La lezione australiana è considerata importante perché crea una nuova prassi nei rapporti con l’autoritarismo di Pechino
Da qualche tempo, se invitati a una cena di gala a Taipei (capitale di Taiwan) è probabile che per il brindisi d’onore vi venga offerto un calice di vino australiano, magari un Syrah. La stessa cosa succede nelle sedi diplomatiche asiatiche di Paesi come Giappone, Corea del Sud, America. È un gesto politico: scegliere un vino australiano oggi è considerato un gesto solidale. I vini australiani sono stati infatti le prime vittime del violento boicottaggio economico che la Repubblica popolare cinese ha iniziato a imporre contro Canberra nel 2020, durante le fasi più dure della pandemia. C’entrava il fatto che il Governo australiano, allora guidato dal liberale Scott Morrison, avesse chiesto un’indagine internazionale sull’origine del Covid, quindi, in sostanza, sulla Cina e le sue responsabilità. Il boicottaggio non si era fermato ai vini. Si era esteso alla carne, al cotone, al carbone e al nichel. E lentamente le relazioni diplomatiche tra Pechino e Canberra si sono sempre più complicate: al metodo della coercizione economica, che la Cina ha applicato anche ad altri Paesi in passato come la Corea del Sud o la Lituania, si è aggiunta l’assertività della Repubblica popolare nel Mar Cinese Meridionale e la sua influenza sugli stati insulari del Pacifico, tradizionalmente vicini all’Australia.
Poi però qualcosa è successo. La visita di inizio novembre del primo ministro australiano, il laburista Anthony Albanese, sancisce il ritorno a una normalizzazione delle relazioni. Ma Albanese ha solo ammorbidito un po’ la retorica, a volte sopra le righe del suo predecessore Morrison. Per il resto, secondo gli osservatori, ad ammorbidire la posizione è stata la Cina. Il premier australiano ha incontrato a Pechino il leader cinese Xi Jinping in un clima di cordialità che fino a qualche mese fa pareva impossibile. Xi ha detto che la Cina e l’Australia sono destinate a diventare «partner fiduciosi» e sono sulla «strada giusta per migliorare e sviluppare le relazioni». Questo nonostante l’Australia faccia parte del Quad, l’alleanza quadrilaterale con India, Giappone e Usa, e del più importante AUKUS, il patto sulla Difesa con America e Regno Unito (i funzionari di Pechino hanno ripetuto spesso di considerare AUKUS un primo passo per un allargamento nell’area del Pacifico della Nato).
La visita di Albanese in Cina è stata confermata a metà ottobre, subito dopo il rilascio di Cheng Lei, giornalista australiana che lavorava per la tv di stato cinese CCTV e che era stata accusata di spionaggio. E ha coinciso con un lento allentamento di tutti i blocchi alle importazioni cinesi, compreso quello del vino australiano. Come abbia fatto l’Australia a gestire l’ostilità cinese è ancora oggetto di studi. Da un lato c’è di sicuro l’ammorbidimento della leadership di Pechino, che è uscita dalla pandemia – e dalla politica repressiva zero Covid – in una situazione economica molto critica: la Cina ha bisogno della globalizzazione per tornare a crescere come vorrebbe. Secondo David Uren, economista e senior fellow di uno dei think tank più importanti, l’Australian Strategic Policy Institute, Canberra «ha avuto uno straordinario successo nel diversificare le proprie esportazioni nonostante il boicottaggio della Cina. La quota cinese delle esportazioni australiane è scesa dal 42% di luglio 2021 a solo il 29% di agosto dello scorso anno». Se prima della crisi la Cina acquistava gran parte del suo fabbisogno di carbone dall’Australia, nel giro di poco Canberra è riuscita «a sostituire interamente il mercato cinese aumentando le esportazioni verso India, Corea del Sud, Taiwan, Giappone e Ue».
L’arma della coercizione economica cinese funziona sempre meno anche grazie a un meccanismo di solidarietà che è stato discusso, dentro l’Ue, per esempio, ma anche durante le ultime riunioni del G7. Si tratta di creare un sistema di automatismo che funga da deterrente contro chi minaccia di usare il commercio per scopi politici: se un Paese smette di importare il vino australiano, quelle esportazioni vengono assorbite da altri Paesi alleati, che così evitano le potenziali conseguenze economiche nefaste soprattutto sul settore produttivo. La lezione australiana è considerata importante perché crea una nuova prassi nei rapporti con l’autoritarismo di Pechino. È forse anche per questo che Xi Jinping ha deciso di partecipare personalmente, due settimane fa, al vertice dell’Asia Pacific Economic Forum di San Francisco, e di avere un bilaterale con il presidente americano Joe Biden a un anno esatto dal loro ultimo incontro (il colloquio ha ristabilito il dialogo anche se le divergenze restano). La Repubblica popolare cinese ha bisogno di riattivare i canali diplomatici con l’Occidente e i Paesi industrializzati, dopo anni di isolamento e ostilità, e soprattutto ha bisogno di tornare a parlare con l’America.
È il segno tangibile del fatto che la strategia del contenimento della Cina da parte di Biden, che ha colpito per lo più il settore tecnologico, sta avendo degli effetti. È il realismo di Xi che prende il sopravvento, nonostante la propaganda cinese continuerà a usare le crisi globali – dalla guerra della Russia contro l’Ucraina alla guerra in Medio Oriente – per criticare la leadership Usa. Ma per continuare a crescere economicamente e restare saldo al potere, anche lui sarà costretto a brindare con un Syrah australiano.
