Come finirà la guerra in Ucraina

by Claudia
25 Dicembre 2023

Analizziamo tre possibili scenari: crolla Mosca, crolla Kiev oppure crollano entrambe. Quale il ruolo degli Usa?

Quella tra Russia e Ucraina è ormai da un anno la più classica guerra d’attrito. Dunque un conflitto che non può essere risolto con una battaglia decisiva ma con il logoramento dell’avversario. Tre possibili esiti: crolla la Russia, crolla l’Ucraina, crollano entrambe. Fino a questa primavera noi occidentali, almeno nella comunicazione ufficiale, ritenevamo possibile la prima ipotesi. In particolare i «falchi» della Casa Bianca puntavano sul collasso del regime russo. Ma storia russa insegna che quando a Mosca (o prima San Pietroburgo) crolla il regime, crolla anche lo Stato. Di qui anche i progetti abbastanza fantasiosi di spartizione della Federazione Russa, tra cui quelli del capo dell’intelligence militare ucraina, Budanov, che spiccavano per ottimismo. Due mesi fa lo stesso Budanov ha ritenuto di dover precisare che la guerra «non finirà con una parata militare ucraina sulla Piazza Rossa». Probabilmente una battuta. Perché in caso contrario toccherebbe credere che il capo dei servizi di Kiev viveva in un mondo tutto suo e si è svegliato un poco tardivamente. Oltre alla resistenza ucraina sostenuta da Usa, europei e altri occidentali, specie asiatici (Corea del sud in testa), al successo avrebbero dovuto contribuire anche le sanzioni sempre più severe imposte alla Russia – interessante che la Svizzera abbia seguito tutti i pacchetti sanzionatori Ue, neanche ne fosse Stato membro. Ma pensare di battere con lo strumento delle sanzioni uno dei pochi Paesi economicamente autosufficienti del pianeta era idea sbagliata in sé. All’abilità russa di rovesciare l’effetto di questo strumento su chi pensava di usarne si deve poi buona parte del sentimento di stanchezza per la guerra diffuso in America e in Europa.

Quanto alla seconda ipotesi, il crollo ucraino, appare oggi molto più realistica. Affrontare una guerra d’attrito in stato di totale dipendenza di aiuti esteri significa tentare l’avventura. Le cifre parlano chiaro. Sotto il decisivo aspetto demografico, l’Ucraina indipendente che Zelensky continua a dichiarare di voler ripristinare nei suoi confini originari, ereditati dall’Urss, aveva alla nascita (1991) 51 milioni di abitanti, oggi secondo le istituzioni ucraine ufficiali ne ha 28-29. Moltissimi i rifugiati all’estero, che difficilmente rientreranno prima della fine delle ostilità, se mai vorranno tornare in un Paese largamente devastato dall’invasore russo. Questo significa fra l’altro una scarsità di uomini e donne da mandare al fronte, tanto che in diverse città la polizia opera retate per fermare gli apparenti renitenti e spedirli a combattere il nemico. L’aspetto militare è ancora meno incoraggiante. Anzitutto, c’è uno scollamento quasi totale fra leadership politica e vertici delle forze armate. In particolare fra il presidente Zelensky e il comandante in capo militare, generale Zaluzhny. La sconsiderata controffensiva di primavera di fatto non è mai partita. Di norma avrebbe dovuto prevedere, fra l’altro, un rapporto di forze di tre a uno in favore dell’attaccante. Di fatto era l’inverso. Nei molti mesi di preannuncio della controffensiva i russi hanno avuto modo di blindare i territori conquistati dietro quattro linee difensive e campi minati a perdita d’occhio.

Infine l’aspetto economico-finanziario. Kiev ha ottenuto armi e munizioni per un volume pari a circa 30 volte il suo Pil. Si tratta in gran parte di prestiti da restituire, almeno in teoria. Non è bastato sotto il profilo militare. È invece bastato per accentuare il gravosissimo deficit delle casse pubbliche. A tenerle in piedi finanziamenti a piè di lista europei, americani e di organizzazioni internazionali a dominanza occidentale. Non dureranno in eterno. Sicché oggi a Kiev si teme che la situazione possa precipitare, viste anche le rivalità fra leader politici locali e altri oligarchi, che minano l’autorità fino a ieri indiscussa di Zelensky. La terza ipotesi, se sono corrette le osservazioni relative alle prime due, è fuori discussione salvo sorprese clamorose. E qui interviene la decisiva dimensione internazionale della guerra. L’America non può ammettere di aver perso la guerra indiretta contro la Russia. Ciò comporterà o un intervento diretto (impensabile a oggi) o una magia comunicativa che trasformi la sconfitta in vittoria o almeno in sopportabile pareggio. Torna quindi di moda la proposta «coreana»: sospensione del conflitto a tempo indeterminato, linea di divisione con cuscinetto intermedio lungo le trincee scavate dai soldati sui due lati del fronte. Rinvio della soluzione a tempo indeterminato. Molti pensano che per arrivare a tanto servirà attendere l’esito del voto presidenziale americano. In parole povere, un altro abbondante anno di massacri, a questo punto davvero inutili. Sempre che non siano i russi sfondare il fronte.