Impressiona l’uso insistito della retorica devota del premier Netanyahu che fino a ieri si professava laico e oggi parla come gli alleati della destra nazionalista religiosa
Scatenando reazioni di sgomento in buona parte dei Paesi occidentali, lo scorso 30 marzo, la Knesset ha approvato in prima lettura un progetto di legge che prevede la pena di morte per i palestinesi autori di omicidio in contesti «terroristici». Un voto accompagnato da una retorica religiosa sempre più presente nella cosa pubblica israeliana. «Con l’aiuto di Dio applicheremo questa legge e uccideremo i nostri nemici», ha detto uno dei promotori. «È una legge tipicamente ebraica e morale», ha aggiunto la deputata Limor Son Har-Melech, del partito ultranazionalista Otzma Yehudit.
È l’ultimo episodio di una lunga deriva: una progressiva sacralizzazione della politica israeliana, guidata non da rabbini o teologi, ma da leader teoricamente laici, come Benjamin Netanyahu, che negli ultimi anni ha fatto un uso sempre più spregiudicato del linguaggio religioso, fino a evocare gli Amaleciti – nemici ancestrali del popolo ebraico – per giustificare le operazioni militari a Gaza. Nel novembre 2023, citando il libro biblico del Qohelet, proclamò: «C’è un tempo per la pace; questo è un tempo per la guerra». Una guerra elevata a «missione morale», a «battaglia del bene contro il male».
C’è un dettaglio che rende tutto questo paradossale: Netanyahu è un ebreo secolare, cresciuto in una famiglia laica, estraneo alle pratiche osservanti, legato all’identità ebraica soprattutto come fatto culturale e nazionale. Da cosa nasce allora la sua recente svolta biblica?
L’alleanza salvifica
Il premier più longevo della storia israeliana – quasi vent’anni cumulati alla guida del Paese in tre diversi mandati come premier, l’ultimo dal 2022 – è in realtà un uomo assediato dalla giustizia. Tre procedimenti per corruzione (frode, abuso di fiducia, favori mediatici in cambio di interventi legislativi) e un mandato di arresto della Corte penale internazionale pendono su di lui. Come si è salvato, allora? Alleandosi coi partiti ultranazionalisti e teocratici che lo sostengono dal 2022: Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir, il Partito Sionista Religioso di Bezalel Smotrich e il movimento Noam. Non dimentichiamo che da gennaio a ottobre 2023, Israele era stato attraversato da grandi manifestazioni popolari contro la riforma giudiziaria voluta dal suo Governo che avrebbe ridotto i poteri della Corte Suprema e aumentato il controllo politico sulla magistratura. Poi ci sono state le carneficine di Hamas del 7 ottobre 2023 e l’agenda politica del Paese è bruscamente cambiata, facendo in parte dimenticare la situazione precaria del capo del Governo di fronte alla Giustizia.
Gli alleati di Netanyahu sono ideologicamente lontani dal secolarismo del Likud, ma garantiscono la sopravvivenza del Governo e ogni riforma che possa indebolire la magistratura. Ben-Gvir – che considera un eroe Baruch Goldstein, autore del massacro di Hebron del 1994 – e Smotrich – ideologo della superiorità ebraica e promotore di annessioni permanenti – sono gli alfieri del sionismo religioso che sogna un Israele diverso: più grande, più biblico, più omogeneo. Con loro è riemerso anche il mito della «Grande Israele». Ma di cosa stiamo parlando?
Cosa dice la Bibbia
Nella percezione contemporanea, «Grande Israele» evoca una mappa vastissima: dal fiume d’Egitto all’Eufrate, includendo Sinai, Giordania, Siria, Libano, persino parte dell’Iraq. Ma è un’immagine che non trova fondamento nella Bibbia, né nella tradizione rabbinica classica. L’espressione Eretz Israel Hashlema, «la Terra d’Israele nella sua completezza», non esiste nella Bibbia. Il testo sacro propone invece delimitazioni variabili e simboliche: da quelle minimaliste («da Dan a Beersheba») a quelle iperboliche usate nei trattati dell’antico Vicino Oriente («dal fiume d’Egitto al grande fiume, l’Eufrate», Genesi 15:18). La formula biblica è teologica, non geopolitica: indica l’ampiezza della promessa divina, non un confine preciso.
È probabile che neppure Netanyahu punti a una versione massimalista di Grande Israele, «accontentandosi» di uno Stato che annetterebbe volentieri l’intera Giudea-Samaria (cioè la Cisgiordania), Gerusalemme (compresa la città antica), la Striscia di Gaza e il Golan siriano. Quanto ai suoi sodali ultranazionalisti religiosi, ogni sogno appare lecito. In un recente passato, il leader palestinese Yasser Arafat, aveva diffuso l’idea che le due strisce in blu nella parte superiore e inferiore della bandiera israeliana, con al centro la stella di Davide, rappresentassero in realtà il Nilo e l’Eufrate. A lungo gli osservatori l’avevano considerata una leggenda metropolitana anti-israeliana, ma oggi c’è chi comincia a crederci.
