Fare la spesa e sognare

by azione azione
15 Aprile 2026

Archiviati i coniglietti di cioccolato, siamo nella Seconda settimana di Pasqua e parliamo ancora di cibo. Il designer Bruno Munari rifletteva sul fatto che il tema della cucina ha invaso ogni ambito dell’agire umano, monopolizza le conversazioni, dilaga ovunque. Scriveva: «La spesa quotidiana è un progetto, una torta è un progetto, una pizza è un progetto…». Per me, più che un progetto è un complesso e raffinato piano di battaglia con mosse e contromosse per confondere l’avversario.

In apparenza, il compito che mi viene affidato è di una semplicità quasi offensiva: «Devi comprare solo quello che trovi scritto sulla lista; è segnato tutto, la marca, il tipo, il formato, la quantità; qui c’è la pianta del supermercato, questi sono gli scaffali con la collocazione dei prodotti. “Non puoi sbagliare!”». Lo so, ma se io volessi sbagliare, sperimentare nuovi percorsi di conoscenza? La dottrina della Chiesa ammette il libero arbitrio e la grande distribuzione no?

È risaputo: la civiltà avanza attraverso gli errori. Per fortuna, il sistema di controllo domestico presenta una falla, segnalata da una parola magica: «È in offerta!», così rispondo all’inquisizione: «Questa confezione di robiola di Roccaverano non era nella lista!». «Era in offerta! Sta per scadere!». Non è vero, naturalmente. Prima di entrare in cucina si sosta nello studio dove la data di scadenza diventa quella di domani. Con l’ulteriore vantaggio che il formaggio dobbiamo affrettarci a consumarlo subito.

Per la spesa al banco del mercato la strategia per giustificare un acquisto fuori lista cambia: «È un regalo, mi sono fatto servire dal marito, è un tifoso del Torino come me, io non volevo ma lui ha insistito». «Quando vado io a fare la spesa non mi regalano mai niente». «Voi donne non potete capire, è una forma di solidarietà tra tifosi di una squadra sfigata». Finché un bel giorno la padrona di casa mette al forno due torte invece di una: «Questa la porto al tuo amico verduriere, con tutti i regali che ti fa è il minimo».

I pensieri sul cibo monopolizzano le ore del giorno ma anche i sogni. Che per essere certificati come tali devono essere raccontati, anche se l’unica persona disposta ad ascoltare pretende di entrare a farne parte. Inizio: «È un pomeriggio d’estate, io sono al posto di guida di un’auto diversa dalla nostra: è una lunga spider bianca a due posti». Lei completa il quadro: «E io sono seduta accanto a te e ho in testa un grande foulard bianco». So di rischiare ma devo dire la verità: «A essere sincero in questo sogno tu non ci sei». Lei mette il broncio: «Se non faccio parte del cast, il tuo sogno non mi interessa». «Dai, ascoltami, così poi mi aiuti a interpretarlo». «Chi è quella che occupa il mio posto? Vediamo se hai il coraggio di confessarlo». «Il posto del passeggero è vuoto e sul sedile è appoggiato un grande vassoio di paste fresche». «Ecco, lo sapevo: vuoi più bene alle paste che a me. Di che tipo sono?». «Sono miste: cannoli, babà, funghetti, bignole, bignè con la crema chantilly». «Se c’ero io su quel sedile non mi avresti degnata di uno sguardo. Invece le paste le ricordi una per una. E dire che stai guidando». «Non sto guidando, sono fermo in mezzo ad altre auto su un prato dove c’è un raduno di gente. Il prato è in leggera salita. A un tratto l’auto inizia a scivolare all’indietro, sento gridare: “Frena! Frena!”. Schiaccio il pedale ma è guasto, tiro il freno a mano e pure quello non funziona. L’auto slitta verso quella parcheggiata dietro la mia. Qualcuno però si infila nello spazio fra il posteriore della mia e il muso dell’altra e, appoggiando le mani contro il lunotto posteriore evita l’urto. Uno dei salvatori mi rimprovera: poteva almeno tirare il freno a mano! Gli mostro la leva tirata su inutilmente. Mi consolano: l’importante è che queste belle paste si siano salvate. Forse dovrei offrirle a quelli che hanno rischiato di farsi male per evitare l’urto. Ma poi non ce n’è più per me. Mica gliel’ho chiesto io di buttarsi in mezzo. E poi l’auto non è mia!». «Non dirmi che hai avuto il coraggio di mangiare sotto i loro occhi tutte quelle paste!». «Magari! Io vorrei solo tornare a casa, ma c’è una festa della Terza Età in un palazzo che si affaccia sul prato. Si spalanca il portone e un nugolo di donne avanza verso di me o meglio verso il mio vassoio. Vorrei metterlo in salvo, giro la chiavetta dell’accensione ma l’auto non parte. Sono in preda all’angoscia, ho i sudori freddi. Mi sveglio. Secondo te cosa significa questo sogno?». Non infierisce: «Al posto tuo io eviterei di farmi questa domanda, in fondo si tratta solo di un sogno». «Sì, ma che fine avranno fatto tutte quelle paste?».