Prime Video: la serie «Young Sherlock» riscrive il detective nelle sue relazioni famigliari, penalizzando un po’ l’enigma e svelando molto del personaggio
In un negozio della Londra vittoriana di fine XIX secolo, il giovane Sherlock, diciottenne, vorrebbe comperare il suo iconico cappellino, ma l’amico Moriarty glielo toglie dalle mani, aggiungendo che se mai indosserà «un cappello così smetterò di essere tuo amico». Conta otto episodi la prima stagione della nuova serie Young Sherlock (in cima a molte classifiche) uscita in italiano su Prime Video nelle scorse settimane. E a noi è piaciuta, sì. E già questo dice qualcosa, perché Young Sherlock non è un’operazione ingenua: è pensata, costruita, perfino un po’ furba. Eppure funziona.
Non arriva dal nulla: l’idea di un Sherlock giovane esiste da tempo, così come il tentativo di dargli una formazione, una famiglia più presente di quanto fosse mai stata nei testi originari e un carattere ancora un po’ acerbo. Ne hanno scritto romanzi (ad esempio quelli di Andrew Lane da cui trae ispirazione la serie) e ne hanno già fatto anche dei film. Qui però ci si spinge un passo oltre, soprattutto nel rapporto con James Moriarty. Non ancora nemico giurato, ma presenza vicina, quasi speculare: l’amico del cuore. Un affronto non da poco per gli affezionati, ma anche la scelta più interessante, perché costruisce nei dettagli il conflitto impastato da stima e competizione che contraddistingue la loro relazione matura, e lo fa in modo brillante.
Per il resto, la direzione è chiara: meno enigma puro, meno meccanismo investigativo, più legami, più dinamiche famigliari, più costruzione emotiva. Questo Sherlock è ancora in formazione, quindi instabile, reattivo, a tratti persino eccessivo (quasi isterico). È evidente l’adattamento a una grammatica narrativa più moderna, quella di oggi.
È facile immaginare che i puristi storcano il naso. Chi cerca la precisione del canone, la freddezza logica, potrebbe non ritrovarsi. Ma è altrettanto evidente che la serie intercetta un bisogno reale (nel senso del «più volte dimostrato»): non soltanto nuovi casi, ma una conoscenza più ampia, più intima, più continua del personaggio. In fondo non è così lontano da ciò che accadeva già ai tempi dei primi lettori, quando si ribellarono alla morte del personaggio costringendo Doyle a rifarlo comparire. Per non dire del culto del personaggio che ne è derivato. Oggi, però, non basta che ritorni: deve espandersi, riempire gli spazi rimasti vuoti, diventare una storia completa; lo conferma la curiosità dei lettori, quegli stessi che ad esempio ne seguono le tracce attraverso i tanti pellegrinaggi che portano migliaia di appassionati a visitare le cascate di Reichenbach o a sostare in Baker Street. I lettori vogliono, insomma, conoscere il loro personaggio preferito in tutte le sue sfaccettature, e questa serie li aiuta con mestiere, con ritmo, con una certa eleganza, intrecciando bene gli eventi personali alla trama.
Resta però un dubbio. Se continuiamo a riempire ogni vuoto, a spiegare ogni passaggio, a illuminare ogni zona d’ombra di questo mito, quando arriveremo a sapere tutto di Sherlock Holmes, continuerà ancora davvero a interessarci?
