Facciamo l’amore, non la guerra

by azione azione
22 Aprile 2026

Dal viaggio di Papa Leone XIV alle commedie di Aristofane, un messaggio di strenua difesa della pace

Restiamo in Africa, dove è volato anche Papa Leone XIV per il suo primo viaggio apostolico nel Continente che si conclude domani, giovedì 23 aprile. Un viaggio articolato in quattro Paesi – Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale – dal forte valore simbolico. «L’Africa non è più una periferia missionaria, ma uno spazio centrale nella ridefinizione del cattolicesimo globale (…) con circa 281 milioni di fedeli, pari a quasi il 20% dei cattolici nel mondo», ha scritto François Mabille, professore di scienze politiche, su «Le Monde».

Un salto nel tempo

Tra i temi che il primo pontefice americano ha voluto sottolineare, naturalmente, c’è quello della pace. «Una pace autentica – ha affermato in Camerun – nasce quando ciascuno si sente protetto, ascoltato e rispettato, quando la legge è un argine sicuro all’arbitrio del più ricco e del più forte». Ma oggi il mondo «è devastato da una manciata di tiranni». Ogni riferimento a persone realmente esistenti è puramente casuale. O forse no. Dal canto suo Donald Trump ha continuato ad attaccare Prevost, un Papa moderato nello stile – più di Francesco – ma comunque fermo nei contenuti, che non ha fatto altro che ribadire ciò che la Chiesa dice da tempo: la pace come orizzonte irrinunciabile. Pace: una parola invocata non solo dai vescovi di Roma, ma regolarmente ignorata. Da millenni.

Proviamo allora a fare astrazione. A sospendere per un attimo l’urgenza del presente. Cerchiamo altrove, nel tempo, sguardi capaci di illuminare il nostro. Torniamo alle radici della cultura occidentale, al teatro. Più precisamente alla commedia greca: ad Aristofane, che in alcuni suoi testi ha difeso con forza l’idea di pace, mettendo in scena la guerra come ciò che è davvero – distruttiva, assurda, ridicola nella sua pretesa di essere necessaria. Partiamo da La Pace, messa in scena per la prima volta nel 421 a.C., durante la Guerra del Peloponneso, il conflitto che oppone Atene e Sparta con i rispettivi alleati dal 431 al 404 a.C. Il protagonista è Trigeo, un contadino che vola sull’Olimpo a cavallo di uno scarabeo stercorario per liberare la dea Pace, imprigionata da Polemos, il dio della guerra. Ma non lo fa da solo: chiama a raccolta «contadini, mercanti, falegnami, operai, meteci, stranieri, isolani, venite qui, popolo, tutti!», perché solo attraverso uno sforzo collettivo una tregua può essere raggiunta. Aristofane, nell’opera citata, attacca duramente anche i mercanti di armi che prosperano, mentre la gente è condannata alla rovina. E sottolinea che – con la pace – tornano i raccolti, le feste, la gioia, la vita civile.

Astinenza finché gli uomini non la smetteranno di ammazzarsi

Passiamo poi a Lisistrata, dal nome della donna ateniese che guida la rivolta contro lo scempio della guerra, presentata al pubblico nel 411 a.C. Stesso contesto: la Guerra del Peloponneso. Questa volta sono le donne di tutta la Grecia – di solito relegate tra le mura domestiche, il loro unico regno possibile – a coalizzarsi. Le ateniesi occupano addirittura l’Acropoli (cuore del potere maschile, dov’è custodito il tesoro pubblico e i soldi destinati ad armare l’esercito) e proclamano l’astinenza sessuale finché gli uomini non la smetteranno di ammazzarsi a vicenda.

Lasciamo parlare Lisistrata (non si tratta di una traduzione letterale): «Noi donne, durante la guerra e anche prima, abbiamo sopportato – con grande compostezza – voi uomini per tutto ciò che facevate, mentre voi non ci permettevate di proferire parola. Vi sentivamo però discutere e decidere male su questioni importanti. E quando chiedevamo conto delle tregue, della vita e della morte, la risposta era sempre la stessa: “Perché ti immischi? Perché non stai zitta? Torna a filare la lana, la guerra è affare degli uomini”. E noi tacevamo, per paura delle conseguenze». Le violenze domestiche non erano considerate tali, allora. «Ma se non c’era nessun uomo capace di salvare davvero la Grecia, non era forse giusto che le donne si unissero? Se ora ci ascolterete e starete zitti a vostra volta, allora sì che potremo rimettere le cose a posto». E così la pace arriva davvero, almeno in teatro.