Il rilancio dello zar e gli sforzi per il clima

by Claudia
18 Dicembre 2023

La seconda metà del 2023 ha visto risalire le quotazioni di Vladimir Putin, ecco perché. Intanto la Russia continua ad avere un ruolo da svolgere nell’economia energetica del pianeta, e lo avrà ancora a lungo

Per osservare l’anno che si chiude mi concentro su due sorprese: la rimonta del presidente russo Vladimir Putin e il parziale successo della conferenza sul clima Cop28 a Dubai. Un sottile nesso collega questi due temi. Putin non ha pagato alcun prezzo per la violazione delle norme internazionali e dei diritti umani. Eppure il 2023 sembrava cominciato male per lo zar. All’inizio dell’anno circolavano voci su una sua presunta malattia. L’Europa usciva dall’inverno senza aver subito l’Apocalisse energetica che i «putiniani domestici» le avevano promesso come castigo per le sanzioni. Aspettative ottimistiche precedevano l’offensiva di primavera delle forze ucraine. Il punto più basso per lo zar fu toccato con l’insubordinazione del Gruppo Wagner. Cominciata il 24 giugno, la rivolta vedeva come protagonisti mercenari che erano stati efficaci sul fronte ucraino. Sembrarono sul punto di dare una spallata al regime. Il golpe non c’è stato, il capo della Wagner Yevgeny Prigozhin è stato eliminato in un «incidente» aereo. La seconda metà del 2023 ha visto risalire le quotazioni di Putin. Il fronte ucraino sembra essersi stabilizzato, alimentando scenari di una guerra proiettata su tempi lunghi. La Russia torna ad essere favorita per la superiorità militare e demografica. Le sanzioni contro l’aggressore non hanno mai sortito gli effetti che alcuni speravano in Occidente. Per la Russia l’appoggio economico della Cina è stato formidabile; vi si sono aggiunte le scelte fatte dall’India, dalla Turchia, dal mondo arabo e da tutto il Grande sud globale, di non applicare le nostre sanzioni. Putin ha potuto riorganizzare il Paese sotto le regole di una economia di guerra, dirottando la massima parte delle entrate energetiche verso la produzione di armi.

Sul finire del 2023 Putin è tornato a sperare nella sua «risorsa segreta»: l’incostanza dell’Occidente. Gli aiuti militari americani sono sempre stati un passo indietro, e con molti mesi di ritardo, quando si trattava di fornire agli ucraini armamenti davvero avanzati. Gli europei non hanno neppure iniziato a ricostruire le proprie forze armate e l’industria bellica necessaria. La tenuta di Donald Trump nei sondaggi ha fornito alibi sulle due sponde dell’Atlantico: visto che tra un anno l’America potrebbe ripiegarsi su una politica estera isolazionista, sono cominciate manovre di retromarcia con cui molti si preparano a mollare Kiev al suo destino. Il finale positivo del 2023 per Putin è stato segnato da altri eventi internazionali. Il presidente russo ha avuto un gigantesco regalo dal destino – o sarebbe meglio dire dall’Iran – quando il 7 ottobre Hamas ha lanciato la sua carneficina di civili israeliani. La deflagrazione di un nuovo conflitto in Medio Oriente ha distolto attenzione politica, risorse di intelligence e aiuti militari americani dall’Ucraina verso Israele. La guerra di Gaza ha anche fatto esplodere alla luce del sole profonde divisioni all’interno delle società americana ed europea: tanti giovani e tanti immigrati hanno occupato le piazze contro l’appoggio americano a Israele, e più in generale hanno manifestato tutta la loro ostilità verso l’Occidente. Il rilancio dello zar è stato sottolineato da due visite all’estero, in Arabia saudita e negli Emirati, dove Putin è stato accolto con tutti gli onori. La parentesi del suo presunto isolamento si è chiusa così. Anche perché Putin – come i dirigenti arabi del Golfo – non ha mai creduto all’ambientalismo apocalittico. Sa che di energie fossili il mondo avrà bisogno ancora per tanto tempo, e i Paesi emergenti in particolare: senza energie fossili morirebbero di fame per mancanza di fertilizzanti e di malattia per il venir meno dei farmaci sintetici.

