Il fotografo franco-algerino si occupa di famiglia e colonialismo in un’indagine a tratti dolorosa in corso al Migros Museum für Gegenwartskunst di Zurigo
Andare via dal proprio Paese, per quanto integrati si arrivi a essere in quello di arrivo, per quante amicizie si costruiscano e amori si trovino in una terra e magari una lingua nuove, costituisce irrimediabilmente uno smembramento dell’anima. Ne sa qualcosa anche Mohamed Bourouissa, che, lo scorso 12 giugno, in occasione dello Zurich Art Weekend, negli spazi postindustriali del Löwenbräukunst (che, come dice il nome, era il birrificio della Löwenbräu), al Migros Museum für Gegenwartskunst, ha inaugurato la sua mostra più recente, Pour Noubia. Un viaggio a ritroso nell’Algeria delle origini, in un tempo in cui i componenti della famiglia erano tutti nello stesso posto nello stesso momento, prima di sparpagliarsi, nel vero senso della parola, in luoghi diversi tra di loro e lontani.
Un tempo in cui, però – ed è questa l’ombra che aleggia su tutto il lavoro dell’artista – c’era ancora il colonialismo, o perlomeno se ne respirava ancora l’aria. Le opere della mostra, realizzata ad hoc per gli spazi zurighesi (dopo una prima al tedesco Marta Herford), dunque, sono il risultato di un’indagine artistica le cui modalità si sono sovrapposte alla vita stessa, come spesso e intensamente accade quando la biografia di un individuo si incastona in modo diretto nella Storia del suo Paese.
L’artista Mohamed Bourouissa è nato in Algeria nel 1978, oggi vive e lavora soprattutto a Gennevilliers, nei sobborghi parigini
Il percorso espositivo prende il via dall’Algeria, e più precisamente dalla città di Blida, luogo in cui il fotografo Mohamed Bourouissa nacque nel 1978. E in cui lavorò anche lo psichiatra, antropologo, filosofo e saggista francese, originario della Martinica Frantz Fanon. L’attivista anticolonialista Fanon dal 1953 al 1956 proprio a Blida guidò il reparto psichiatrico dell’ospedale locale, studiando, fra le altre cose, la correlazione tra salute mentale, razzismo e colonialismo. Una tematica importante per l’artista franco-algerino, come nella mostra zurighese testimoniano la serie di fotografie Noubia e la videoinstallazione Le Murmure des fantômes, dove si tenta di scendere a patti (laddove è impossibile dare un senso, ma è necessario ricordare) con una ferita ancora aperta, più di sessant’anni dopo la fine del giogo coloniale, che in un modo o nell’altro ha contribuito a modificare le parabole esistenziali di migliaia di esseri umani.
La necessità di rielaborare il senso di profonda umiliazione che i francesi si lasciarono alle spalle alla stregua di un memento mori o di una eredità maledetta, ha portato l’artista franco-algerino più volte a Blida alla ricerca di testimoni e di testimonianze che parlassero delle conseguenze che un’occupazione può portare alla psiche di chi si trova costretto a viverla. Come è capitato ai popoli del Maghreb. Per elaborare un trauma o un lutto, infatti, è necessario dapprima capirlo.
Quanto il ricordo dell’occupazione sia ancora vivo, e quanto in profondità essa abbia condizionato la vita delle persone anche negli aspetti all’apparenza più irrilevanti, è il messaggio racchiuso nell’opera raffigurante un grande dente cariato realizzato in alluminio: in Algeria i francesi avevano imposto nuove abitudini alimentari, che ad esempio prevedevano un maggiore consumo di zucchero: inevitabilmente aumentarono i denti cariati degli algerini, senza che però questo rappresentasse un problema di cui i francesi credevano di doversi occupare.
La componente sociale dell’arte di Bourouissa non è limitata all’Algeria del suo passato, attraversata dalle ombre del colonialismo, ma lo porta a chinarsi anche sulle realtà che nascono «dall’altra parte», ossia là dove si trova il traguardo (per modo di dire) di un percorso migratorio. Parliamo di zone periferiche, di sobborghi, spazi abusivi o spesso terra di nessuno, dove, come insegna la cronaca, la violenza di chi si ritrova senza prospettive e indesiderato, spesso non fatica a germogliare.
Oggi Bourouissa vive e lavora a Gennevilliers, nei sobborghi parigini, insieme a popolose comunità magrebine e musulmane, di cui, sempre attraverso la sua arte, cerca di mettere in luce la caratteristica di «invisibilità sociale», quella condizione in cui spesso rischia di scivolare chi non ha diritti, o che quando li ha, non li conosce; chi si vede umiliato o messo in un angolo, solo perché «ultimo arrivato».
Al secondo piano del Migros Museum, si cammina su ghiaia che scricchiola a ogni passo, come a volere congiungere (questo l’intento dichiarato) il mondo esterno a quello interiore personale, o ancora, museale. La figura della zia Noubia, creatura a modo suo tragico, diventa opera d’arte attraverso l’occhio amorevole del nipote, grazie alla disposizione delle sue immagini in patina rétro, agli ampi spazi vuoti, alla luce soffusa color pastello, assurgendo nel percorso espositivo a figura quasi onirica; rappresentante di ciò che la vita può essere e non essere allo stesso tempo, delizia e fallimento, senso di eterno e tempo che scorre alla velocità della luce.
Con il nipote Mohamed, Nouiba aveva in comune, oltre all’affetto che si respira sin dal titolo della mostra, la passione per la fotografia, ed è per questo che, alla sua morte nel 2022, la donna gli ha lasciato il proprio archivio fotografico. Ciò che ne è uscito, diventando materiale artistico di prima mano per Bourouissa, è il racconto – attraverso vecchie fotografie, registrazioni, ma anche concessioni al presente, grazie a elaborazioni con l’Intelligenza Artificiale – della vita fuori degli schemi di Nouiba, dapprima nelle case di piacere francesi in Algeria, poi in proprio a Osnabrück, in Germania. Centrale non è però la professione di Nouiba che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non rappresenta un tabù, quanto più il desiderio di dare voce, attraverso frammenti della sua storia, a quella (corposa) fetta di persone che una voce non ce l’ha. Un po’ come se Noubia, dando il titolo alla mostra, si facesse portavoce di quell’umanità che, in una forma o nell’altra, vi è rappresentata.
Non è forse a questo punto un caso che Mohamed Bourouissa abbia deciso di affidarsi anche alla musica come mezzo espressivo, usando, ancora una volta, una forma di voce. Il suo primo album, Lila, uscirà alla fine di luglio. È presentato come un «diario di riflessioni ipnagogiche» che intende offrire uno sguardo su un artista che è protagonista indiscusso del proprio tempo.
