Assia, diva del Ventennio fascista

by azione azione
29 Aprile 2026

[…segue] Mario Camerini, colto, intellettuale, geniale e pacato, praticava un cinema comico-sentimentale e anti-retorico, e osava raccontare storie di povera gente, girando fuori dagli studi. Inoltre era noto per la sua capacità di dirigere gli attori (avrebbe saputo far recitare anche un broccolo, si diceva). Assia Noris e il regista divennero compagni pure nella vita (e fra il 1940 e il 1943 anche uniti in matrimonio), ma nella seconda metà degli anni Trenta sullo schermo Assia Noris faceva coppia con Vittorio De Sica: la chimica fra loro funzionava a meraviglia. Anche in Ma non è una cosa seria (1936), Il signor Max (1937) e I grandi Magazzini (1939), il moro e la biondina, il farfallone scanzonato e la fanciulla timida formavano la coppia ideale: gli spettatori e le spettatrici li adoravano.

Ormai stella internazionale (fu diretta anche da Litvak, Dréville, Max Neufeld e Abel Gance), ma soprattutto diva del Ventennio fascista, Assia era inevitabilmente adorata anche da ministri e gerarchi, e piacque pure a Goebbels, quando nel 1940 accompagnò Farinacci in una missione in Germania, e a Hitler, che l’avrebbe voluta all’UFA (Universum Film AG). Ma Noris non volle compromettersi e quando i fascisti ricostituirono a Salò la Repubblica Sociale e trasferirono Cinecittà a Venezia, prelevando attori, registi, e artigiani, si sottrasse e si fece ricoverare in una clinica fingendosi malata di appendicite. Per prepararla al finto intervento le iniettarono una siringa di morfina. Era pur sempre un’attrice. Nel 1945 preferì unirsi a una compagnia di rivista, che recitava nella Firenze distrutta e affamata da poco liberata dall’occupazione tedesca, e poi si prestò a cantare per le truppe americane.

Nel dopoguerra, però, il suo volto era il simbolo di ciò che gli italiani volevano dimenticare o lasciarsi alle spalle: il cinema neorealista e il pubblico la rifiutarono (nel 1949 il cupo melodramma egiziano Amina – La peccatrice bianca di Goffredo Alessandrini fu un fiasco). Ma intanto a Tripoli di Siria aveva sposato un ricchissimo uomo d’affari (o petroliere) arabo col quale, dopo un soggiorno in Egitto, tornò in Italia, stabilendosi a Sanremo. Nel 1965 mise su un film tratto dalla commedia di Rojas, La celestina P…R…, che affidò alla regia di Carlo Lizzani: interveniva su tutto – luci, montaggio, sceneggiatura – perché intendeva diventare produttrice. Ne aveva i mezzi, grazie al marito, ma non riuscì a farsi prendere sul serio nell’ambiente, poco disposto a dar credito alle capacità imprenditoriali di un’attrice. La sua carriera era finita.

«Pensionata», si raccontava volentieri a giornalisti e storici del cinema, negando di essere mai stata una vamp, nonostante avesse in effetti collezionato mariti, dei quali parlava con nostalgia e divertimento – da «romanaccia» quale ormai si considerava. Si attribuiva un matrimonio lampo nella chiesa ortodossa di Nizza con il giovane Roberto Rossellini (mai confermato da costui), e annullato dopo quarantott’ore per l’intervento del padre di lei, che andò a riprenderla in un albergo di Sanremo; un secondo matrimonio di poco più duraturo (due mesi), col figlio di un giudice, Nino Gaetani; il terzo, con Mario Camerini, durò tre anni (sebbene vivessero insieme già da tempo); il quarto, con Jack Pelster, un ufficiale inglese incontrato a Firenze nel 1945, solo due: distrutto dai traumi della guerra, l’inglese tentò invano di curarsi un grave esaurimento nervoso, e si suicidò nel 1947. Erano già separati e lei progettava di tentare la fortuna a Hollywood, come Alida Valli. In qualche momento di questo turbine sentimentale, artistico, politico, bellico, talvolta tragico, Assia perse un figlio – vagheggiando di dedicarsi da allora in poi ai bambini.

Non esistono foto della Noris anziana. Quando è morta, nel 1998, per gli italiani era ancora la romantica fidanzatina d’Italia – innocente come loro, negli anni Trenta, si erano illusi di essere.

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