L’associazione Acchiappa Levrieri Ticino fondata da Debora Fiora si occupa di ritrovare i cani che scappano dai proprietari
Le emozioni, dopo l’happy end, si possono leggere nei commenti ai video postati sui social e con l’eco di migliaia di visualizzazioni: «Risolto. Il cane è tornato a casa, dopo l’avvistamento a Comano». «Valcolla-Tesserete. Ritrovato». «In tanti avete seguito con il fiato sospeso la storia di Eddy. Il suo ritorno a casa, la bontà della gente, sono un grande esempio di speranza. Queste notizie riscaldano il cuore!».
A rispondere alle crescenti chiamate di soccorso per l’inaspettata quanto repentina fuga di cani dal controllo dei loro proprietari c’è Debora Fiora, 49 anni, e la sua associazione Acchiappa Levrieri Ticino – nome spavaldo, ironico, quasi da cartone animato – e tuttavia i protagonisti che si rivolgono a lei non si annunciano certo con il cuore leggero, al contrario sono attraversati da sconforto, talora panico. E così ripongono le loro speranze nella professionalità del sodalizio e dei suoi volontari, attivi 24 ore su 24, 7 giorni su 7, con persino appostamenti notturni «quando tutto è più calmo e non è inconsueto avvertire l’abbaio degli animali dispersi nell’area di ricerca», là dove il più delle volte ha inizio il lieto fine.
Romina Corti di Mendrisio, proprietaria della cagnolina Vita (nel nome, il destino, è proprio il caso di dire) – per ben due volte nell’arco di pochi mesi s’è rivolta all’associazione «che non smetterò mai di ringraziare per l’efficienza» ottenendo l’aiuto più prezioso: il ritorno a casa del suo amato animale. «Vita arriva dalla Calabria, dove ha vissuto per 8 anni in un canile. Non conosceva nulla del nostro territorio – io abito nel nucleo storico – e mi è scappata fuori dalla finestra della camera da letto. La prima volta è successo in estate, si è allontanata per 9 giorni. Poi a novembre è fuggita di nuovo per 5 giorni. È stato importante svolgere dapprima un volantinaggio a tappeto, da Mendrisio al Generoso, con tutti i dati di Vita. Abbiamo avuto tante segnalazioni, si è formata un’impensabile catena della solidarietà». Dove è stata ritrovata? «Ha raggiunto entrambe le volte l’Alpe Caviano, ha camminato per oltre 20 chilometri. È stata catturata con le foto-trappole e la gabbia perché era impensabile avvicinarla altrimenti. Ha perso tanto peso, ma poi si è ripresa». Quali emozioni ha provato al suo ritorno? «Una grande gioia. Ma ho avuto tanti sensi di colpa. Mi ripetevo continuamente, “l’ho portata fuori da un canile per farle fare una fine così…”, ma l’associazione mi ha sostenuta in ogni momento. Adesso Vita è cambiata, è una cagnolina bravissima, circondata da tanto affetto».
Chiediamo ora a Debora Fiora la genesi della sua attività. Come è nata Acchiappa Levrieri Ticino? «Diciamo che l’iniziativa sorge dall’unione di più persone che hanno messo a disposizione la propria passione per i cani, in particolare per i levrieri. Abbiamo visto che c’erano parecchie fughe, anche in situazioni vicine a noi, magari scappava il cane di un amico o di un parente, e abbiamo riscontrato questo reale bisogno di una figura esterna alla situazione di emergenza. Serve qualcuno che possa prendere in mano la gestione in maniera precisa e senza troppe implicazioni emotive. È veramente difficile riuscire a fare le cose pratiche quando si sta cercando disperatamente il proprio cane. Personalmente avevo già maturato un’esperienza pluriennale in Italia con le ricerche e tre anni fa ho deciso di creare un’associazione anche qui. Inizialmente le ricerche erano saltuarie, poi sono diventate più frequenti. Questo passo è stato fondamentale per muoverci con professionalità verso le istituzioni, per chiedere le autorizzazioni per i voli dei droni o per posizionare le gabbie trappola. Io vivo proprio sulla frontiera, vicino a Porto Ceresio, quindi opero costantemente su entrambi i fronti».
