Che fare con questa America che ci detesta?

by azione azione
15 Luglio 2026

Nel suo ultimo libro il giornalista franco-svizzero Richard Werly ricostruisce l’astio di Trump e del mondo MAGA. L'abbiamo intervistato

Dicono che l’antipatia sia un sentimento reciproco. Pensavamo valesse per le persone, ma forse vale anche per le nazioni se è vero, come è vero, che secondo un recente sondaggio del Pew Research Center solo il 23% degli intervistati in 36 Paesi del mondo ha fiducia in Donald Trump. Il presidente Usa è largamente impopolare soprattutto in Europa. In molti Paesi meno del 20% ne ha un’opinione favorevole, mentre tra il 70% e il 90% esprime un giudizio negativo. La fiducia nei suoi confronti è minoritaria ovunque e spesso molto bassa. Parallelamente peggiora l’immagine degli Stati Uniti: sempre più europei li considerano un partner meno affidabile o addirittura ostile. Non sappiamo se tutta l’America ricambi la nostra diffidenza, ma siamo certi che l’America di Trump sì. E questo è un grosso problema per noi.

Le grandi aziende americane del digitale hanno bisogno del mercato europeo, ma rifiutano di sottostare a regolamentazioni o tassazioni adeguate

Se n’è largamente occupato Richard Werly nel suo ultimo libro Cette Amérique qui nous déteste. Werly è editorialista internazionale per il «Blick» e per il gruppo Ringier. È stato corrispondente a Tokyo, Bruxelles e Parigi per «Le Temps». Dal 2013 dirige la collana «L’âme des peuples» presso Nevicata. Osservatore attento degli Stati Uniti, ha seguito da vicino l’evoluzione della politica americana fino al ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Ha ricevuto il premio Jean Dumur per il giornalismo ed è spesso presente sui principali canali di informazione francofoni. L’abbiamo intervistato.

Il titolo del suo libro è molto forte: Questa America che ci detesta. Si tratta davvero di un’ostilità diffusa oppure è una formula provocatoria?

Sì, naturalmente il verbo «odiare» è più forte della realtà ed è stato scelto anche per attirare l’attenzione del pubblico. Tuttavia, se guardiamo a ciò che è accaduto dopo l’elezione di Donald Trump, e soprattutto dopo la sua nuova investitura alla Casa Bianca, vediamo emergere un linguaggio politico molto più duro nei confronti dell’Europa. I discorsi pronunciati da Trump e dal suo vicepresidente mostrano chiaramente un’aggressività crescente: l’Europa viene accusata di approfittare degli Stati Uniti, le si chiede di pagare di più per la propria sicurezza acquistando armi americane. Trump e il suo vice non riconoscono nessuna sovranità europea. Questo non riguarda tutta l’America, ed è importante dirlo: riguarda soprattutto l’America «MAGA», quella che sostiene Trump. Ma si tratta di una componente oggi politicamente decisiva. Per questo mi assumo la responsabilità del titolo: è provocatorio, ma corrisponde a una realtà che esiste e che pesa.

La rielezione di Donald Trump nel 2024 segna una rottura strutturale con l’Europa? In cosa è diversa dalle crisi passate?

La differenza è profonda. Il Trump del 2024 non è quello del primo mandato. Nel 2016 arrivò alla Casa Bianca senza una sua squadra ed era circondato da figure che, in parte, cercavano di contenerlo. Oggi torna con una squadra composta da fedelissimi, con un progetto politico molto chiaro, sintetizzato anche nel cosiddetto «Project 2025» dell’Heritage Foundation. Non siamo più di fronte a una tensione episodica, come quella legata alla guerra in Iraq nel 2003, ma a una strategia coerente. L’obiettivo è ridefinire il rapporto con l’Europa in termini di dominio e di forza. Trump vuole un’Europa a sua immagine. Questo si vede anche nella gestione delle crisi internazionali: nella questione dello stretto di Hormuz, ad esempio, quando alcuni Paesi europei hanno cercato di assumere una posizione autonoma, Washington ha reagito con irritazione, come se il dissenso degli alleati fosse ormai inaccettabile. Questo segna una frattura molto più profonda rispetto al passato.

Lei parla di bruti, predatori, profittatori e distruttori. Qual è il pericolo maggiore per l’Europa?

Dal punto di vista dei pericoli per l’Europa, Svizzera compresa, a mio avviso, l’opzione più pericolosa è quella dei «predatori», soprattutto nel campo tecnologico. Le grandi aziende americane del digitale e dell’intelligenza artificiale hanno bisogno del mercato europeo e si alimentano in larga parte dei dati e delle conoscenze prodotti in Europa, ma rifiutano di sottostare a regolamentazioni o tassazioni adeguate. In sostanza, traggono valore dalle nostre risorse senza accettarne le regole. Se si sottraesse loro questo contributo, si capirebbe quanto dipendono dall’Europa. È una forma di predazione della conoscenza europea discreta ma molto potente, che rischia di compromettere la nostra sovranità tecnologica e quindi anche politica. Come sostiene anche il collega ticinese Bruno Giussani, siamo i prigionieri numerici degli Stati Uniti.

Lei descrive l’Europa come fragile o ingenua. Non sottovaluta la sua capacità di reagire?

