Nigeria, Niger, Burkina Faso e Mali: un’area segnata da minaccia jihadista, tensioni etniche e fragilità politica
L’ultima domenica di marzo è stata una giornata di sangue nella Nigeria centro-settentrionale, segnata da due gravi attentati contro la popolazione, nei due Stati confinanti di Kaduna e Plateau. Il primo ha preso di mira a tarda sera una festa di nozze nel villaggio di Kahir, quando una numerosa banda armata ha aperto il fuoco sulla gente che stava festeggiando. I banditi hanno imperversato indisturbati per un’ora, sparando all’impazzata e saccheggiando negozi. Infine si sono allontanati lasciandosi dietro 13 morti e portando via un numero imprecisato di ostaggi. I giornali locali spiegano che Kahir si trova lungo la strada tra la capitale Abuja e il capoluogo dello Stato. Considerata anche la fitta vegetazione che lo circonda, il luogo è ideale per colpire a piacimento e poi dileguarsi nel nulla. «Attacchi come questo», afferma il «Premium Times» di Abuja, «sono comuni nel Kaduna meridionale e in altre parti dello Stato».
Nelle stesse ore un secondo episodio di sangue ha sconvolto una cittadina nel confinante stato del Plateau, noto per essere uno dei più insicuri della Nigeria. Qualcuno ha aperto il fuoco in un bar all’aperto di Jos, dando il via a una sparatoria tra opposte fazioni e causando diffuse scene di panico. Il numero dei morti non è chiaro ma le autorità hanno giudicato la situazione abbastanza grave da proclamare un coprifuoco di due giorni e organizzare una presenza militare tanto massiccia quanto tardiva. Hanno subito usato la parola «terrorismo», annunciando al contempo l’apertura di un’inchiesta per accertare la dinamica dei fatti. Nelle settimane successive la violenza in Nigeria è proseguita, con nuovi attacchi e scontri armati che hanno continuato a colpire la popolazione civile. Né i media, né i responsabili politici appaiono in grado di fornire una spiegazione trasparente e univoca della crescente insicurezza che mina la convivenza nel Paese, colosso africano da tempo afflitto da questo problema. La presidenza federale del settantaquattrenne Bola Tinubu non aiuta, perché appare debole e a sua volta minata da lotte intestine in vista delle elezioni presidenziali previste nel gennaio 2027.
La contesa per l’uso delle terreÂ
Le cause della diffusa violenza sono numerose e disparate, spiegano dal canto loro molti analisti. Negli Stati centrali della federazione nigeriana, l’origine della tensione viene fatta risalire alla contesa per l’uso delle terre irrigue tra la popolazione sedentaria dei coltivatori e gli allevatori seminomadi. È un conflitto che da sempre caratterizza le società tradizionali africane, ma che il cambiamento climatico rende di anno in anno più acuto. E poiché allevatori e coltivatori appartengono a etnie diverse, ecco che la rivalità assume l’aspetto di uno scontro etnico, identitario. E infine anche religioso, poiché in Nigeria convivono in gran numero cristiani e musulmani.
Il terrorismo di matrice islamica aggiunge il suo peso micidiale a tanta complessità , anche se le formazioni armate jihadiste sono attive soprattutto nel nord nigeriano, dove questo grande Paese, che a sud affaccia sull’Oceano atlantico, confina invece con il Sahel, cioè la sponda del grande deserto africano. Qui la Nigeria ha una lunghissima frontiera in comune con il Niger, e questo a sua volta confina con Mali e Burkina Faso, dando luogo a quella che potremmo chiamare una macro-regione dell’insicurezza che oggi è la più ferocemente colpita dal terrorismo al mondo.
L’epicentro del terrorismo regionale
Anche questa emergenza non è nuova. Già un anno fa, nel gennaio 2025, il Consiglio di sicurezza dell’Onu si riunì per discutere della minaccia jihadista in Africa occidentale, definita «l’epicentro del terrorismo regionale». Da allora la situazione non è migliorata. Per il terzo anno consecutivo il Sahel conta quasi la metà del totale delle vittime attribuite al terrorismo in tutto il mondo. È un conteggio tenuto da un centro studi australiano, l’Institute for Economics and Peace. Parliamo di oltre 2500 morti. Con la quantità e la gravità dei conflitti in corso nel mondo, questo dato è tendenzialmente ignorato, quanto meno dalle opinioni pubbliche europee, forse anche perché riguarda un Continente generalmente trascurato come l’Africa. La storia recente di Mali, Burkina Faso e Niger è diversa da quella della Nigeria. Da tempo tutti e tre i Paesi sono teatro di una crescente minaccia jihadista ed è stato proprio a causa dello stato di allerta che ciascuno di essi ha subito in anni successivi un colpo di Stato, generalmente bene accolto dalla popolazione, quanto meno in un primo momento. Le Forze armate hanno denunciato l’incapacità dei rispettivi Governi di far fronte agli attacchi delle formazioni armate islamiste contro villaggi e campagne e hanno preso il potere. Oggi le tre Nazioni sono comandate da un colonnello (Mali), un capitano (Burkina Faso) e un generale (Niger). Costoro hanno stretto tra di loro un’alleanza, rompendo i legami di cooperazione militare e diplomatica che li legavano all’ex potenza coloniale, la Francia, e fuoriuscendo anche dall’Ecowas, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale. Ma si sono dimostrati incapaci, finora, di arginare la minaccia terroristica. Gli attacchi delle varie formazioni jihadiste continuano con micidiale successo, tanto contro i villaggi che contro le isolate guarnigioni governative. In compenso le giunte militari reprimono duramente la crescente insoddisfazione popolare. Nell’ultimo biennio, stima l’organizzazione di difesa dei diritti umani Human Rights Watch, le Forze armate del Burkina Faso hanno ucciso oltre il doppio di civili rispetto ai militanti jihadisti.
Dei quattro Paesi che guidano la tragica classifica delle vittime del terrorismo, gli osservatori sono più ottimisti sulla capacità della Nigeria di far fronte nel medio periodo alla minaccia. Il motivo è che le sue Forze armate sono più numerose e meglio inquadrate, addestrate ed equipaggiate rispetto ai tre Stati saheliani. Inoltre il Governo federale di Abuja ha stretto accordi di cooperazione militare con Francia e Stati Uniti, laddove Mali, Burkina Faso e Niger hanno ridotto o in qualche caso azzerato le loro relazioni con le due potenze euro-americane, prediligendo invece la collaborazione con la Russia. L’Europa comunitaria sta a guardare preoccupata, consapevole che un collasso della sicurezza in Africa occidentale porterebbe inevitabilmente con sé un aumento incontrollato della pressione migratoria.
