Černobyl’: memoria di un disastro

by azione azione
8 Aprile 2026

Quarant’anni fa il più grave incidente atomico della storia apriva una stagione di interrogativi e ricerche. Le sue conseguenze segnano ancora pesantemente il presente, anche in Svizzera

A 40 anni dal disastro nucleare di Černobyl’, il più grave incidente atomico della storia, gli effetti della tragedia continuano a pesare sul nostro presente. Da un lato, oggi si conoscono molto di più gli effetti a lungo termine della nube sprigionata il 26 aprile 1986 dal reattore 4 della centrale di Černobyl’, sia per quanto riguarda le zone direttamente colpite (Ucraina, Russia e Bielorussia), sia per quel che concerne le popolazioni, anche lontane come quelle del Nord Italia e della Svizzera, raggiunte dalle particelle radioattive trasportate dalle masse d’aria. Dall’altro lato, la guerra tra Russia e Ucraina fa temere che Putin possa dare ordini di colpire, non tanto l’impianto di Černobyl’ (il quale, sebbene non produca più energia atomica, è stato occupato all’inizio del conflitto dalle armate di Mosca), quanto altre centrali, obiettivi ultrasensibili come quella di Zaporizhzhia, che già nel 2022 ha subito attacchi militari russi con incendi e rischi di contaminazione.

L’emisfero nord, nel 1986, fu massicciamente bersaglio degli elementi radioattivi, principalmente lo Stronzio-90 e gli isotopi del Cesio, il 134 e il 137. È stato calcolato che il disastro fu equivalente, per quantità di sostanze tossiche, a oltre 200 bombe atomiche di Hiroshima. Secondo una stima dell’Onu, l’incidente provocò quattromila vittime e 116 mila sfollati dalla regione circostante. Ma ancora oggi più di 5 milioni di persone vivono nelle aree contaminate, mangiano cibo e bevono acqua avvelenati da scorie ed elementi ionizzanti. Černobyl’ ha minato la fiducia nella tecnologia nucleare, e lo si vide già nel 1987, quando gli italiani, chiamati ad esprimersi in un referendum, votarono per l’abbandono della produzione di questa energia e per la chiusura delle centrali allora esistenti. La ricaduta radioattiva è stata pesante anche in Svizzera, che pure è molto lontana da Černobyl’: morti di cancro, malattie e aumento della mortalità infantile sono le conseguenze. 

Radiazioni ionizzanti

Secondo l’Ufficio federale della sanità pubblica (Ufsp), la dose totale di radiazioni ionizzanti assorbita dalla popolazione elvetica in seguito all’incidente, principalmente attraverso il cibo, è di circa 3500 sievert (circa 0,5 millisievert per persona). Parecchi effetti gravi sulla salute appaiono solo dopo molti anni. A differenza di altri incidenti, le vittime delle radiazioni non sono note individualmente, ma il loro numero può essere stimato con attenti studi epidemiologici. Per esempio, ricerche indipendenti condotte negli ultimi due decenni dimostrano che si devono ipotizzare diverse migliaia di decessi anche in Svizzera.

Già nel 2005 l’Ufficio federale di Berna aveva annunciato che l’incidente di Černobyl’ avrebbe provocato centinaia di casi di cancro. Sulla base delle conoscenze attuali, si deve presumere che almeno 400 persone, nella Confederazione, moriranno di tumore, e che lo stesso numero perirà di attacchi cardiaci e ictus come risultato dell’esposizione a lungo termine alle radiazioni. Altra conseguenza preoccupante è rappresentata dalla crescita della mortalità neonatale, aumentata di oltre il 10% dal 1987. Alcune ricerche mostrano che, dal 1986, più di 3200 gravidanze sono state interrotte, molto probabilmente come risultati di aborti indotti dall’esposizione alle sostanze inquinanti.

Laboratorio cantonale potenziato

Occorre fare di più per prevenire i danni provocati dalla contaminazione. Proprio in Svizzera, in Ticino, dove più alta fu la concentrazione di radiazioni, il Laboratorio cantonale di Bellinzona è stato potenziato diventando uno dei Centri di competenza, a livello nazionale, per la misurazione della radioattività nelle derrate alimentari. Campioni di verdura, carne e altri cibi vengono prelevati, senza preavviso, nelle aziende agricole, nei punti di produzione e di vendita, per essere sottoposti a sofisticati test. Oggi la mostruosa sagoma della centrale di Černobyl’, situata cento chilometri a Nord di Kiev, si staglia ancora come un monito per le future generazioni. La monumentale struttura, dismessa come sito di produzione di energia atomica, tuttavia è ancora aperta. Il megaimpianto è sotto monitoraggio costante, con operazioni di contenimento che continuano, ma i reattori sono stati spenti (l’ultimo, nel 2000). La centrale è stata coperta da un «Nuovo confinamento sicuro», un sarcofago installato per impedire la fuga di emissioni contaminanti.

Dal 2011 è accessibile ai turisti con permessi e guide (un’espressione di quello che viene definito «dark tourism» ovvero una forma di turismo che porta le persone a visitare luoghi segnati da morte, tragedie o sofferenza), ma il sito rimane altamente radioattivo e in gran parte inabitabile, con la presenza di combustibile fuso (corium) che richiede decenni per essere gestito, anche se la situazione è sotto controllo e i percorsi per i visitatori seguono regole rigide e sono sottoposti a molte limitazioni. Ci sono segnali di attività nucleare (processi di fissione in corso misurabili attraverso la crescita di neutroni) in zone non accessibili, sigillate e controllate, come la stanza 305/2. Le aree circostanti sono desertificate e la vicina città fantasma di Pripyat, la più colpita dal disastro, resterà inabitabile per migliaia di anni.