In Occidente c’è chi rifiuta abeti decorati e stelle comete in nome dell’inclusività e della diversità. Ma il rispetto è altro
C’era una volta il Grinch, l’essere solitario che voleva rubare il Natale ai bambini. C’era una volta e, a quanto pare, c’è ancora. Solo che non è più un personaggio che vive dentro un set cinematografico e nella memoria collettiva di un paio di generazioni di bambini, stavolta è reale. E ha facce e nomi diversi, le facce e i nomi di tutte quelle persone che per motivi politico-ideologici, in giro per l’Occidente, cercano di cancellare stelle comete e abeti natalizi in nome dell’inclusività e della diversità. La Commissione canadese per i diritti umani – un’agenzia con ampi poteri giudiziari interamente finanziata dal Governo federale – ha dichiarato che la celebrazione del Natale è una prova dell’intolleranza religiosa «colonialista» del Canada. Il succo del discorso è, secondo i membri della suddetta Commissione, che il Natale sarebbe una festa «bianca», discriminante e colonialista, imposta agli «indigeni» dai «coloni» del Cosiddetto Canada. E poco importa che i canadesi, indigeni o no, in un sondaggio si siano dichiarati all’80% felici di festeggiare il Natale. La balzana teoria era d’altra parte stata avanzata anche qualche anno fa in un documento rivelato da alcuni giornali ma mai reso ufficiale della Commissione europea. Documento che invitava tutti i dipendenti della Commissione e tutti gli Stati membri ad abolire il Natale e a parlare invece di «Festività d’inverno», sempre in nome in nome dell’inclusività e della multiculturalità di cui sopra, ovviamente.
Seguendo il flusso, dunque, in Italia l’Università europea di Fiesole ha deciso quest’anno di ottemperare rigidamente agli obblighi dell’autoimposto «Piano per l’uguaglianza etnica e razziale». Secondo il Piano le feste religiose vanno certamente inserite nel calendario delle lezioni, ma il linguaggio con cui le si comunica deve essere «inclusivo». Niente di più inclusivo, quindi, che rinominare «l’ex festa di Natale… per eliminare il riferimento cristiano», casomai i re Magi, il bue e l’asinello dovessero offendere la sensibilità di qualcuno. Qualcuno dovrebbe informare il rettore di quell’istituto che, a voler proprio sottilizzare, Babbo Natale e gli abeti illuminati non hanno nulla, ma proprio nulla di cristiano e che Rudolph la renna non ha mai partecipato alle Crociate. Parlando più seriamente, qualcuno dovrebbe domandare al rettore se, in nome dell’uguaglianza, ha intenzione anche di impedire ai suoi studenti musulmani di celebrare Bakhr-Eid (la festa che commemora il sacrificio del figlio del profeta Ibrahim) o magari di ribattezzarlo «barbecue di capretto» per «eliminare il riferimento musulmano», oppure se l’Università di Fiesole intende chiedere agli studenti induisti di ignorare il Durga Puja ribattezzandolo invece «festa della battaglia» e togliendo quindi ogni rifermento alla dea induista Durga.
Casi estremi da non prendere molto sul serio? Non proprio. Perché a quanto pare il Grinch è già all’opera. Ero ad Amsterdam giorni fa, illuminata di luci natalizie che però di natalizio non avevano nulla. Nemmeno una stellina piccola piccola, non un Babbo Natale o un alberello striminzito e, ovviamente, non parliamo neppure del colonialista e «bianco» presepe. Che però, per descriverlo in termini moderni, celebra in fondo una famiglia di rifugiati. La nascita di un bambino ebreo i cui genitori, per sfuggire a una pulizia etnica, sono stati costretti alla fine a rifugiarsi in Egitto. Senza contare che la famigliola, essendo originaria della Giudea, non era di certo «bianca». In ogni caso, in Inghilterra e in altri posti in Europa, molti mercatini di Natale sono stati cancellati quest’anno «per ragioni di sicurezza». Così come è stata cancellata in molte città l’accensione pubblica delle menorah ebree (i candelabri a sette braccia prescritti a Mosè per l’illuminazione del Santuario). Sempre in nome dell’inclusività e del rispetto della religione altrui.
E io, che sono tornata a casa per Natale e ho tirato fuori i pastori del presepe conservati per decenni da mio padre, leggo queste notizie e penso ormai con crescente nostalgia all’India. Dove invece tutte le feste religiose si celebrano con lo stesso entusiasmo e la stessa partecipazione collettiva. Dove Babbo Natale diventa Christmas Baba, dove alberghi e negozi si riempiono di elfi e folletti per attirare i bambini, e dove il colore della pelle o la religione dei suddetti elfi e folletti sono del tutto ininfluenti. Dove anche chi non è cristiano va ad ascoltare carole natalizie nelle chiese la notte di Natale. Dove, a Goa, nelle natività amorosamente preparate Gesù, Giuseppe e Maria hanno le fattezze e i colori di una qualunque famiglia indiana e nessuno se ne stupisce. Penso a certi Natali stranianti passati ancora più a est, penso che tra qualche anno Natale si celebrerà dappertutto tranne che qui. E penso a mio padre, affettuosamente ribattezzato «Luca Cupiello» per la sua passione per il presepe. Io, che non sono religiosa, a casa mia accendo le luci di Diwali e le candele di Hannukkah, faccio l’albero di Natale e il presepe, ho festeggiato Durga Puja e innumerevoli Bakhr-Eid e rotture del digiuno di Ramadan, ho acceso le lanterne per Buddha Purnima (il compleanno di Buddha) e ho accompagnato le processioni di Muharram (nel calendario islamico è il primo mese dell’anno). Come quasi tutti i miei amici indiani, atei o religiosi che siano. Perché per noi inclusività e libertà significano rispetto, non cancellare usanze e tradizioni dell’altro ma nemmeno le proprie. Perché, come cantava l’indimenticato Giorgio Gaber: «La libertà non è uno spazio libero, la libertà è partecipazione». E l’integralismo, laico o religioso che sia, è il contrario della libertà e dell’inclusività. Perciò, buon Natale. A tutti, ma soprattutto al Grinch.
