Medio Oriente, difficile stabilire un futuro visto che Israele non ha ancora elaborato dei piani precisi per l’avvenire
Un giorno, temiamo non presto, la battaglia di Gaza finirà. È curioso come finora non vi sia stato nessun serio dibattito su che cosa ne seguirà. La ragione principale è che Israele, sorpreso il 7 ottobre dall’incursione di Hamas nel proprio territorio, non ha ancora elaborato piani precisi per il dopoguerra. Inoltre, non è affatto detto che la fine della battaglia di Gaza significhi la fine dello scontro tra Hamas e Israele. Le probabilità di allargamento della guerra, a cominciare dalla Cisgiordania e dal fronte Nord, contro Hezbollah, restano considerevoli.
Restiamo però su Gaza. La prima cosa da stabilire è se Israele, ammesso che conquisti la Striscia, intenda rimanervi. La decisione dipenderà anche dal tipo di tregua che seguirà i combattimenti in corso. La prima cosa da valutare sarà la consistenza di una resistenza residuale di Hamas e di altri gruppi, jihadisti compresi, specie nei sotterranei della Striscia. Al di là di questo, tutto lascia pensare che Gerusalemme non abbia nessuna intenzione di lasciare quella zona a qualsiasi altra entità. Certo non all’Autorità nazionale palestinese, semplicemente inaffidabile, debole e poco rappresentativa. L’idea di trasportare il modello cisgiordano, basato sulla collaborazione fra Israele e Anp, nella Striscia di Gaza appare piuttosto velleitaria. Dopo questa guerra tremenda, sostituire una formazione palestinese con un’altra sembra abbastanza assurdo.
Resta in teoria l’ipotesi di una forza internazionale di interposizione, benedetta dalle Nazioni Unite. Per esempio una coalizione di Paesi arabi e qualche neutrale più un paio di occidentali. Una possibilità che non può essere totalmente esclusa, ma che certamente questo governo israeliano non privilegia. Lo scontro non solo retorico con le Nazioni Unite e con gli operatori onusiani sul terreno sarà troppo fresco per essere semplicemente trascurato.
Assumiamo quindi che Israele resti a Gaza a tempo indeterminato. Ma con quanti palestinesi ancora nella Striscia? Stiamo assistendo in queste settimane al trasferimento forzoso di centinaia di migliaia di gaziani da nord verso sud. Tsahal ha ordinato lo sgombero anche di una parte della fascia meridionale di Gaza e tutto lascia pensare che una parte sostanziale della popolazione palestinese dovrebbe essere espulsa verso il deserto egiziano o altrove. Questo metterebbe in seria crisi i rapporti con l’Egitto. Il generale al-Sisi è stato categorico nell’escludere qualsiasi trasferimento di palestinesi da Gaza al suo Paese, in particolare nell’agitata penisola del Sinai, percorsa da bande di trafficanti e terroristi. Ma la pressione di una grande massa umana potrebbe alla fine travolgere anche gli egiziani e realizzare il sogno di molta parte degli israeliani, ovvero il trasferimento dei gaziani in Egitto.
Posto che Israele resti a Gaza, che cosa può significare questo ritorno al 2005 sul piano del più generale scontro tra Israele e palestinesi? Si continua a parlare, indifferenti ai fatti, della necessità di una soluzione a due Stati. Esclusa Gaza, a questo punto Israele dovrebbe retrocedere da gran parte degli insediamenti cisgiordani in modo da creare le premesse di una qualche forma, fittizia o poco più che decorativa, di sovranità palestinese. Nessuna componente dell’attuale Governo di destra-destra estrema è disponibile a una ritirata del genere. Anzi, all’ombra dello scontro maggiore, quello di Gaza, dopo il 7 ottobre i coloni più scatenati hanno avanzato le loro posizioni con un certo grado di protezione dell’esercito. Sicché la fine provvisoria della partita di Gaza rischia di aprire un analogo scontro, di proporzioni però superiori, in Cisgiordania ovvero nelle terre che Israele battezza Giudea e Samaria. Replicando lo scenario gaziano, questa guerra finirebbe, nei sogni di una parte consistente della destra israeliana, in una seconda Nakba. Ripetizione dell’espulsione dei palestinesi dalle terre da loro abitate in conseguenza della nascita dello Stato di Israele (1948). A questo punto a tremare sarebbe la Giordania, parallelamente all’Egitto. L’«invasione» di centinaia di migliaia di palestinesi disperati verso un territorio geopoliticamente fragile come quello retto dal sovrano hashemita provocherebbe scontri sia con le Forze armate giordane sia con la robusta componente beduina della popolazione locale.
Infine, il terzo fronte, quello libanese. Se Gaza tornasse sotto Gerusalemme, la tentazione del Governo israeliano potrebbe essere di assestare un colpo, forse non definitivo ma strategicamente importante, a Hezbollah. Il che vorrebbe dire mettere in crisi il sistema di collegamento di Teheran con i suoi agenti levantini e mediterranei. Qui però entriamo in un terreno totalmente inesplorato. Uno scontro sia pure indiretto tra Israele e Iran in Libano potrebbe coinvolgere alla fine gli stessi americani. E allora conviene fermare questa catena di ipotesi, perché sconfinerebbe in scenari che forse è meglio non esplorare.
