Il sogno franco-africano si è infranto

by Claudia
11 Dicembre 2023

Sahel, uno sguardo a un’area che sta vivendo una profonda trasformazione mentre il fuoco dell’attualità si concentra altrove

C’è una vasta area geopolitica africana, il Sahel che, mentre il fuoco dell’attualità si concentra altrove, sta vivendo una profonda trasformazione. In quella vasta area geopolitica sta venendo meno la secolare egemonia della Francia. Una lingua comune, una valuta comune: è stato sulla base di questi presupposti che Parigi ha ritenuto di poter conservare la sua posizione di controllo in quell’area. L’illusione è crollata lo scorso 26 luglio a Niamey, la capitale del Niger affollata di profughi della siccità, dove la guardia presidenziale ha deposto il capo dello stato Mohamed Bazoum e come primo atto di Governo ha invitato i militari francesi a lasciare immediatamente il Paese. Sono circa 1500 uomini, ufficialmente dispiegati per combattere le formazioni jihadiste. Parigi ha accettato di negoziare con i golpisti il ritiro delle truppe, che di fatto è cominciato lo scorso ottobre con la partenza dei primi reparti verso il Ciad, l’ultimo alleato di Parigi nella regione.

Immediatamente il fronte africano si è diviso: da una parte il Mali, il Burkina Faso e la Mauritania si sono schierati al fianco della giunta militare di Niamey, dall’altra un gruppo di Paesi guidati dalla Nigeria ha preso posizione contro. E così, sulla vasta regione già tormentata dalla siccità, dalla carestia e dal radicalismo islamico, alimentato dalla storica spaccatura del Sahel fra un sud animista e un nord musulmano, si profila lo spettro della guerra. Intanto i golpisti del Niger assicurano per l’ex presidente Bazoum, che continua a considerarsi un prigioniero politico, un esemplare processo per alto tradimento. E così la crisi umanitaria che da tempo affligge il Niger e i Paesi confinanti s’intreccia con la crisi politica e militare, con tutte le conseguenze del caso sugli sforzi della solidarietà internazionale volti a soccorrere le genti del Sahel.

Va da sé che interessi neanche tanto oscuri si agitano alle spalle di questi eventi, ricacciando sullo sfondo tutto ciò che non è traducibile in potere e denaro. Quegli stessi Paesi in cui la povertà è una componente dell’aria che si respira, sono ricchissimi di risorse minerarie, dal ferro all’uranio, dal carbone ai fosfati, dall’oro al petrolio, fino a quei metalli rari di cui si alimentano la tecnologia informatica e le telecomunicazioni. Contratti capestro hanno garantito fino a ieri alla Francia un facile accesso a queste ricchezze e certo Parigi non le considerava secondarie rispetto alla minaccia jihadista contro la quale aveva schierato le sue truppe. Per di più si registra sulla scena africana il crescente attivismo di Paesi come la Russia e soprattutto la Cina, accusati dopo il golpe nigerino di attaccare la Francia e servirsi delle sue difficoltà al solo scopo di soppiantarla nello sfruttamento delle risorse locali. Gli oppositori più ostili parlano addirittura di tentativi di ricolonizzazione del Continente. Certo non bastano la lingua e la valuta comuni a conservare l’influenza francese su quella regione così instabile. Il franco CFA, presente nell’area in due distinte comunità finanziarie, si regge sul fatto che per compensare la convertibilità assicurata da Parigi sul cambio con l’euro ognuno dei Paesi coinvolti versa nelle casse della Banca di Francia almeno i due terzi delle sue riserve. In pratica cedendo le leve della propria politica valutaria. Una situazione che rischiò di provocare un incidente diplomatico tra Francia e Italia, già ai ferri corti per i respingimenti oltre confine dei migranti clandestini. Accadde quando Luigi Di Maio, allora vicepresidente del Consiglio a Roma, lo stesso che qualche tempo prima si era schierato a favore di quei gilets jaunes che erano la bestia nera del presidente Emmanuel Macron, accusò Parigi di essere responsabile, proprio attraverso la gestione del franco CFA, della crisi economica e sociale nel Sahel.

Quel che è certo è che il passaggio dall’antico Empire francese, che nei suoi anni splendenti arrivò a superare nei cinque Continenti i tredici milioni di chilometri quadrati, a quella che fu chiamata Unione francese e poi ancora Comunità francese, certificò la progressiva rinuncia della madrepatria ai suoi privilegi coloniali. I territori fino ad allora amministrati da Parigi pretesero e ottennero il diritto di dichiararsi indipendenti. Tutti tranne uno, l’Algeria, in cui viveva una forte componente di popolazione metropolitana. Nel tentativo di conservarla, Parigi l’aveva trasformata in un pezzo di Francia annettendola e suddividendola in regioni e prefetture. Per questo l’Algeria poté conquistare la sovranità nazionale soltanto con una lunga guerra, insieme coloniale e civile, e con la decisione del generale Charles de Gaulle di recidere un legame non più sostenibile. Resta il retaggio storico della francofonia, importante tratto superstite del collegamento fra l’Esagono e il suo antico universo coloniale. Una radice tenace di cui andavano fieri, vantandone la valenza identitaria, personaggi come il senegalese Léopold Sédar Senghor, che fu un raffinato poeta in lingua francese membro dell’Académie, o l’ivoriano Félix Houphouët-Boigny, teorico di una politica che i critici chiamarono Françafrique. Entrambi con doppia cittadinanza, non a caso furono ministri nei Governi gollisti prima di assumere la presidenza dei rispettivi Paesi divenuti indipendenti. Restavano i legami economici e culturali sorretti dalla lingua e dalla moneta, ma il declino di ciò che rimaneva della Francia coloniale appariva ormai inevitabile.

A differenza delle colonie britanniche, che si basavano sul principio dell’indirect rule, cioè del potere formalmente delegato alle autorità tradizionali, il sistema francese aveva perseguito l’obiettivo dell’assimilazione. Negli anni dell’Empire e anche nei successivi, quando ormai il sogno franco-africano si allontanava inesorabilmente dall’orizzonte dell’attualità, l’amministrazione coloniale distribuiva nei territori di sua competenza testi scolastici di storia della Francia identici a quelli in uso nelle scuole metropolitane. Cominciavano con un capitolo che s’intitolava, riprendendo una massima del buon tempo antico, Nos ancêtres les Gaulois. I Galli, nostri antenati. Il ragazzino africano doveva faticare non poco a riconoscersi nel grande guerriero biondo dell’illustrazione. Questo, il mio antenato? Ma intanto imparava a scrivere e parlare con la lingua di Molière e Balzac.