Le vetrate di Bissière a Cornol

by Claudia
1 Gennaio 2024

A Natale cielo a pecorelle a Cornol. La Cornoline, ruscello quasi invisibile, segregato a fianco della strada, si sente lo stesso, appena sceso dal bus, scorrere vivace e deciso. C’ero già stato da queste parti, una primavera tempo fa, fermandomi a pranzo al Lion d’or, in viaggio per cercare una roccia sacra antropomorfa nei boschi di Bourrignon. Il Lion d’or, posto sincero e cordiale d’altri tempi, famoso in tutto il Giura per la carpa fritta, a un minuto neanche dalla chiesa, è chiuso da un paio di anni. Tra l’altro, tra il 1760 e il 1824, prima del Lion d’or lì c’era una manifattura di ceramica: di tanto in tanto, nella Cornoline, si pescano ancora frammenti di maioliche stannifere floreali fatte d’argilla oxfordiana dei dintorni. Con la coda dell’occhio colgo, appena entrato nella chiesa sorta nel 1787 e rinnovata nel 1957 da Jeanne Bueche, incrociata sul nostro cammino a fine novembre per le vetrate di Léger, il primo sprazzo delle vetrate di Bissière (519 m) a Cornol. Paesino di millediciotto anime a sette chilometri da Porrentruy e sei dal confine con l’Alsazia del sud, una regione di nome Sundgau.

Le prime due vetrate di Roger Bissière (1886-1964), pittore delicato nato a Villeréal, villaggio del sud-ovest della Francia, dipartimento Lot-et-Garonne, sono intralciate dal soppalco della cantoria. Dove salgo le scale di legno per riuscire a vederle ma sono troppo vicine. Se non altro, si nota la grande gamma di colori usati, dal blu mare al marrone foglia, rosso vino, sangue, turchese o cos’altro. E si legge, oltre al nome dell’artista e l’anno, 1957, il nome dei mastri vetrai, Aubert & Pitteloud, gli stessi di Léger. Stessa tecnica: beton colato, lastre di vetro spesse cinque centimetri circa. A partire dalla settima fila dei banchi, s’inizia a contemplare sul serio le vetrate di Bissière: bellissime, assomigliano un po’ ai tappeti berberi. La modulazione dei pezzettini di vetro multicolori è ascensionale. Le lastre di vetro a forma di quadratini irregolari, triangoli, triangoli che formano croci decussate, schegge, rari rombi, un solo cerchio, molti simili a mattoni messi in piedi, sono composti come costruzioni traballanti. C’è anche un’aria di Klee.

Purtroppo oggi la luce non è il massimo, la giornata con cielo azzurro velato solo a tratti, è troppo chiara, per questa chiesa. Solo le varie gradazioni di blu, blu elettrico, ciano, celeste, pervinca, rendono comunque. Il color lavanda si perde. Peccato pure per la musichetta filonatalizia con flauto di pan deprimente. Eppure, sulle condizioni avverse, vince l’incanto limpido di Bissière. Ispirato, sosteneva, dalla musica di Edith Piaf. «Ho voluto fare delle immagini colorate dove ciascuno può aggrapparsi ai propri sogni» diceva. «Un mosaico di colori mutevoli, di piccole forme geometriche sbagliate, appena abbozzate, che s’inscrivono in una costruzione sciolta, leggera, tutta di vibrazioni appena percettibili», ho trovato scritto dal pastore Michel Noverraz tra le pagine di Vitraux du Jura (1968) a cura di Jean-Paul Pellaton. Catturo ora il «verde reseda» citato da Max Huggler, direttore del Kunstmuseum di Berna dal 1944 al 1965, nel suo testo Moderne Kirchenkunst im Jura, «Werk», n. 11, 1963. Testa oblunga particolare immortalata in un’incisione di Kirchner, Max Huggler riteneva queste vetrate le più belle d’Europa. Maestro di Manessier – le cui vetrate a Les Bréseux sono opera seminale e a bocca aperta sono rimasto nella cattedrale di Friborgo – all’Académie Ranson di Parigi, Bissière, durante tutta la seconda guerra mondiale smette di dipingere e diventa contadino in un posto chiamato Boissiérette, nel Lot, dove rimarrà fino alla morte.

La musica cambia, un gospel più sopportabile, trovo un panda nel presepe. Sprofondo nelle due vetrate del coro di St. Vincent, alte settantacinque centimetri in più rispetto alle altre otto, trafitte ora, nel pomeriggio di Natale, da un’altra luce, più invernale-lenitiva. Il passaggio forse di un gregge di nuvole. Torno tra i banchi, mi siedo, acchiappo un verde vischio che mi porta con la mente sugli alberi, tra i rami, nei boschi. Qui vicino c’è un boschetto, detto La Montoie, noto per i fuochi fatui e infestato dai foulta, folletti tipici dell’Ajoe dispettosissimi: se non si riforniscono di panna fresca a colazione, conducono il bestiame in un baratro.