Dall’India per scoprire la bellezza del cambiamento

by azione azione
29 Aprile 2026

La musica indiana è molto più presente in quella occidentale di quanto si possa immaginare: lo dimostra anche The Mountain, recente album dei The Gorillaz, che raccoglie l’ultima incisione di Asha Bhosle

Secondo una tradizione induista, diffusa soprattutto nel sud dell’India, il dio Shiva è contemporaneamente creatore e distruttore. Nella sua veste di creatore è rappresentato come Nataraja, il signore della danza, e crea il mondo a partire da un suono primordiale scaturito da un tamburo. La musica in India è molto più di un intrattenimento, è preghiera, è meditazione, è una fonte di redenzione morale e spirituale. La musica indiana ha perso di recente una delle sue voci più celebri e importanti, quella di Asha Bhosle, scomparsa a Mumbai lo scorso 12 aprile all’età di 92 anni. Le sue canzoni hanno scandito per otto decenni la cultura popolare: quasi 12mila incisioni in gran parte utilizzate nelle colonne sonore dei film di Bollywood.

Dagli Stones a Kanye West, passando per Beatles e Doors: l’influenza indiana sulla musica occidentale è grande e sfaccettata

La sua morte ha commosso tutto il Paese e la folla ha accompagnato il corteo funebre intonando uno dei sui pezzi più famosi, Abhi na jao chhod kar («Non andartene ancora»), uno struggente brano del 1961, ispirato ai raga (modelli melodici) della tradizione induista. Ma Asha Bhosle è stata anche uno degli anelli di congiunzione tra il mondo musicale indiano e la musica pop occidentale. Nel 1991 collaborò con Boy George. Nel ’97 l’onnipresente hit dei Cornershop Brimful of Asha era dedicata a lei. Kanye West, i Black Eyed Peas, Method Man hanno campionato la sua voce. Una delle sue ultime apparizioni è stata nel recentissimo album della band inglese Gorillaz guidata da Damon Albarn.

Il disco, The Mountain, pubblicato a febbraio, è un ricco ed eclettico viaggio musicale-spirituale che vede nell’India il centro assoluto. La canzone Shadowy Light raccoglie l’ultima incisione di Asha Bosle. «L’ho incontrata a Mumbai – ha ricordato Albarn – e sono rimasto incantato dalla sua grazia e dalla sua eleganza. Il ricordo di me seduto a gambe incrociate a suonare l’armonium mentre lei canta rimarrà con me per sempre. Asha, avevi la voce di un angelo, ti vogliamo bene». Ma anche se spesso i nomi degli artisti indiani rimangono ignoti al pubblico occidentale, il legame e lo scambio tra i due universi musicali nell’era del pop contemporaneo è solido e radicato.

Nel 1951 fu la colonna sonora del film Il Fiume di Jean Renoir a offrire una delle prime raccolte antologiche di musica indiana destinate al pubblico occidentale. Nel 1956 fu accolto trionfalmente al Festival di Cannes Il lamento sul sentiero (Pather Panchali), capolavoro del neo-realismo indiano. La colonna sonora era composta dal virtuoso del sitar Ravi Shankar, destinato a diventare il principale testimonial delle melodie del subcontinente. Scritturato da una casa discografica britannica, la EMI, Shankar incise dischi per il pubblico internazionale, si esibì in giro per il mondo e ispirò diversi artisti jazz quali Bill Evans, Dave Brubeck e John Coltrane.

I Beatles, e in particolare George Harrison, scoprirono le sonorità orientali quasi per caso durante le riprese del film Help! nel 1965. Pochi mesi dopo incidevano Norwegian Wood, il primo pezzo rock a ospitare un sitar. Nel 1966 i Fab Four fecero il loro primo viaggio in India, ma il loro soggiorno più famoso fu il ritiro spirituale a Rishikesh nell’ashram del guru Maharishi nel febbraio del ’68. Intanto, complice anche il movimento hippie e gli scritti della beat-generation, la cultura indiana era diventata una moda e una mania. Nacque lo stile raga-rock che vedeva forti contaminazioni tra i due universi musicali. Il sitar e le strutture melodiche orientali comparvero in Paint It Black dei Rolling Stones, in brani dei Byrds, dei Traffic e dei Grateful Dead, ma anche in The End dei Doors. Jimi Hendrix diventava Vishnu sulla copertina di Axis: Bold As Love. Nel jazz il batterista Buddy Rich duettava con il percussionista indiano Alla Rakha e il chitarrista John McLaughlin fondava la Mahavishnu Orchestra e gli Shakti.

Nel 1973 il progressive rock, sempre aperto alle contaminazioni, si immergeva nelle acque del Gange con gli Yes nell’album Tales From Topographic Oceans e con i Genesis in I Know What I Like. Nel ’74 i Led Zeppelin incidevano uno dei loro brani più famosi, intitolandolo Kashmir. Negli anni Novanta il raga-rock è ricomparso con i londinesi Kula Shaker, ma anche in un brano degli Oasis, Who Feels Love? Il pop di oggi è sempre più globale e influenzato dai suoni che vengono dall’Asia. Mundian To Bach Ke di Panjabi MC nel 2002 è stato un tormentone globale. La canzone Jai Ho tratta dal film The Millionare di Danny Boyle ha vinto nel 2009 un Oscar e un Grammy. La band di New Delhi Bloodywood è diventata un nome riconosciuto nella scena metal internazionale. Anche il re Mida della musica da classifica del XXI secolo, lo svedese Max Martin, l’uomo dietro ai grandi successi pop dei nostri giorni, ha prodotto una collaborazione tra Ed Sheeran e Arijit Singh, la star hindi più ascoltata sulle piattaforme streaming.

L’influenza indiana, nata forse come una fascinazione, oggi è parte del tessuto della musica occidentale e, proprio come la danza di Shiva-Nataraja, ispira a riconoscere la bellezza del cambiamento e l’inevitabilità della trasformazione.