Al contrario, penso che l’Europa stia iniziando a reagire. Il mio libro esce nel 2025, a un anno dalla rielezione di Trump, e nel frattempo molte cose sono cambiate: c’è stata una presa di coscienza e una crescente volontà di autonomia. Un esempio concreto è la gestione delle tensioni con l’Iran, in cui Paesi come Francia, Germania e Regno Unito hanno chiarito che questa, come anche Gaza, non era la guerra degli europei. Il cancelliere tedesco ha addirittura detto che l’Iran ha umiliato gli Usa. Questo dimostra che una reazione è possibile. Il vero problema resta il «come»: l’Europa fatica a trasformare questa volontà politica in azione concreta. Il suo mercato dei capitali è troppo frammentato, e molti capitali europei finiscono per essere investiti negli Stati Uniti, rafforzando proprio quella potenza da cui si vorrebbe essere più autonomi. La consapevolezza c’è, la capacità operativa è ancora insufficiente.

Non c’è il rischio di generalizzare parlando di «un’America» che ci odia?

No, ed è un punto su cui sono molto attento. Nel libro distinguo chiaramente tra più Americhe. Esiste un’America aperta, legata all’Europa e ai valori della cooperazione, ma esiste anche l’America «MAGA», che oggi detiene il potere politico. Donald Trump costruisce il consenso individuando due nemici: la Cina come grande rivale strategico e i «cattivi» alleati europei come bersagli più facili, utili sul piano interno. In questa logica, l’Europa diventa un capro espiatorio, accusata di approfittare degli Stati Uniti e di non fare la sua parte.

Si può parlare di crisi dell’Occidente nel suo insieme?

Personalmente non amo il termine «Occidente», perché tende a mettere insieme realtà molto diverse: gli Stati Uniti e l’Europa. Il mondo MAGA si è appropriato della categoria occidente sostenendo di difenderla, contro i tradimenti europei. È vero che esistono valori comuni, come la democrazia e lo stato di diritto (pur sotto tiro dell’Amministrazione Trump), ma esistono anche divergenze profonde. Gli Stati Uniti adottano oggi una logica di potenza e di dominio, mentre l’Europa resta più orientata alla cooperazione e al multilateralismo. Lo si è visto chiaramente, ad esempio, durante la conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2025, quando il vicepresidente J.D. Vance ha accusato l’Europa, e in particolare la Germania, di non difendere più i valori occidentali. Questo dimostra che lo stesso concetto di Occidente è diventato oggetto di conflitto e non più di unità. La differenza tra noi e loro è che – in nome della solidarietà occidentale – l’Europa non esige dall’America che si schieri dalla sua parte, come invece pretende Washington dall’Europa.

La Svizzera è meglio protetta rispetto all’Unione europea?

Mi piacerebbe poter dire di sì, ma non è così. La Svizzera è un Paese pragmatico, con una lunga tradizione di relazioni con gli Stati Uniti, sia economiche sia culturali, e potrebbe sembrare meglio posizionata rispetto all’Unione europea. Tuttavia, questo non la protegge. Lo abbiamo visto coi dazi e col trattamento durissimo della consigliera Karin Keller Sutter da parte di Trump. Un altro esempio molto significativo è l’incontro tra Donald Trump e il presidente della Confederazione Guy Parmelin: Trump, quando è atterrato a Ginevra per il G7 di Evian, stava per passare oltre senza salutarlo, ha mostrato chiaramente che oggi le relazioni personali o le affinità storiche contano poco. Ciò che conta è il rapporto di forza e l’interesse nazionale. Questo vale anche per la Svizzera, che quindi si trova esposta e vulnerabile in modo simile agli altri Paesi europei.

Oltre a fare muro contro l’Amministrazione Usa è necessario sviluppare alternative tecnologiche allo strapotere a stelle e strisce soprattutto nel campo dell’IA

Quale risposta dovremmo dare come europei?

A mio avviso ci sono tre direzioni fondamentali che valgono sia per l’Ue che per i Paesi europei che non fanno parte dell’Ue come la Svizzera. La prima è imparare a dire «no», sul piano politico e culturale, anche agli Stati Uniti, quando necessario. Lo si è visto in alcuni casi recenti, quando Paesi europei hanno scelto di non allinearsi automaticamente alle posizioni di Washington nel Medio Oriente. La seconda è sviluppare alternative tecnologiche, soprattutto nel campo del digitale e dell’intelligenza artificiale, perché è lì che si gioca una parte decisiva della sovranità futura. La terza è rafforzare l’autonomia economica, anche accettando un certo grado di distacco, per riequilibrare il rapporto. Così come gli Usa cercano di non dipendere dalla Cina, noi dobbiamo essere capaci di non dipendere dagli Usa. È difficile, perché abbiamo bisogno del gas liquefatto americano, è difficile perché dipendiamo dall’America sul piano numerico, ma in fondo la lezione del Trumpismo è di fare come fa lui quando privilegia la produzione nazionale, quando vuole reimpiantare le aziende negli Usa, eccetera. La migliore riposta concreta alla frattura e al disprezzo dell’America è mostrare che l’Europa di oggi è capace di lavorare e di riuscire senza gli Stati Uniti in diversi ambiti.