Storicamente, la lettura espansionista nasce secoli dopo la stesura dei testi biblici, nel Medioevo, con la mistica cabbalistica, e si è potentemente rafforzata dopo il 1967 – l’euforia della vittoria nella Guerra dei Sei Giorni – diventando infine dottrina politica in alcuni ambienti del sionismo religioso. È lì, non nella Bibbia, che si radica l’idea di un dovere di conquista permanente. Lo storico Joseph Algazy lo ha spiegato bene: fu la combinazione di trionfo militare, crisi del mondo arabo e crescita del nazionalismo religioso a trasformare un concetto teologico fluido in un programma territoriale concreto.
Le paure dei vicini
Non stupisce che ogni volta che un leader israeliano evoca il «Grande Israele», l’intero Medio Oriente reagisca con un sussulto. Dopo l’intervista di Netanyahu a i24News nell’agosto 2025 – in cui confessò di sentirsi investito di una «missione storica e spirituale» – Egitto, Giordania, Iraq e Arabia Saudita chiesero immediati chiarimenti, denunciando un progetto destabilizzante e potenzialmente esplosivo.
I siti filo-israeliani, come https://israelfaqs.com/, parlano di farneticazioni e timori infondati, visto che a loro avviso «la storia recente mostra che Israele ha saputo anche rinunciare a territori: il Sinai restituito all’Egitto nel 1979, il ritiro da Gaza nel 2005, la consegna di Betlemme all’Autorità Palestinese dopo Oslo». E sostenendo che «la maggior parte delle decisioni territoriali di Israele sono guidate da preoccupazioni di sicurezza, non da un’ideologia espansionistica e che le zone cuscinetto strategiche servono a difendersi da invasioni terrestri, attacchi missilistici a corto raggio e minacce provenienti dai tunnel sotterranei, non a perseguire conquiste o manipolazioni demografiche».
Si sorvola, però, sui sistematici programmi di insediamento dei coloni in territori occupati dai palestinesi. Nel 2024 sono state avanzate 28.872 nuove unità abitative nei territori occupati, con 24.258 dunam dichiarati «terra di Stato», una delle più grandi acquisizioni fondiarie dagli anni di Oslo. Il 2025 ha superato ogni precedente: record di nuovi avamposti illegali, colonie legalizzate e infrastrutture pensate per consolidare il controllo israeliano sulla Cisgiordania. Parallelamente, l’ONU registra 1.732 episodi di violenza dei coloni e lo sfollamento forzato di oltre 36.000 palestinesi nello stesso periodo. Dati confermati anche dagli israeliani. Smotrich ha definito le nuove infrastrutture stradali e l’espansione dei piani edilizi un modo per «imporre una sovranità di fatto» e per «seppellire l’idea di uno Stato palestinese», confermando apertamente la volontà politica di espandere le colonie.
Il Golan: il laboratorio dell’espansione
Così, oggi, con un governo dominato dal sionismo religioso, il mito ritorna, spesso come giustificazione teologica per annessioni di fatto: in Cisgiordania, nella Valle del Giordano, sul Golan siriano. Le Alture del Golan sono forse il caso più evidente: occupate nel 1967, annesse unilateralmente nel 1981, mai riconosciute dall’ONU ma integrate con scuole, infrastrutture e insediamenti. I drusi locali continuano a considerarsi siriani, ma la politica israeliana punta da decenni a normalizzare il controllo sull’area. Negli ultimi anni, nuove leggi hanno reso l’annessione irreversibile, mentre la retorica umanitaria – «proteggiamo i drusi siriani» – maschera obiettivi strategici. Il Golan sembra oggi il banco di prova della dottrina del governo: normalizzare l’eccezione, rendere permanente il provvisorio, trasformare l’occupazione in geografia.
Una via d’uscita?
Esiste una via d’uscita alla sacralizzazione della politica israeliana? Teoricamente sì, e a sorpresa potrebbe passare proprio dalla religione – una religione diversa, va da sé, da quella evocata nelle piazze e nei comizi. Il rabbino francese Philippe Haddad propone da anni un concetto semplice e rivoluzionario: sostituire l’idea di «Terra Santa» con quella di «Terra di santità ». Non una terra resa sacra da Dio e quindi da possedere, ma una terra che gli esseri umani devono rendere santa con il loro stile di vita, con la giustizia, con il rispetto reciproco. Una terra condivisa, non conquistata.
«Dire che è la Terra Santa di tutti i culti», annota lo storico Henry Laurens, «potrebbe persino permettere un superamento dei conflitti tramite la religione». Anche se oggi, con quello che sta succedendo, la strada per arrivarci appare impraticabile.
Il mito della Grande Israele non nasce nella Bibbia, ma nelle paure e nei sogni della modernità . Netanyahu lo evoca non per fede, ma per sopravvivenza politica. I suoi alleati lo brandiscono come una missione divina. I vicini lo temono come un progetto di espansione. E il Golan ne è già una realtà concreta.
