Donne in rivolta contro il Cremlino

by Claudia
4 Dicembre 2023

In Russia le proteste isolate delle compagne dei riservisti lasciano il posto a un movimento organizzato con rivendicazioni politiche

«Sono eZausta. Ridatemi mio marito». Lo sticker apparso sui lunotti di molte automobili delle città siberiane in originale usa un sinonimo più brutale, e l’utilizzo della Z – simbolo ormai impopolare delle campagne propagandistiche a favore dell’invasione dell’Ucraina – non richiede altre spiegazioni: il marito della proprietaria dell’auto è stato mandato al fronte, e lei vorrebbe riportarlo a casa. Il movimento delle mogli dei mobilitati – i riservisti richiamati da Vladimir Putin nel settembre 2022, dopo aver perso praticamente tutta l’armata con la quale aveva lanciato l’invasione, sette mesi prima – è nato in sordina, sui social, per uscire rapidamente dal mondo virtuale. Gli episodi di protesta isolati di mogli scontente, placate dai comandanti militari con qualche soldo in più, stanno prendendo ora la forma di una organizzazione con rivendicazioni politiche. Non possono chiedere di fermare la guerra per non venire arrestate, ma nel loro manifesto esigono dai generali e dal presidente di «riportare i mariti a casa per Capodanno 2024, per sempre». «Avevamo un futuro che ci avete tolto, mandate piuttosto al fronte i vostri figli», scrive il canale Telegram «Ritorno a casa», intorno al quale verte il nuovo movimento.

Una protesta inattesa, che nasce in un terreno che il Cremlino considerava politicamente solido: i russi contrari alla guerra e alla mobilitazione erano emigrati a centinaia di migliaia, e la maggior parte dei riservisti che hanno accettato la coscrizione sono, o almeno erano, abbastanza leali al regime. Dopo 15 mesi in trincea, e senza alcuna prospettiva di tornare a casa, è proprio la base dei fedelissimi putiniani a esplodere di rabbia, soprattutto mentre i giornali riportano i casi clamorosi di assassini che avevano riempito le pagine della cronaca nera, e che si sono guadagnati la libertà dopo essersi arruolati al fronte ucraino. Tra i criminali graziati da Putin ci sono serial killer e leader di culti satanici, uno degli assassini della giornalista Anna Politkovskaja e un femminicida che ha torturato l’ex fidanzata. A loro bastano sei mesi di «espiazione con il sangue», come la chiama il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, mentre i riservisti comuni non hanno più scadenze e devono rimanere al fronte fino alla fine dell’«operazione militare speciale». A meno di non pagare: un’indagine di «Novaya Gazeta» rivela le tariffe per non venire mandati in prima linea, oppure ottenere un congedo: dai 500 ai 3000 euro, da pagare agli ufficiali.

Difficilmente però i soldati di Putin potranno tornare a casa a Capodanno: il capo dello Stato non ha ancora annunciato la sua candidatura alle elezioni di marzo prossimo, ma è evidente che non ha nessuna intenzione di lasciare il Cremlino. E anche se il voto, e il suo esito, sono ormai una pura formalità, il regime non vuole rischiare nessuna manifestazione di scontento, che secondo tutti i sondaggi esploderebbe in caso di una nuova chiamata alle armi. Gli stessi sondaggi affermano che quasi il 70 per cento dei russi sarebbe favorevole a far finire la guerra, tenendosi i territori ucraini occupati l’anno scorso. Il Cremlino però pare intenzionato a non accontentarsi: da settimane le truppe russe sono impegnate in assalti contro Avdiivka, una città nel Donbass già diventata la tomba di decine di migliaia di soldati russi, e a giudicare dalle spese militari nella finanziaria per il 2024 – circa un terzo del totale, a scapito di drastici tagli al welfare, tra cui le voci di sanità e istruzione – Putin non ha nessuna intenzione di fare passi indietro. La guerra gli ha permesso di consolidare ulteriormente il suo potere, mettendo a tacere qualunque dissenso e trasformando la Russia in una quasi monarchia. Non solo la pace verrebbe letta dai russi come una sconfitta, ma aprirebbe la necessità di occuparsi di problemi economici e sociali, subordinati ora a quella che Putin ha presentato al Concilio del popolo russo (un’assemblea di nazionalisti e gerarchi religiosi incaricata di produrre la nuova ideologia dello Stato) come una «lotta di liberazione nazionale» contro l’Occidente. Una svolta ideologica che conferma come anche un armistizio nel Donbass non possa portare una soluzione duratura: se la guerra è «esistenziale», come dice Putin, e il suo obiettivo è quello di ripristinare «l’unione storica di ucraini, russi e bielorussi», Mosca non vorrà fornire garanzie di sicurezza e sovranità a Kiev. Che a sua volta si sta scontrando, per la prima volta, con un dibattito interno sulle prospettive del conflitto.

La controffensiva estiva non è stata il blitz sperato da Volodymyr Zelensky e, anche se le truppe ucraine continuano ad avanzare a sud, si tratta per ora di un progresso troppo lento, mentre il comandante dell’esercito Valery Zaluzhny in un’intervista a «The Economist» ha paventato il rischio di uno «stallo come nella Prima guerra mondiale». Un incubo per gli ucraini e gli occidentali, mentre Putin non sembra particolarmente spaventato dall’ipotesi di una guerra infinita. Kiev ha appena subito l’attacco di droni più massiccio dall’inizio della guerra e gli ucraini temono un altro inverno di bombardamenti russi finalizzati a lasciare le città al freddo e al buio. Nel rischio di uno stallo – di armamenti, di reclute, di denaro – il fattore determinante potrebbe essere la motivazione. Che per gli ucraini resta altissima, per una questione di banale sopravvivenza, fisica e nazionale. Mentre la protesta delle mogli dei mobilitati russi – il «babiy bunt», la rivolta delle donnine, come l’hanno sprezzantemente chiamata i propagandisti televisivi moscoviti – rischia di aprire un secondo fronte nelle retrovie del regime di Putin.