La Parigi dei parigini

by azione azione
15 Luglio 2026

Eccomi di nuovo a Parigi, dopo qualche anno di assenza. Resterò una settimana intera, a pensare e scrivere: è una città perfetta, da questo punto di vista. Nelle occasioni precedenti ho visitato tutte le attrazioni canoniche e quindi ho l’agenda piacevolmente vuota. Di tanto in tanto si risveglia il desiderio di rivedere qualche luogo ma, curiosamente, non sono quasi mai i più conosciuti. Per esempio ho sentito il richiamo della misteriosa dama con l’unicorno, ritratta nella serie di arazzi ospitata al Museo del Medioevo nel quartiere latino. O ancora il gigantesco Buddha in bronzo, alto 4,5 metri, intorno al quale fu costruito il Museo Cernuschi, scrigno di arte asiatica vicino al Parc Monceau, nell’8e arrondissement. Ma non c’è molto spazio per queste curiosità, perché viaggio con l’animale da compagnia sbagliato.

Da quando sono stato qui l’ultima volta, la città dev’essere stata conquistata dai gatti, perché a ogni passo c’è un divieto contro i cani: non si entra nei negozi e nei caffè, figurarsi nei musei. Tolleranza zero. Non a caso nella capitale francese i cani sono sottorappresentati, appena 100mila rispetto a ben 250mila felini: insomma non c’è partita. I gatti controllano con discrezione ed efficacia la Parigi degli appartamenti minuscoli, delle mansarde, dei davanzali, degli studi degli artisti.

Ai cani restano però le sue interminabili strade e così io e Nina camminiamo ogni giorno a lungo in un quartiere diverso; per esempio Belleville, collina ribelle, popolare e multiculturale, colorata di graffiti. Del resto è nella Parigi ottocentesca che Baudelaire crea la figura del flâneur, il passeggiatore che studia e interpreta la città. Per parte mia, strada facendo mi guardo in giro e pratico il people watching, ovvero l’osservazione discreta dei passanti e delle loro attività quotidiane. È un modo di leggere una città attraverso i corpi, i gesti e le relazioni che la attraversano.

Non ho sensi di colpa, la privacy è solo una parola qui dove la vita privata si riversa continuamente nello spazio pubblico: il marciapiede, il ponte, la panchina, l’ingresso della metro, il mercato, la coda davanti al museo. Anche le sedie dei bistrot sono spesso rivolte verso il marciapiede, non verso l’interno: il caffè è uno dei tanti punti dove si osserva il mondo passare. Ognuno guarda e viene guardato. Nella centralissima Place du Marché-Saint-Honoré per esempio va in scena una Parigi elegante e al tempo stesso quotidiana: impiegati, residenti, turisti di passaggio, tavolini, pause pranzo, boutique nei dintorni. Una ragazza siede a gambe incrociate su un balcone al primo piano: mi ritrae velocemente sul suo foglio con pochi tratti di matita, mentre io scrivo di lei sul mio taccuino.

In questo flusso di pensieri, una riflessione ha preso particolare rilievo. Nel tempo dell’overturism dilagante, la capitale francese non lascia campo libero ai pur numerosi turisti. Ogni anno la regione di Parigi accoglie venti milioni di visitatori internazionali, che spendono quindici miliardi di euro. Naturalmente questi turisti si vedono, eccome: li incontri nei punti panoramici (Trocadéro, Tour Eiffel, Champ-de-Mars), nei luoghi della cultura (Louvre), intorno ai grandi monumenti (Île de la Cité, Notre-Dame, Sainte-Chapelle); e poi c’è il «turismo Instagram» a Montmartre, lo shopping di lusso a Place de la Concorde, i locali storici del quartiere latino. Spesso s’imbarcano tutti assieme per le crociere sui bateau-mouche della Senna o sui bus hop-on hop-off (ma i francesi li chiamano bus à arrêts multiples). Ma non si va oltre questo.

Basta qualche fermata della metro per ritrovarsi in quartieri dove i residenti si dedicano alle loro attività senza un pensiero per i turisti. I caffè e gli altri locali sono affollati di parigini; e anche la programmazione culturale della città, ricca e variatissima, è rivolta soprattutto a loro (fanno eccezione solo le grandi mostre dei musei più famosi); nelle infinite proposte di biblioteche, cinema, teatri di quartiere, conservatori, centri culturali, il turista è benvenuto ma senza dettare le regole del gioco. Insomma, se a Venezia e Barcellona spesso i residenti si sentono ospiti a casa loro, i parigini non mollano la presa sui loro spazi. Una lezione di consapevolezza, orgoglio e rispetto di sé.