La sfinge Melania

by azione azione
29 Aprile 2026

Dagli interrogativi sul caso Epstein all’amore per la robotica: chi è davvero la first lady americana?

Melania Trump, nella foto, è un mistero e sempre un po’ fuori tempo rispetto alla grande orchestra trumpiana in cui ha un ruolo di spicco. In fase molto bionda, più in forma che durante il primo mandato da first lady, ha fatto una conferenza stampa che non ha capito nessuno in cui ha superato ogni concetto di excusatio non petita: «Le bugie che mi legano al finanziere decaduto Jeffrey Epstein devono finire oggi», ha detto, con una determinazione nuova, più esplicita. Solo che del «finanziere pedofilo suicida» – etichetta riassuntiva che permette alla stampa di risparmiare spiegazioni sul personaggio – era un po’ che non si parlava per via della guerra in Iran, rievocarne il fantasma è stata una scelta curiosa. L’unica novità delle ultime settimane era rimasta un po’ in sordina e riguardava i post di una certa Amanda Ungaro, quarantunenne brasiliana ex modella ed ex moglie di tale Paolo Zampolli, l’uomo d’affari di origine italiana che sostiene di aver presentato Melania e Donald e che ora ha un ruolo di spicco accanto al presidente Usa. «Non ho paura di voi, siete voi a doverne avere di me. So chi siete e cosa avete fatto», ha scritto Ungaro. «Non rimane niente da perdere nella mia vita. Tirerò giù l’intero sistema. Stai attenta a me, bitch». Poi ha cancellato tutto.

Il caso Amanda Ungaro

La storia di Ungaro è sconcertante. Dopo essere stata rinchiusa senza tante cerimonie in un centro di detenzione a Miami per oltre 3 mesi, è stata deportata in Brasile dall’Ice, a cui l’ex marito avrebbe chiesto un favore per liberarsi di lei e ottenere la custodia del figlio adolescente, nato da una tumultuosa relazione durata 20 anni. Due decenni nei quali lei ha avuto contatti ad altissimo livello – era al tavolo dei Trump alla cerimonia della prima inaugurazione – ma non ha mai avuto né la cittadinanza né la green card. Lei e Melania erano vicine e da quanto si capisce Ungaro avrebbe gradito un intervento della ex amica in un momento difficilissimo, quando lo studio del suo secondo marito, un medico brasiliano, è stato chiuso e lei si è ritrovata in catene insieme a tutta la povera gente che viene deportata dall’Ice, ma anche ad assassini e criminali. In una lunga intervista a «El Pais», pubblicata il giorno dopo la conferenza stampa di Melania, ha parlato anche della sua storia passata, altrettanto sconcertante: gli abusi subiti da parte del marito, che al momento può fregiarsi del fumoso titolo di «Inviato speciale per le partnership globali» grazie alla sua vicinanza a Trump, e il viaggio sul famigerato Lolita Express di Epstein insieme al suo ex agente Jean-Luc Brunel, morto anche lui in carcere nel 2022, e a tante ragazzine. Lei aveva 17 anni e in quel contesto sembrava quasi anziana.

Che siano bastate le parole di una ex amica a scatenare la furia di Melania? Certo è che chiunque negli anni abbia cercato di risvegliare le ombre del suo passato se l’è vista bruttissima e Ungaro ha parlato di un «patto segreto» che lega la first lady a Zampolli. L’ira di Melania la conoscono bene anche il sito di informazione «The Daily Beast» e il giornalista Michael Wolff, che ha scritto dei legami tra la first lady ed Epstein e a cui lei ha fatto causa, chiedendo un risarcimento (lui ha risposto con una contro-causa). Rispetto al primo mandato di Trump, «la Sfinge slovena», come l’ha soprannominata Maureen Dowd del «New York Times», appare più sicura di sé e decisa a controllare la sua immagine, il suo brand, con buona pace degli intellettuali liberal e di chiunque – e sono in tanti – si chieda come sia possibile scrivere un libro legnoso come «Melania», in cui almeno si intravede un po’ della sua infanzia e si scopre che è pro-aborto, e cosa farsene di un documentario che sembra un brutto spot pubblicitario come quello prodotto da Amazon. Ma a lei non interessa: intanto ci ha fatto tanti soldi – 20 milioni secondo «Forbes», che aggiunge come anche da bitcoin e criptovalute guadagni molto – e poi tutto questo le dà un’aura di forza, qualcosa di simile a un’indipendenza. Più il marito è erratico, più lei vive in una sospensione irreale, priva di mutamenti.

Non ha paura di promuovere l’anti-umano

Però al centro della scena resta lei, e sembrano lontani i tempi in cui copiava il discorso di Michelle Obama o doveva gestire l’ingombrante figura della first daughter Ivanka, figlia di quella Ivana la prima moglie così eccessiva, umana. Ora Melania fa conferenze stampa con androidi umanoidi molto più empatici di lei, con la scritta «Melania» sullo schermo-testa e bianchi come i tailleur che spesso sceglie per spiccare. Non ha paura di promuovere l’anti-umano, anche in un ambito delicato come quello dell’istruzione dei ragazzi, che vedrebbe bene in mano ai robot guidati dall’IA. La sua estetica è sempre meno auto-protettiva: restano i tacchi affilati, ma i cappelli repellenti e i look imbustati stanno facendo spazio a qualcosa di più giovanile, quasi executive. Resta Epstein, le foto con Epstein, quando lei era una modella dalla carriera mediocre che girava in abiti succinti e capelli effetto bagnato per le feste di New York come quella del 1998, al Kit Kat Club, organizzata da Zampolli, in cui avrebbe conosciuto Donald. Dai files emergono scambi con Ghislaine Maxwell, che la chiama «dolcezza» e alla quale lei risponde con «Love, Melania». Epstein, per Melania come per tanta gente, è un problema che non va via.

Melania ha una caratteristica: più parla, meno la capiamo. Per anni ci siamo divertiti a vederla come la prigioniera della Casa Bianca, la moglie bella tenuta a stento accanto a un uomo insopportabile. In ogni caso non si capisce se Trump sapesse o no, della conferenza stampa. Ai giornalisti che l’hanno chiamato per un commento l’ha difesa, dicendo poi: «L’avrei fatto in questo modo? Forse no, forse, non so».