Servono consapevolezza, responsabilità e umiltà per una lucida analisi di tutto quanto non ha funzionato nell’ultimo decennio, durante il quale la conquista dell’Europeo del 2021 è stata l’unica sorprendente luce. Il calcio italiano lo deve alle migliaia di appassionati che fanno sacrifici e rinunce pur di partecipare al rito della dea Eupalla. Lo deve soprattutto alle migliaia di Enrico, Laura, Anna e Diego, nati dopo l’agosto del 2014, che ancora attendono di vedere la Nazionale azzurra scendere in campo a un Mondiale.
Non so se le più che giustificate dimissioni in serie saranno sufficienti per creare un’inversione di tendenza in un ambiente malato. Nell’immediato dopopartita, il CT Gennaro Gattuso, tra lo sconforto e la comprensibile tristezza, ha dichiarato che loro (la Bosnia) «ci hanno fatto solletico con i loro cross, mentre noi non abbiamo sfruttato almeno quattro o cinque occasioni da gol». Dov’eri Rino? Che partita hai visto? L’episodio di Zenica è stato solo l’ultimo di una lunga serie di indizi che provano la pochezza attuale del calcio italiano, incapace di esportare i suoi eventuali talenti, come ad esempio fa la Svizzera. Capace per contro di importare centinaia di stranieri mediocri. I fuoriclasse Modric e De Bruyne sono delle eccezioni, ma sono approdati nell’oramai ex più bel campionato del mondo quando avevano rispettivamente 40 e 35 anni.
Che dire poi della dichiarazione rilasciata dal presidente della Federcalcio, Gabriele Gravina: «Il calcio è uno sport professionistico. Gli altri sono dilettanti». Qual era, nelle sue intenzioni, il senso di una baggianata così colossale e imbarazzante? Caro Gravina, se i suoi ragazzi sono ambasciatori di uno sport professionistico, come è potuto accadere che non siano riusciti a conquistare uno dei 48 posti a disposzione nella fase finale della Coppa del Mondo accanto a Iran, Iraq, Giordania, Panama, Capo Verde e Curaçao?
Lasciamo a chi subentrerà il compito di smaltire le macerie e di ricostruire dalle fondamenta. Un ruolo importantissimo in questa operazione lo avranno anche i media, che, a mio modo di vedere, sono corresponsabili del tracollo. Quelli specialistici, vedi «Gazzetta dello Sport» e testate simili, così come le rubriche disseminate nei palisnesti delle tv pubbliche e private, vivono di calcio, con il calcio, per il calcio. Il resto emerge solo quando il risultato è così eclatante da non poter essere ignorato. Uno slam di Sinner, le medaglie della Brignone, i titoli delle Nazionali femminile e maschile di pallavolo, eccetera.
Quando in piena estate, senza che si giochi uno straccio di partita amichevole si riempiono, quotidianamente, più di trenta pagine con notizie (poche) e speculazioni di calciomercato (moltissime), parlare di malattia cronica è più che giustificato. Mancano la consapevolezza, la coscienza critica, il senso della misura. Mancano le domande scomode. In un contesto simile anche i mediocri possono sentirsi dei supereroi. Il sistema-calcio andrebbe rifondato partendo anche dalla relazione tra media, eventi, personaggi, risultati. Il modello svizzero, salvo rarissimi scivoloni, mi convince molto di più.
I nostri media non costruiscono Divinità dello sport. Le celebrano, quel tanto che basta, quando ottengono risultati importanti. Cercano di capirne le difficoltà, quando non ci riescono. Li ripongono temporaneamente in un cassetto della memoria quando la loro stagione agonistica si conclude. Per la stragrande maggioranza dei 365 giorni dell’anno, Odermatt, Ponti, le sorelle Kambundji, Lara Gut Behrami, Xhaka e tutti gli altri big possono vivere serenamente la loro esistenza privata di comune cittadino. Tonali, Barella, Bastoni e colleghi sono invece costantemente sul chi vive. Spesso in prima pagina. Spesso per delle piccolezze. Sempre sottoposti a una pressione che non è certo portatrice di serenità quando scendono in campo.
Sono pagati per quello, qualcuno obietterà. Vero. Infatti, l’aspetto più deleterio della copertura mediatica delle vicende calcistiche della Penisola infelice è piuttosto il messaggio diseducativo che viene veicolato. L’essere travolti dallo star system comporta per il lettore-spettatore la progressiva diminuzione delle capacità critiche. Una vittoria sarà quindi sempre la giusta ricompensa. La sconfitta, come quella che ha ostruito agli Azzurri l’accesso alla Coppa del Mondo, sarà vissuta come un’ingiustizia. Ci sarà sempre un colpevole esterno contro il quale puntare il dito. Con queste premesse non sarà facile ritrovare la retta via.