Nel santuario dei grandi elefanti del Ghana

by azione azione
15 Luglio 2026

Larabanga, villaggio di case con tetti di lamiera, ospita anche la moschea più antica del Paese

Larabanga, una piccola città di 4mila abitanti nel nord del Ghana, a metà strada tra l’equatore e il tropico del Cancro, attira ogni anno migliaia di turisti locali e stranieri, affascinati dalla sua moschea del XV secolo e dal parco nazionale di Mole, distante appena quattro chilometri. L’inverno europeo è la stagione secca in questa regione e la visita è più facile, in particolare sui sentieri sterrati del parco nazionale.

In pochi chilometri convivono due patrimoni straordinari: la più antica moschea del Ghana…

Sebbene il cristianesimo sia arrivato in Ghana dopo l’Islam, il Paese è prevalentemente cristiano. Complessivamente, secondo il censimento del 2021, oltre il 70% della popolazione appartiene a una confessione cristiana, ma nel nord del Paese la situazione è invertita: due terzi dei ganesi di questa parte del Paese sono musulmani, principalmente sunniti.

L’Islam arriva con i mercanti

Il nord del Ghana entra in contatto con l’Islam molto presto, intorno all’VIII secolo d.C., quando gli Almoravidi, una dinastia berbera che regnava tra la Mauritania e l’Andalusia, iniziano a diffonderlo parallelamente alle loro attività commerciali. Lungo le rotte commerciali trans-sahariane che attraversavano il nord del Ghana, mercanti e religiosi costruirono moschee che erano allo stesso tempo luoghi di riposo, insegnamento, commercio e mediazione.

Il distretto di West Gonja, in cui si trova Larabanga, conta dieci di questi edifici. La moschea bianca di Larabanga, conosciuta anche come «la Mecca dell’Africa occidentale», è la più notevole di tutte. È anche la moschea più antica del Paese e una delle più antiche di tutta l’Africa occidentale. I suoi contrafforti irti di difese, come un riccio che si è raggomitolato su sé stesso, le conferiscono un aspetto a dir poco sorprendente. Queste protuberanze che sporgono dalle sue pareti sono le numerose travi di legno necessarie alla sua stabilità strutturale.

«L’accesso alla moschea è riservato esclusivamente ai musulmani», precisa Attiti, la nostra guida locale, figura di spicco della città. Quarantenne, Attiti è un musulmano devoto. È anche tassista, ma pure responsabile di un’associazione che lotta per uno sviluppo armonioso di Larabanga. Riconosce con orgoglio che «il denaro raccolto dai turisti permette di sostenere la comunità locale nell’ambito di un progetto di artigianato e turismo volto a generare fondi per coprire le spese di manutenzione della moschea, ma anche per migliorare le condizioni economiche della popolazione. Denaro che ha permesso, tra l’altro, la costruzione di nuove aule scolastiche in cui mancavano banchi e lavagne per assenza di fondi».

Secondo la leggenda, nel 1421 un commerciante musulmano di nome Ayuba fece un sogno mentre si trovava a Larabanga, vicino a una «pietra mistica» che è ancora visibile oggi. Nel sogno gli fu ordinato di costruire una moschea e, al suo risveglio, scoprì che le fondamenta erano già state gettate e quindi completò l’edificio. Si dice che Ayuba sia sepolto sotto il baobab che è cresciuto sul retro della moschea e le cui foglie avrebbero proprietà curative. L’unica certezza è che questo albero e le sue foglie attirano la popolazione in questo luogo. La tradizione narra anche che l’edificio ospita un Corano disceso dal Paradiso nel 1650 per essere offerto all’imam Yidan Barimah Bramah in segno di gratitudine per le sue fervide preghiere.

Una costruzione fragile

Costruita in pisé, ovvero mattoni di terra cruda formati da un impasto di argilla, acqua e fibre vegetali, la moschea misura circa otto metri per otto. È dotata di due torri piramidali. Dodici contrafforti conici, rinforzati da elementi orizzontali in legno, completano le pareti esterne.

