualsiasi reazione. Quando iniziò l’invasione dell’Ucraina, la Germania importava dalla Russia il 55% del suo gas, il 50% del suo carbone e il 30% del suo petrolio. La sua dipendenza energetica era ben illustrata anche dai due gasdotti Nord Stream 1 e Nord Stream 2 attraverso il Baltico. La Francia ha sempre voluto costruire un sistema di sicurezza europeo all’interno del quale ci doveva essere la Russia. Perdipiù gran parte della classe dirigente francese era russofila. L’Italia era attirata dalla possibilità di concludere affari con Mosca e, infine, la Gran Bretagna vedeva di buon occhio i soldi che i gerarchi russi trasferivano a Londra. Con la sua analisi, la giornalista francese ci immerge negli anni a noi ancora vicini e ci fa rivivere momenti cruciali. Svela le grandi linee di un periodo che non nobilita certo il vecchio Continente e che lascia aperti molti interrogativi sul futuro della democrazia occidentale, della libertà e della pace tra i Paesi.