I marmi della discordia

by Claudia
1 Gennaio 2024

Nuove frizioni tra Londra e Atene per le opere del Partenone conservate al British Museum. Il premier Sunak punta tutto sul patriottismo

Una «Gioconda» a metà, col famoso enigmatico sorriso diviso in due. Non si può dire che non sia stata efficace l’immagine utilizzata dal premier greco Kyriakos Mitsotakis per descrivere il fatto che le opere del Partenone siano in parte al British Museum e in parte ad Atene, anzi. Quando l’ha utilizzata nel corso di una visita ufficiale a Londra, il suo omologo britannico Rishi Sunak ha avuto una reazione così stizzita e poco diplomatica da cancellare un incontro bilaterale con molti argomenti importanti all’ordine del giorno, facendoci una figura non esattamente eccelsa e portando la questione dei famosi marmi di Elgin – dal nome dell’ambasciatore britannico presso l’impero ottomano che li comprò a inizio Ottocento e li rivendette nel 1816 al British Museum – sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Inevitabilmente è alla Grecia che è andata la simpatia di tutti e anche dei britannici, che alla questione non sono così legati come pensa Sunak, convinto che il suo elettorato conservatore ci tenga a non vedere la celeberrima processione di dei e dee, guerrieri e centauri incamminarsi verso il meraviglioso museo archeologico di Atene. La ciliegina sulla torta l’ha messa re Carlo, a cui è imposta la neutralità in materia politica ma che ha voluto comunque lanciare un messaggio chiaro indossando su un palcoscenico internazionale, come l’ultimo summit sul clima a Dubai, una bella cravatta di seta con la bandiera greca.

Perdere la testa

«Il Governo ha definito molto chiaramente la sua posizione, secondo cui gli Elgin Marbles devono rimanere parte della collezione permanente del British Museum», hanno fatto sapere da Downing Street, dove a Mitsotakis era stata data l’alternativa di un incontro con il vicepremier Oliver Dowden. Oltre alla dichiarazione sulla Gioconda, a non andare giù a Sunak sarebbe stata la scelta del conservatore Mitsotakis di vedere il leader laburista Keir Starmer, in testa nei sondaggi per le elezioni dell’anno prossimo e molto più morbido sul dossier. Sebbene «non lo consideri una priorità», qualora si trovasse un accordo tra Atene e il British Museum un suo Governo «non metterebbe i bastoni tra le ruote», ha fatto sapere, prima di attaccare l’inquilino di Downing Street per la scelta di irritare il Governo di un Paese amico, membro della Nato e fondamentale su molte questioni importanti. «You lost your marbles», gli ha detto Starmer, facendo una battuta facile: in inglese vuol dire che hai perso la testa.

Un sistema di prestiti

Sunak si mostra inflessibile per principio su tutto quello che potrebbe essere visto come un cedimento alla cultura woke (eccessivamente politically correct), in particolare per quanto riguarda una certa idea della gloria britannica. Per lui «chiunque osi dire che la storia britannica non è perfetta non è in qualche modo patriottico», come Ed Vaizey, ex ministro. In realtà l’opinione pubblica è da tempo piuttosto favorevole a una soluzione che riporti i marmi di Elgin ad Atene. Soluzione alla quale sta lavorando l’ex cancelliere conservatore George Osborne, diventato presidente del board del British Museum e deciso a preservare la reputazione del museo come luogo illuminato e capace di ragionare in termini globali e a superare l’imbarazzo della scoperta, l’estate scorsa, dei sistematici furti avvenuti nell’arco di una ventina di anni: duemila oggetti preziosi svaniti nel nulla o ricomparsi su eBay. Dovendosela vedere con un atto del 1963 del Parlamento che impedisce al museo di riconsegnare le sculture in modo permanente (un comitato Unesco ne ha chiesto la modifica nel 2021), l’idea allo studio di Osborne, che si è incontrato più volte con Mitsotakis, è un sistema di prestiti che permetta «a una porzione dei marmi di passare parte del loro tempo ad Atene», in cambio di altri tesori, come per esempio i preziosi affreschi di Santorini del 1700 a.C., o un sistema di rotazione di una parte dei fregi contenuti in una sala speciale del Museum, di cui rappresentano una delle attrazioni principali, in modo che ce ne siano sempre una porzione importante ad Atene, dove attualmente sono sostituite da copie di gesso. Tutto questo per impedire che al termine di un ciclo di prestito decennale si materializzi l’ipotesi tanto temuta della mancata restituzione.

L’altra ipotesi molto temuta è che un accordo sulle statue, per non parlare della piena restituzione chiesta dalla Grecia da due secoli a questa parte, porti a un effetto domino di richieste simili e allo svuotamento di fatto dei musei britannici, British Museum e Victoria&Albert in primis, la cui identità da world museums, musei globali, li rende ideali per accogliere meraviglie di tutto il mondo. Il rischio è minimo, secondo il V&A, che sostiene di aver ricevuto nove richieste di restituzione su 2,7 milioni di oggetti conservati. Inoltre il British Museum, nella sua sede di Bloomsbury, non riesce a esporre tutto e ottomila artefatti sono conservati nei magazzini: fare spazio non sarebbe un danno.

Storia avventurosa

Già Lord Byron si lamentava della «parete sfigurata» dalle «mani britanniche», che hanno sì salvato i marmi in un momento di instabilità politica per la Grecia ma che hanno di fatto sottratto un simbolo per il Paese. La storia dell’acquisizione dei marmi, avvenuta tra il 1801 e il 1804, è controversa, avventurosa e parla di un mondo diverso, in cui torti e ragioni sono spesso difficili da stabilire secondo la logica del presente. Tutto passò attraverso il pittore italiano Giovanni Battista Lusieri, incaricato da Thomas Bruce, conte di Elgin e ambasciatore presso il sultanato di Costantinopoli, di fare dei disegni e dei calchi delle sculture del Partenone e che finì col chiedere «12 seghe» per tagliare le sculture. «Sono stato costretto a essere un po’ barbarico», confessò. Quando il primo carico di statue fece naufragio al largo dell’isola di Kythira (Citera), Lord Elgin incaricò i migliori sommozzatori dell’epoca, ossia i pescatori di spugne, di andare a ripescare i tesori: ci vollero tre anni, la spesa lo rovinò e neanche l’acquisto da parte del British Museum, nel 1816, lo ripagò. Aveva speso 74mila sterline, circa 5,5 milioni di oggi, ne guadagnò la metà, finì in bancarotta.