Dan Carter era un senzatetto alcolizzato e tossicodipendente. Oggi guida una città in Canada e si impegna per salvare chi soffre
Canada. Oshawa, città di 175mila abitanti sul lago di Ontario. Dal 2018 ha un sindaco di successo. Piace talmente tanto che l’hanno rieletto con oltre il 70% dei voti. È un outsider, di tutt’altro tipo rispetto agli outsider sovranisti in voga non solo nelle Americhe. È un ex senzatetto problematico che si è riscattato. La sua vicenda – che ci sembra un bel regalo natalizio – è stata raccontata di recente dal «New York Times». Si chiama Dan Carter, ha 63 anni ed è sopravvissuto a una vita di espedienti: piccoli furti, droga, alcolismo. Da sindaco ha puntato tutto sulle politiche di reinserimento dei senzatetto e di guerra alle overdose usando un razionalissimo argomento: quanto ci costa ogni persona che vive all’addiaccio? Quanto ci costa ogni tossicodipendente? E ogni alcolista? Salviamoli. Non lo vogliamo fare per senso d’umanità? Ok, facciamolo per senso del risparmio. E l’idea ha funzionato. In Municipio c’è una lavagna piena di scritte colorate: «Numero di morti per overdose lo scorso anno, 398. Quanto sono costate alla città quelle morti: 365’000 dollari. Numero di senzatetto oggi: 350». Avvisa il sindaco: «Salvarli richiederà molto lavoro, ma deve essere fatto». Il primo piano di sostegno ai senzatetto è fallito dopo poche settimane. Carter aveva messo a molti angoli della città dei servizi igienici per chi vive in strada e se li è ritrovati quasi tutti incendiati. Ha ripiegato sul finanziamento di nuovi servizi igienici pubblici permanenti in una struttura al chiuso.
Al «New York Times» dice: «Per 17 anni ho mentito, ingannato, rubato. Non avevo abilità, né capacità, né istruzione». Si descrive come un ex analfabeta, ed è vero che non è riuscito a leggere e a scrivere per lungo tempo a causa di una grave dislessia che nessuno aveva diagnosticato nel sobborgo vicino a Toronto dove è cresciuto con la famiglia che lo ha adottato. Rapporto complesso con il padre, legami freddi coi genitori. «Sono stato licenziato da quasi tutti i lavori che ho tentato». L’unico che gli stava vicino era suo fratello adottivo Michael, un poliziotto morto a 28 anni in un incidente in moto quando lui era ancora tredicenne. È allora che ha iniziato una discesa rapida e dolorosa nell’alcolismo prima e nel consumo di eroina poi. «Quando bevevo sentivo fiducia in me stesso. Pensavo di essere divertente, carismatico. Quando bevevo non dovevo pensare a quanto fossi un fallito». Dice di non riuscire a sopportare l’odore di benzina e olio da quando, a 7 anni, ha subito una violenza sessuale in una stazione di servizio. Dopo molti anni vissuti in strada, senza amici, a 31 anni, disperato, ha chiamato sua sorella adottiva che lo ha accolto in casa sua. Era ricca, era un’imprenditrice. Lo ha portato a Los Angeles in un centro specializzato per la disintossicazione. C’è restato un anno. E oggi dice: «Non hanno senso i programmi di recupero di qualche mese, non me ne importa nulla se i manager del sistema sanitario pubblico dell’Ontario non ritengono compatibili con i budget i programmi di disintossicazione lunghi. Non me ne importa nulla perché so che se fossi stato in un programma di trattamento per 21 o 28 giorni, oggi non sarei seduto qui».
Al suo ritorno dal centro di recupero di Los Angeles Carter ha lavorato in un club di scommesse fuori dall’ippodromo, dove un attore di passaggio è rimasto colpito dalla sua bella voce e gli ha suggerito di cercarsi un lavoro in una tv locale. Carter è così riuscito a farsi assumere, presentava un talk show. Poi ha creato una società di produzione e ha convinto una catena a trasmettere il programma: «The Dan Carter Show». È diventato una piccola star locale. Da lì, dal piccolo studio – dove ha intervistato tanti politici del luogo – è partita la sua campagna elettorale per le municipali nel 2018. S’è preso i due terzi dei voti, riconfermati in abbondanza nell’ultima elezione. Giorni prima del suo insediamento come sindaco, General Motors ha annunciato che stava per chiudere la produzione di automobili in città dopo più di un secolo di esistenza. «Non ho mai criticato General Motors in pubblico – racconta Carter – ma trovavo quella decisione indecente e abbiamo lavorato duramente per convincerli a riaprire lo stabilimento di produzione». L’impianto ha riaperto nel 2021 e ora impiega più di 3400 persone.
