La forza della cumbia al LongLake

by azione azione
8 Luglio 2026

Intervista: Ivonne Guzmán racconta come La Delio Valdez abbia trasformato una grande orchestra indipendente in una comunità artistica

quindici componenti sotto un’idea tanto semplice quanto controcorrente: condividere non soltanto il palcoscenico, ma anche responsabilità, decisioni e una visione comune. A introdurci nel loro mondo è la cantante Ivonne Guzmán, una delle voci più rappresentative della formazione. Il 16 luglio La Delio Valdez salirà sul palco del Parco Ciani nell’ambito del LongLake Festival, portando a Lugano la forza della cumbia, genere musicale nato originariamente in Colombia dall’incontro fra tradizioni africane, indigene ed europee, e una riflessione sul significato dello stare insieme.

Ivonne Guzmán, la Delio Valdez, oltre a fare musica, sperimenta un modo diverso di stare insieme…
Fare musica è già di per sé una grande sfida. Trasformare le idee in realtà, muovendosi all’interno dell’industria musicale, richiede moltissimo lavoro. Noi abbiamo scelto di essere un’orchestra indipendente, senza legarci a nessuna delle grandi case discografiche, e per questo abbiamo adottato la forma della cooperativa. È un modello di lavoro orizzontale, nel quale tutti hanno voce e diritto di voto in ogni decisione. È una splendida sfida umana, sia collettiva sia individuale. Dopo quasi diciassette anni abbiamo trovato metodi e formule che ci sostengono dal punto di vista professionale e da quello umano e psicologico.

La cumbia si ascolta da Buenos Aires a Berlino. Come può una musica così radicata nella cultura latinoamericana superare confini geografici e linguistici?
La musica non conosce barriere. Le persone cercano una connessione e la cumbia, con le sue radici che uniscono i tamburi africani agli ícaros della tradizione andina, porta con sé un’energia ancestrale. È quasi impossibile resistere alla sua forza: mette il corpo in movimento e ci riconnette con qualcosa di primordiale ed essenziale. È una sensazione che si percepisce in qualsiasi parte del mondo e in qualunque epoca.

In Europa la cumbia è spesso associata alla festa. Che cosa rischia di passare inosservato?
Non bisogna sottovalutare il potere dell’incontro e dello stare insieme. Non tutto ciò che il corpo vive attraverso la musica passa dalla mente. Il corpo riceve la musica e la porta là dove ne ha bisogno, che ne siamo consapevoli oppure no.

Se la vostra orchestra fosse una metafora della società ideale, quali regole la farebbero funzionare?
Cooperazione, rispetto, cura empatica dell’altro e uguaglianza.

Non è difficile prendere decisioni in un gruppo così numeroso?
Con gli anni è diventato sempre più facile: abbiamo trovato un metodo e un modo per alternarci nelle responsabilità. Stiamo imparando a prenderci cura gli uni degli altri e a crescere seguendo i nostri tempi. La parte più difficile è conciliare i percorsi personali con quelli collettivi, mentre la vita di ciascuno continua ad andare avanti.

Che cosa avete imparato gli uni dagli altri che non avreste mai imparato come musicisti solisti?
A lavorare in squadra e a mettere l’ego al servizio del gruppo.

In Ticino vi esibirete sulle rive del lago. Quanto influisce il luogo?
Sicuramente c’è qualcosa di molto bello ed energico nel suonare immersi nella natura. Lo percepiamo noi, lo percepisce il pubblico e ogni volta che accade ne siamo profondamente grati perché lo scambio diventa ancora più intenso.