Ma quali sono i motivi che inducono i cani a fuggire dai loro proprietari? «I temporali, i tuoni o il vento forte sono episodi imprevisti che possono scatenare reazioni improvvise di paura nell’animale, cogliendo di sorpresa il proprietario. Tantissime fughe sono poi legate alle adozioni fresche. I cani appena adottati non conoscono ancora la famiglia né il territorio; spesso trovano una via di fuga nel giardino, o riescono a sfilarsi le pettorine e partono. C’è poi il fattore predatorio, specialmente in montagna: sentono un animale o seguono una pista, perdendo il riferimento con il proprietario. Lì, rischiano di mettersi nei guai, magari scivolando su rocce o punti pericolosi. Per i cani appena adottati – quasi tutti arrivano da canili o rifugi – il passaggio in una casa all’inizio li destabilizza molto. Non conoscono la vita a contatto con le persone o l’ambiente domestico: questa novità crea un’agitazione tale da spingerli a cercare di tornare a ciò che conoscevano come familiare».
Quando e come entrate in azione dopo l’allarme? «Il contatto può arrivare direttamente dal proprietario, dall’associazione che ha affidato il cane o da altri volontari. Noi partiamo subito con un primo avviso sui social. Viene creato un post il più dettagliato possibile perché è fondamentale spiegare alla gente sia cosa fare, sia soprattutto cosa non fare. In buona fede, molti rincorrono il cane per metterlo in sicurezza, ma con certi cani è la cosa peggiore: si allontanano e si allarmano ancora di più. Facciamo un profilo del cane e della situazione che ha scatenato la fuga, chiedendo le posizioni precise e le direzioni prese per individuare sulle cartine l’area operativa. L’appello viene diffuso sulla nostra pagina, sui gruppi locali, sul sito Centrale svizzera animali smarriti (STMZ) e tramite i media. Questa diffusione può essere risolutiva già nelle prime fasi. Segnaliamo inoltre lo smarrimento agli organi competenti sul territorio: Protezione Animali, Polizia e Guardia Caccia. È fondamentale allertare tutti i referenti per garantire la sicurezza del cane e degli altri, lasciando i nostri contatti costanti per ogni avvistamento».
Con quali strumenti intervenite? «Il drone termico è spesso il primo strumento che utilizziamo. Ci permette di scandagliare il territorio velocemente e ad ampio raggio, specie in quei punti pericolosi, scoscesi o difficili da raggiungere dove l’animale è in grado di infilarsi, ma l’uomo meno. In base al comportamento del cane, pianifichiamo il recupero. Se lo individuiamo in un punto brutto, forniamo le coordinate precise ai soccorritori e facciamo da supporto tecnico per guidarli, monitorando che l’animale non faccia movimenti azzardati. Utilizziamo anche gabbie di cattura, previa autorizzazione del guardia caccia. Io dico sempre che bisogna immergersi nella ricerca lungo il percorso, cercando impronte o tracce. In quel momento divento quasi un animale anch’io, mi affido all’istinto per capire dove si muoverebbe. A volte la tecnica migliore è il silenzio: accucciarsi a terra con del cibo e aspettare che l’animale si fidi».
E vi fate carico anche delle ansie dei proprietari. «Il proprietario è solitamente in una confusione totale. Noi cerchiamo di dare un senso a questo caos prendendo in mano la gestione pratica: dividiamo i compiti, dal volantinaggio al monitoraggio dei sentieri. Spesso affrontiamo fasi di stallo dove per giorni non ci sono segnalazioni; lì il proprietario crolla, ma per noi quella è la normalità delle ricerche complesse. Siamo le braccia, le gambe e la “testa lucida” a disposizione, accogliamo il dolore per trasformarlo in azione. I nostri volontari devono avere sangue freddo, empatia, pazienza infinita e disponibilità. Non ci sono feste o compleanni. Io stessa arrivo a dormire in auto per non perdere un minuto. La notte poi è il momento migliore: tutto si calma e l’animale tende a muoversi con più tranquillità per cercare cibo».
