Il m.a.x. Museo di Chiasso dedica un’importante retrospettiva al poliedrico maestro svizzero (fu architetto, pittore, scultore, designer e teorico), figura cardine dell’arte del Novecento
Max Bill può essere a buon diritto considerato il paradigma dell’artista totale. Architetto, pittore, scultore, designer e teorico, ha attraversato il XX secolo operando in diversi ambiti della produzione artistica, sorretto dalla ferma convinzione dell’importanza di un approccio integrato all’atto creativo.
Questo eclettismo, accostato da alcuni critici all’«universalismo leonardesco», è maturato in lui durante il periodo di studi al Bauhaus di Dessau, dove, tra il 1927 e il 1928, sotto la guida di Josef Albers, Wassily Kandinsky e Paul Klee, plasma da una parte la sua visione fondata sul rigore formale, dall’altra la sua prospettiva interdisciplinare del fare arte.
Lungo e denso è il percorso di Bill: sessant’anni di assidua sperimentazione in cui pensiero, pratica artistica e insegnamento si sono intrecciati senza soluzione di continuità. Grazie a un’instancabile attività di ricerca, il maestro svizzero è diventato così una delle figure più rilevanti del Novecento, imprescindibile punto di riferimento per generazioni di artisti che hanno raccolto l’eredità della sua concezione progettuale.
Nei lavori di Max Bill la geometria genera bellezza scandendo i ritmi dei colori, del movimento e dei rapporti spaziali
La formazione come argentiere a Zurigo, la fondazione del gruppo d’avanguardia «Allianz», l’esperienza didattica presso la Hochschule für Gestaltung di Ulm, da lui istituita, e l’impegno profuso nel dibattito sul design per indicare una via alla progettazione che fosse insieme etica ed estetica sono solo alcune delle vicende salienti del cammino di Bill. Un cammino al centro del quale, come faro che tutto illumina, c’è l’interpretazione del processo creativo quale strumento per svelare le leggi dell’universo attraverso la perfezione formale.
È così che Bill individua nell’Arte Concreta il linguaggio più idoneo alla piena estrinsecazione dei propri proponimenti artistici: governati dai principi della matematica, i suoi lavori sono composizioni in cui la geometria genera bellezza scandendo gli equilibri e i ritmi dei colori, del movimento e dei rapporti spaziali. Partendo dalle premesse del Neoplasticismo olandese e del Bauhaus, questo tipo di arte punta alla manifestazione dello spirito umano senza avvalersi di riferimenti al mondo esterno, diventando «pura espressione di misura e di norma». Per Bill essa è in grado di costruire nuove realtà, contribuendo a modellare una società armoniosa in cui forma e funzione coincidono nel segno di un’essenzialità estetica e pratica.
Sebbene numerose mostre abbiano già ampiamente trattato molti aspetti della parabola artistica di Bill, la rassegna ospitata al m.a.x. museo di Chiasso risulta un tassello importante per la conoscenza del maestro svizzero, poiché si focalizza sulle sue relazioni con il Canton Ticino e con l’Italia, nonché sugli scambi culturali fra Zurigo e Milano, che, proprio grazie ai rapporti personali dell’artista, hanno permesso la diffusione dell’Arte Concreta in ambito europeo.
Il Ticino, negli anni Trenta, è stato un luogo di ritrovo per intellettuali e fuoriusciti politici che qui sono entrati in contatto con un ambiente accogliente e stimolante. Così è stato anche per Bill, più volte ospite, con la moglie Binia, della famiglia Rosenbaum a Comologno, presso la casa nota come «La Barca». In questo fervido clima di confronto libero Bill incontra, tra gli altri, Jean Arp, Sophie Tauber-Arp, Max Ernst, Meret Oppenheim e Ignazio Silone. Proprio per quest’ultimo, nel 1933 e nel 1934, disegna le copertine di due libri, tra cui la prima edizione del celebre romanzo Fontamara pubblicata in Svizzera in lingua tedesca da Oprecht & Helbling.
L’esperienza di Comologno è stata un capitolo fondamentale per la crescita culturale e umana di Bill, favorendo in modo rilevante lo sviluppo della sua visione artistica anche grazie al dialogo con la moglie di Wladimir Rosenbaum, la pianista e psicanalista Aline Valangin, con la quale egli disquisiva sulla connessione tra arte, matematica, musica e psicologia.
Altrettanto cruciale è stato poi per Bill il rapporto con Milano, centro di dibattito internazionale e di diffusione del suo lavoro. A partire dal 1936, anno in cui disegna il Padiglione svizzero alla Triennale proponendo un innovativo spazio fondato su ritmo, colore e forma, l’artista instaura un profondo legame con il capoluogo lombardo, che si rafforza ulteriormente nel dopoguerra.
Nel 1947, infatti, Bill è promotore della mostra arte astratta e concreta presso Palazzo ex-Reale, curata insieme a Lanfranco Bombelli Tiravanti con la grafica di Max Huber. Grazie a questa esposizione l’artista intesse una fitta trama di relazioni, in particolare con figure quali Gillo Dorfles, esponente dell’Arte Concreta in ambito italiano, con Ernesto Nathan Rogers e con Giuseppe Samonà, che contribuisce a costruire quel ponte culturale tra Zurigo e Milano alla base del rinnovamento dei linguaggi delle arti e del design.
I dipinti, le sculture, le grafiche e le opere di design presenti a Chiasso (tra cui alcuni pezzi che l’artista stesso considerava rappresentativi della propria produzione, tanto da non aver mai voluto venderli, prestati alla rassegna dal figlio Jakob) ci raccontano il percorso di Bill dal periodo iniziale della sua attività fino alla piena maturità della sua ricerca.
Max Bill, soprattutto negli anni Venti e Trenta, fu influenzato in modo importante dai maestri del Bauhaus
La ricca documentazione relativa ai soggiorni a Comologno che apre la mostra è attorniata da lavori degli anni Venti e Trenta in cui si coglie chiaramente l’influenza che i maestri del Bauhaus hanno avuto sull’artista. Interessante è poi la sezione che affronta lo sviluppo dell’Arte Concreta, i cui principi vengono per la prima volta messi in pratica in architettura da Bill proprio nella già citata sezione svizzera della Triennale del 1936, punto di partenza, in rassegna, per documentare le importanti relazioni con Milano. Significativa, in questa sala, è inoltre l’opera del 1938 dal titolo quinze variations sur un même thème (scritto con lettera minuscola, come da volere dell’artista, notoriamente avverso alle maiuscole), una cartella grafica in cui si coglie il passaggio da rigorose elaborazioni geometriche a strutture più libere, come la spirale, simbolo per Bill della proporzione perfetta e dell’espansione della vita attraverso la regolarità delle forme.
Nella nutrita parte finale della mostra troviamo una serie di dipinti dalla gamma cromatica brillante in cui vengono esplorate la variazione delle relazioni tra elementi geometrici, nonché alcune sculture emblematiche dell’indagine del maestro svizzero, come kontinuität, che coniugano armonia matematica e tensione verso l’infinito. Accanto a queste opere, oggetti di design senza tempo testimoniano la versatilità di Bill, artista universale capace di dimostrare come ogni cosa possa vivere della raffinata bellezza che scaturisce dalla precisione e dalla funzionalità.
