Nel romanzo Élise o la vera vita di Claire Etcherelli, la storia di una solitudine invincibile e di una condizione sociale che spinge a riflettere sui privilegi che diamo per scontati
Élise o la vera vita di Claire Etcherelli, per L’Orma editore, con la traduzione di Anna Scalpelli racconta di qualcosa che in quest’epoca tendiamo a dimenticare: il lavoro in fabbrica, più in generale la vita operaia. Si tratta di un fenomeno, infatti, che tendiamo ad associare al passato, come se con le trasformazioni radicali innescate dalla rivoluzione digitale questo tipo di esperienza fosse scomparsa e in parte è vero, ma il lavoro inteso come esperienza di fatica immane, come disumanizzazione esiste ancora ed è al contrario purtroppo alla ribalta della cronaca.
Claire Etcherelli è stata un’operaia e una scrittrice che ha ispirato autrici come Simone de Beauvoir e il premio Nobel per la letteratura Annie Ernaux. Con questo romanzo si è aggiudicata il prestigioso prix Fémina nel 1967. La storia è raccontata in prima persona da Élise, orfana insieme a suo fratello Lucien. I due crescono in un paese in una regione della Francia non definita, insieme alla nonna, in una condizione di costante mancanza di denaro. Le due donne investono tutti i loro sforzi e le speranze sul ragazzo che infatti frequenta le scuole medie, ma non sopporta il carico di responsabilità che gli viene dato, tanto che ripaga tutto l’amore che le due riversano su di lui con altrettanti sprezzo e insofferenza. La prima parte del romanzo racconta, quindi, dei conflitti che sorgono perché Lucien non guadagna e insieme al suo amico Henry si interessa di politica, soprattutto della situazione in Algeria: la storia è ambientata negli anni Cinquanta, quelli del conflitto tra la Francia e quella che allora era una sua colonia.
Il titolo del romanzo rimanda alla convinzione che Henry e Lucien hanno e con cui contagiano anche Élise che esista «la vera vita», che non corrisponde di certo a quella di tutti loro in quel paesino della provincia, lontani da dove accadono davvero le cose: Parigi. Lucien parte alla volta della capitale francese abbandonando la moglie e la figlia, con l’amante Anne. La sua idea è quella di lavorare come operaio alla catena di montaggio per poter osservare dall’interno soprattutto la condizione dei lavoratori marocchini, algerini, insomma quelli che tuttora vengono genericamente definiti «gli arabi». Nel giro di pochi giorni la stanchezza del lavoro in fabbrica annienta ogni velleità di documentazione e scrittura: l’unica cosa che Lucien riesce a fare è spandere il proprio odio, ottenendo in cambio di essere posto in condizioni lavorative estreme, a causa delle quali si ammalerà .
Élise si trasferisce a Parigi per seguire Lucien, nonostante il fratello non perda occasione per sottrarle denaro e comportarsi con lei in modo ingiusto, tanto da convincerla, con un inganno, a iniziare a lavorare alla catena di montaggio della Citroën. Etcherelli è abilissima nel raccontare il processo produttivo all’interno del quale si ritrova Élise, tanto che chi legge vede scorrere davanti ai propri occhi le immagini delle auto, il montaggio degli specchietti retrovisori, dei gommini, il tettuccio… Dopo qualche giorno in fabbrica, Élise si rende conto che: «Prima avevo Dio. Qui devo cercarlo, quindi vuol dire che l’ho perduto». Ciò che trova è l’amore per un operaio algerino, Arezki, con il quale inizia a uscire, ovviamente di nascosto, per le strade di Parigi. Le complicazioni sono tante: il fatto che una donna bianca frequenti un arabo è inaccettabile e poi c’è la guerra in Algeria e il conflitto si ripercuote in patria, esacerbando il razzismo e i controlli da parte della polizia. Arezki è un militante del Fronte di Liberazione Nazionale: di giorno lavora alla catena di montaggio e la sera spesso deve svolgere compiti di cui Élise, nonché lettrici e lettori restano all’oscuro.
La quantità di materiale storico e politico contenuta in questo libro è evidentemente enorme, eppure leggere questo romanzo significa soprattutto leggere la storia di una ragazza che ha dedicato tutta la sua vita a permettere che suo fratello si emancipasse dalla povertà , prima di incominciare «la vera vita» innamorandosi di un uomo destinato a scomparire. È la storia, allora, di una solitudine invincibile e di una condizione sociale che spinge a riflettere sui privilegi che diamo per scontati: «Chi possiede tutto, chi considera il benessere un diritto ormai acquisito, chi non si accorge della propria fortuna perché la dà per scontata non può conoscere la sensazione simile all’ebbrezza che ti pervade quando sei al caldo dopo aver sofferto il freddo, quando hai mangiato qualcosa di buono, quando hai bevuto un caffè».
