I bastioni del tecnofuturo di Shenzhen

by azione azione
29 Aprile 2026

Robot, droni e riconoscimento facciale nella megalopoli tecnologica della Cina

Un codice QR sul cellulare. Bip. Pagato. Il braccio robotico comincia a lavorare, silenzioso. Quando porge il caffè, mi dico che la giornata comincia bene, con un aroma che sa di casa. Sarà però l’unica cosa che mi ricorderà il Vecchio continente in questa megacittà proiettata sugli schermi del futuro come un mondo virtuale.

Sono sceso da un treno che ha percorso 1200 chilometri in meno di quattro ore: velocità media 350 all’ora. Appena uscito dalla stazione, dopo aver aperto il tornello con la scansione del viso, un robot poliziotto mi ha scrutato attentamente prima di lasciarmi passare. Più in là, un altro robot – uno spazzino – nettava la piazza. In metropolitana, dopo i controlli col metal detector, ho generato il biglietto con il cellulare, un altro codice QR, e per più di un’ora mi sono mosso tra gallerie commerciali sotterranee, stazioni climatizzate alte come cattedrali e treni che filano silenziosi senza sosta. Quando sono riemerso, nel distretto di Futian, grattacieli da mezzo chilometro d’altezza rifrangevano il cielo come prismi giganti, mentre il traffico sui boulevard a cinque corsie emetteva solo un lieve ronzio di auto e moto elettriche.

La megalopoli del fiume Yue è un altro pianeta in Terra. Con un’estensione pari all’intera Svizzera più buona parte della Lombardia e una popolazione di quasi 90 milioni di persone, è l’agglomerato urbano più grande al mondo, l’area più dinamica della Cina e centro della produzione tecnologica della Tigre asiatica. Una distesa infinita di strade, ferrovie, palazzi, ponti, viadotti, porti e aeroporti che va da Hong Kong a Macao, passando per metropoli che molti di noi non hanno mai sentito nominare: Guanzhou, Foshan, Zhongshan. E Shenzhen, dove mi trovo ora.

Meno di quarant’anni fa, questo era un villaggio di pescatori a ridosso di Hong Kong. Al Partito però non andava giù lo strapotere economico della colonia britannica. Pechino decise così di creare una zona di libero scambio che attirò qui soldi e forza lavoro. Oggi Shenzhen conta più di 18 milioni di abitanti ed è la sede di alcune delle industrie tecnologiche più avanzate del mondo. Quasi tutti i dispositivi che maneggiamo ogni giorno arrivano da qui. Compresi gli iPhone. Compreso il mio telefono, senza il quale non potrei fare nulla, nemmeno parlare con Yawlin. Lei però non è qui per la tecnologia. È venuta a comprare vestiti. Perché anche i marchi della moda occidentale producono nella megacittà. Abbigliamento, borse, occhiali. Yawlin li compra all’ingrosso per i suoi due negozi di Kunming, a 1500 chilometri da qui. «Li rivendo almeno a tre volte il prezzo che mi fanno nelle fabbriche, che poi è sempre un decimo di quello che costano da voi in Occidente», traduce ad alta voce il cellulare, mentre suo marito scorre col pollice i grani del japa mala, il rosario buddista. Il particolare mi incuriosisce. «La fede non è vietata, ma deve essere una cosa privata, discreta». Chiedo cosa vuol dire. Il cellulare traduce. «Vedi, per esempio, c’è una chiesa cattolica, la lasciano fare. Un giorno costruiscono una grossa statua di Cristo lì davanti. E quello non va bene, così le autorità la tirano giù dalla sera alla mattina. Che bisogno c’è di una statua gigante quando il mio rosario sta in una mano?».

Lo stesso principio però non si applica ai templi del consumo, giga centri commerciali dove puoi comprare auto a guida autonoma e tablet che si ripiegano più volte per stare in una tasca. E non si applica nemmeno al controllo sociale pervasivo, con telecamere ai semafori che grazie a software di riconoscimento facciale scansionano e pubblicano sui monitor i volti dei sospetti criminali. Lì, la sfera privata deve essere di dominio pubblico.

Contraddizioni – forse apparenti? – che ritrovo ovunque mentre mi muovo lungo la Fuhua Road, l’asse principale del distretto di Futian. Mentre passo davanti al centro commerciale Excellence, da un lato ammiccano i marchi occidentali del lusso, dall’altro un grappolo di telecamere appese a un palo punta in ogni direzione. Mi fermo a fotografarlo e mi accorgo che una mi punta e segue i miei movimenti. La megacity è l’incubo orwelliano diventato realtà, mascherato da una colorata patina di turboconsumismo.

Un paio di isolati – e qualche centinaio di telecamere – più in là, il Pin An, con in suoi 115 piani e 600 metri di altezza, è il grattacielo più alto della città. È il quinto al mondo, in un agglomerato che vanta la più densa concentrazione di grattacieli sopra i 200 metri di tutto il globo. All’ora di pranzo, la city è invasa da nugoli di rider che portano i pasti ordinati sulle app nelle migliaia di uffici che animano questi bastioni del tecnofuturo. A cui il food delivery si è già adeguato: arrivo nel parco Lianhuashan, è una giornata calda ma mite, non di quelle soffocanti, perfetta per un picnic. Scelgo dei ravioli sull’app, consegna con drone. Pago e aspetto vicino alla stazione di consegna. Intanto, mi accorgo che la batteria del mio cellulare è quasi a terra, ed è solo mezzogiorno. È il risvolto di questa ipertecnologia che demanda ogni cosa allo smartphone. Ma qui hanno pensato anche a questo. Cerco con gli occhi uno dei tanti armadietti gialli che sono letteralmente a ogni angolo di strada. Di nuovo, scansiono il codice QR, sblocco un powerbank a noleggio, lo attacco al cellulare e sono pronto ad affrontare il resto della giornata con i miei ravioli appena atterrati sulla postazione di consegna del drone.

Una ragazza riprende la scena col cellulare. È Paola, italiana, anche lei affascinata da questa bizzarria futuristica. «Non sono qui solo per riprenderli, i droni. Ma per comprarli», dice mentre andiamo verso una caffetteria di una catena molto popolare tra i giovani. E mi racconta che ha lasciato il suo lavoro in una società di consulenza per lanciarsi nel business degli show dei droni. Il futuro degli spettacoli pirotecnici, qui già molto comuni. «Li hanno inventati loro, proprio come i fuochi d’artificio mille anni fa. Loro hanno la tecnologia migliore. E anche la più economica».

Centinaia, a volte migliaia di droni sincronizzati e guidati da un computer, capaci di creare coreografie tridimensionali e colorate nel cielo durante grandi eventi, concerti, match. «Le fabbriche dei droni sono tutte qui», dice Paola trattenendo a malapena il suo entusiasmo mentre cerchiamo di ordinare due caffè. Ma non si può. Il barista dietro il bancone non può accettare ordini a voce né pagamenti: il sistema è pensato solo per ordinare dall’app, che noi non abbiamo sul telefono. E comunque è tutta in cinese. E serve avere un account per pagare. Inebriati da tanta tecnologia, ma senza l’aiuto della caffeina, lasciamo il locale. Il futuro ci aspetta.