Molti prodotti utilizzano la bandiera elvetica o la balestra per farsi conoscere, ma c’è anche chi ne abusa
In questi tempi di alabarde, ne fa un grande sfoggio l’UDC nella sua lotta contro i nuovi accordi «bilaterali» con l’Unione europea, c’è un altro simbolo, anch’esso legato a filo doppio all’identità svizzera, che di tanto in tanto annaspa tra difficoltà e rimesse in discussione. Sì, stiamo parlando proprio di lei, della balestra, l’arma di Guglielmo Tell, «conosciuta in tutto il mondo», come scrive nel suo sito «Swisslabel», l’associazione che si prende cura dell’immagine dei prodotti «made in Switzerland». Un simbolo che è direttamente associato al concetto di «Swissness», in italiano «Svizzeritudine», un termine che riassume l’insieme di norme entrate in vigore una decina di anni fa per definire i criteri che permettono ad un prodotto di far uso della bandiera rossocrociata o anche della balestra di urana memoria.
La legge in questione stabilisce che per poter esibire questi simboli occorre rispettare due condizioni: il 60% dei costi di produzione deve essere legato ad una fabbrica che si trova nel nostro Paese oppure, in alternativa, svizzero deve essere almeno l’80% delle materie prime utilizzate. Legge, dati e condizioni che di recente sono stati rimessi in discussione da quello che ormai viene chiamato il «caso On», dal nome delle scarpe zurighesi in cui ha creduto, contribuendo a finanziarne gli investimenti, anche un certo Roger Federer. Ebbene On utilizza la croce svizzera pur producendo le sue scarpe principalmente in Vietnam. Una usurpazione di un simbolo svizzero, per poterne trarre un vantaggio commerciale, così almeno ha ritenuto «Swissenforcement», l’associazione che si occupa di vigilare sull’applicazione delle norme in materia. Il contenzioso con i proprietari zurighesi del marchio On si è protratto per anni. Un braccio di ferro a cui l’Istituto federale della proprietà intellettuale (IPI) ha posto un termine alla fine dello scorso mese di marzo. Per gli esperti dell’IPI va applicata alle scarpe On una soluzione di compromesso, classicamente molto svizzera.
La via d’uscita trovata è questa: se la ricerca e lo sviluppo all’origine di un prodotto, poi realizzato all’estero, vengono svolti nel nostro Paese è possibile utilizzare la croce svizzera, ma solo se viene affiancata da altre formule, come «Swiss Research» o «Swiss Engineering». Quanto deciso dall’Istituto federale della proprietà intellettuale è sicuramente una vittoria per le scarpe On, che ora potranno continuare ad avvalersi del marchio svizzero nel promuovere i loro prodotti. Altri settori della nostra economia non sono però per nulla d’accordo con quanto stabilito dall’IPI e sono ora pronti a dare battaglia. A loro dire si tratta di un allentamento delle normative e della prassi in materia, che rischia di danneggiare l’intero settore produttivo del nostro Paese e di portare persino ad una de-industralizzazione della piazza economica svizzera. La Federazione dell’industria orologiera, tra le prime a reagire, ha fatto subito capire che il «caso On» deve essere interpretato come «un cattivo segnale per il settore industriale del nostro Paese», con il rischio concreto di compromettere migliaia di posti di lavoro. Visto che ora è possibile far uso dei simboli svizzeri anche per prodotti realizzati all’estero, si corre il rischio, così ritiene la Federazione degli orologiai, di assistere ad un aumento del numero di aziende che decide di delocalizzare, con conseguenze anche per il mercato del lavoro. Sul tema si è espressa anche l’Unione svizzera d’arti e mestieri, che rappresenta le piccole e medie industrie. Per il suo direttore Urs Furrer, interpellato da diverse testate d’Oltralpe, quanto deciso a favore delle scarpe On «rappresenta un attacco al settore produttivo svizzero, che con fatica investe e produce in Svizzera». Va detto che non tutto il settore economico è partito lancia in resta contro la decisione in questione. Economiesuisse ad esempio si è detta sostanzialmente favorevole perché quanto stabilito dall’Istituto della proprietà intellettuale introduce degli elementi di flessibilità nell’utilizzo dei simboli svizzeri e questo permette alle aziende produttrici di definire con maggiore libertà le proprie priorità e di rafforzare il nostro Paese nel settore della ricerca e dello sviluppo. Molto scettiche invece le associazioni che si muovono in difesa dei consumatori, a loro dire si rischia di confondere i potenziali clienti, che faticheranno a capire se hanno effettivamente a che fare con un prodotto davvero elvetico. Come era facilmente immaginabile, il «caso On» ha già avuto dei risvolti politici a Berna.
Diversi deputati federali non hanno perso tempo e hanno già presentato degli atti parlamentari per chiedere chiarimenti o per frenare questo utilizzo facilitato degli emblemi rossocrociati. Su tutti spicca l’ex senatore sciaffusano Thomas Minder che definisce quanto capitato «uno scandalo», a suo dire d’ora in poi «chiunque potrà utilizzare la croce svizzera a proprio piacimento». Per questo motivo lo stesso Minder è pronto anche a lanciare un’iniziativa popolare per tener ben alta la bandiera elvetica. Non è comunque soltanto una questione di simboli e di identità . Uno studio dell’università di San Gallo ha stabilito che lo «Swissmade» permette di accrescere in media del 40% il prezzo di vendita di un prodotto. In gioco c’è anche e forse soprattutto questa variabile finanziaria.
In questi giorni è scoppiato anche il «caso Aromat», condimento molto popolare soprattutto in Svizzera tedesca, che è negli anni diventato un emblema del nostro Paese e della nostra identità , perlomeno quella culinaria. Viene persino soprannominato «l’oro giallo della Svizzera». Aromat appartiene alla Knorr che sta per passare in mano statunitense, con il rischio anche di perdere il centro di produzione di Aromat in cui lavorano 180 persone e che si trova nel canton Sciaffusa. Per salvare questa miscela di spezie e la sua «Svizzeritudine» è stata lanciata una petizione. Un Aromat «made in USA» sarebbe davvero un brutto colpo, visto che qualche anno fa il nostro Paese aveva già perso i diritti d’autore sul Toblerone, passato anche lui in mani statunitensi. Eh sì, lo «Swiss made» ha sicuramente vissuto tempi migliori.