La Russia come membro dell’oligopolio petrolifero allargato Opec+ avrà ancora a lungo un ruolo da svolgere nell’economia energetica del pianeta, con questo continuerà a rafforzare i suoi arsenali di distruzione e pianificherà nuove guerre di conquista. La rimonta di Putin perciò si affianca con quel che è accaduto a Dubai. La Cop28 ha riunito 190 Paesi sotto la presidenza degli Emirati. Ha finito per adottare un linguaggio più drastico sulla necessità di ridurre i consumi di energie fossili, rispetto a quanto sembrava possibile all’inizio. L’accordo finale parla nella versione inglese di «transitioning away from fossil fuels in energy systems, in a just, orderly and equitable manner». La concessione è stata offerta in extremis dal sultano Al Jaber, ministro dell’Industria degli Emirati, inviato speciale per il cambiamento climatico, e presidente della compagnia petrolifera di Abu Dhabi. Al Jaber dirigeva i lavori della Cop28. Ha soddisfatto un fronte ambientalista dei Paesi sviluppati includendo l’obiettivo di una transizione «in uscita» dalle energie fossili. Ha accontentato il Grande sud globale precisando che deve avvenire in modo «giusto, equo, ordinato», quindi graduale e compatibile con le necessità di crescita dei Paesi emergenti. Nelle 11’000 parole del testo finale appaiono obiettivi audaci come quello di triplicare l’energia prodotta da sole, vento e altre rinnovabili. Tutto positivo visto che fino all’ultimo sembrava escluso ogni accenno al ridimensionamento delle energie fossili.

Il pragmatismo arabo non si è arroccato in una difesa a oltranza di gas e petrolio; ha avuto comunque la meglio nella sostanza. Non si parla di un abbandono totale, e il ridimensionamento di petrolio e gas viene riferito ai «sistemi energetici»: implicitamente restano fuori utilizzi di altro tipo come la produzione di fertilizzanti per l’agricoltura o tutte le derivazioni petrolchimiche come medicinali, apparecchiature biomediche o le tante plastiche incorporate anche nelle auto elettriche. Allo stato attuale della tecnologia non ci sono sostituti per le energie fossili in questi settori. Un obiettivo di abbandono in tempi rapidi delle energie fossili sarebbe risultato inaccettabile non solo per chi le produce (come i Paesi arabi) ma anche per i consumatori poveri. Nel sud del pianeta le rinnovabili faticano a generare il 5% del fabbisogno; per molti Paesi il carbone resta una materia prima a buon mercato per portare la luce nei villaggi. Si aggiunge un’antica diatriba su quali siano le «rinnovabili»: per il Governo cinese il nucleare rientra a pieno titolo in questa categoria.

A mitigare la portata di questa Cop28 c’è appunto il ruolo della Cina. Il documento finale approvato a Dubai non è vincolante per nessuno. Tantomeno per Pechino, che ha sempre rifiutato di sottoporsi a regimi di controlli. Xi Jinping ha consolidato il ruolo della Repubblica popolare come «modello» per i Paesi emergenti, con questo approccio: riconosce l’emergenza climatica in tutta la sua gravità e afferma la necessità di mitigarla; investe in modo massiccio nelle rinnovabili al punto da aver conquistato una posizione dominante nella produzione di auto elettriche, batterie, pannelli solari, pale eoliche e molti dei componenti che entrano in queste tecnologie; investe più di ogni altro Paese al mondo nel nucleare (55 centrali ad oggi) che esporta anche all’estero; al tempo stesso la Cina rimane e rimarrà molto a lungo la più grossa consumatrice e importatrice di carbone, petrolio e gas; continuerà anche a costruire centrali elettriche a carbone e a gas sia sul proprio territorio sia in altri Paesi del mondo.

L’orizzonte temporale entro il quale Pechino prevede di cominciare ad abbassare le proprie emissioni carboniche è il 2060. Neppure questo è un obiettivo vincolante. Comunque da qui a là, qualsiasi cosa faccia l’Occidente per ridurre le proprie emissioni, avrà un impatto limitato rispetto all’aumento di CO2 generato da Cina, India e il resto dai Paesi emergenti. La domanda cinese di energie fossili continua ad essere così dominante che spesso è la spiegazione numero uno per l’andamento del mercato. Dietro i recenti cali nelle quotazioni del greggio c’è la debolezza dell’economia cinese. Un rallentamento della crescita cinese come quello in atto nei fatti contribuisce a ridurre le emissioni carboniche più della firma di un documento alla Cop28.