Questo edificio ha subito un cattivo restauro negli anni Settanta. Una miscela di sabbia e cemento è stata applicata alle sue pareti per proteggerle dal vento e dalla pioggia, ma il risultato è stato quello di intrappolare l’umidità nelle pareti e provocare un’invasione di termiti che hanno minacciato la struttura in legno. Un intervento di vent’anni or sono, effettuato sotto la supervisione dell’azienda francese CRAterre, specializzata in edifici in terra, ha permesso di riportare la costruzione al suo stato originale e ha dato l’opportunità agli artigiani locali di riconnettersi con i metodi tradizionali di costruzione. L’intonaco di sabbia e cemento è stato rimosso, il legno sostituito e il portico rifatto.

…e il più grande santuario degli elefanti del Paese, dove oltre 800 pachidermi vivono ancora in libertànel Parco Nazionale di Mole

Mole, il santuario degli elefanti

L’altra attrazione locale è il Parco Nazionale di Mole. È uno dei sette parchi nazionali del Ghana ed è anche la più grande riserva faunistica del Paese. L’area protetta copre 4577 km² di savana, costituita da praterie e foreste più o meno dense. I fiumi stagionali Levi e Mole attraversano il parco. Durante la stagione secca, lasciano dietro di sé solo pozze d’acqua attorno alle quali gli animali si radunano per abbeverarsi.

Il parco è stato creato nel 1958 e le popolazioni che vi abitavano sono state trasferite nel 1971, come era consuetudine all’epoca. Il parco è anche il sito turistico più sviluppato del Paese in termini di infrastrutture e ospita il primo lodge di lusso per safari.

Un grande cartello all’ingresso elenca le regole e le avvertenze. Sulle sue piste, la velocità è limitata a 30 km/h e gli animali hanno la precedenza. È vietato introdurre animali domestici e dare da mangiare alla fauna selvatica. Gli elefanti non sono addomesticati ed è proibito avvicinarsi a meno di cinquanta metri. Per questo è consigliato vivamente di non avventurarsi nel parco senza essere accompagnati da una guida armata.

«Non aprite la porta alle scimmie!»

Sotto l’arco che funge da ingresso al parco, un guardiano vende i biglietti a 30 cedis, ovvero 2,20 CHF. Al Mole Hotel, il receptionist raccomanda di chiudere sempre a chiave la camera: «Se qualcuno bussa, aprite solo dopo aver chiesto chi è. Le scimmie hanno imparato a bussare alle porte e se le lasciate entrare, ruberanno tutto quello che possono», avverte.

I bungalow sono situati sul bordo di un promontorio roccioso da cui si domina un punto d’acqua dove due elefanti si abbeverano. Le visite in fuoristrada sono organizzate la mattina presto o nel tardo pomeriggio. Il veicolo si ferma quando il ranger, con occhio attento, individua i pachidermi in mezzo alla fitta vegetazione. Abbandoniamo il veicolo e ci avviciniamo silenziosamente a questi animali che sembrano pacifici ma che rimangono comunque pericolosi. In caso di attacco improvviso, il ranger ha l’ordine di sparare all’animale.

Il parco ospita oltre 93 specie di mammiferi, tra cui più di 800 elefanti, ippopotami, bufali e facoceri. Svolge un ruolo fondamentale a livello continentale nella protezione delle antilopi e delle gazzelle. Ospita anche importanti popolazioni di uccelli ed è una zona importante per la loro conservazione.

Il safari termina a piedi. È un’esperienza unica nel cuore della foresta, scandita dal canto degli uccelli e da incontri inaspettati. Due ore e mezza di passeggiata con Paul, un ranger che ha trascorso più di trent’anni nel parco e ne conosce ogni angolo e ogni pericolo. Indica con il dito una pozza d’acqua in cui affiorano le teste di due coccodrilli nani. Attraversiamo un fiume per raggiungere una radura e incontriamo a meno di dieci metri un gruppo di cinquanta babbuini olivastri. Gli adulti del branco, composto da maschi, femmine e cuccioli, ci osservano indifferenti. È forse questa la prova del successo del parco: gli animali si sentono protetti?