Libia, un Paese incastrato tra il passato e la guerra

by azione azione
8 Aprile 2026

L’assassinio del figlio di Gheddafi riaccende tensioni e paure in una realtà ancora frammentata, in attesa di elezioni

«La Spada dell’Islam s’è spezzata», mi dice Jamal, laconico, quando gli chiedo al telefono un parere sull’assassinio di un altro degli otto figli di Muammar Gheddafi, perpetrato il 3 febbraio scorso. Saif al-Islam, spada dell’islam, appunto. L’ho conosciuto pochi mesi fa a Tripoli, Jamal. È venuto con me a dare un’occhiata in giro per il Paese, procurandomi permessi e lasciapassare ai tanti posti di blocco, affinché i soldati, da fermi e severi sotto i loro turbanti e dietro i mitra, si facessero gentili. Guardando Tripoli non si direbbe che ce ne sia bisogno: è vivace, con il suk pieno di mercanzie, e la gente, verso sera, è per le strade, ti saluta e t’invita a un caffè. Da Tripoli a Bengasi, però, ho dovuto prendere un volo: troppe incognite sulla strada costiera, troppi comandanti.

Saif al-Islam Gheddafi (54 anni) era il secondogenito del rais, l’uomo che ha retto la Libia dal colpo di Stato del 1969 (Rivoluzione di Al-Fatah), che destituì re Idris I, fino al suo linciaggio nell’ottobre 2011. Colto e cosmopolita – studi tra Tripoli e Londra, alla London School of Economics, e negoziati con l’estero – si diceva spesso che fosse destinato a succedergli, nonostante la sua propensione riformista. Nel 2009 il padre arrivò persino a far oscurare il canale televisivo Al-Lībiya, fondato dal figlio, perché propagandava teorie considerate sovversive. Nel momento del bisogno, però, Saif al-Islam non ebbe dubbi: si schierò accanto al genitore a partire dalla Giornata della collera, il 17 febbraio 2011, quando Tripoli invase Piazza verde (oggi Piazza dei martiri) contro il Governo, dando inizio alla fine del regime.

Democrazia, da queste parti, resta parola straniera

Mentre il padre e diversi fratelli muoiono nei mesi della guerra civile, lui riesce a scamparla ma, in quell’ottobre della caduta definitiva del padre e del regime (2011), è catturato durante un tentativo di fuga verso il Niger e rinchiuso in un carcere segreto a Zintan, sul Jebel Nafus, territorio della tribù che fu tra le prime a ribellarsi al rais. Nel frattempo la Libia si spacca. Una rivolta nata sulla scia delle proteste tunisine ed egiziane si trasforma prima in rivoluzione e poi in guerra civile. Da fuori interviene il mondo: Onu e Nato, Francia, Stati Uniti, Regno Unito e, non senza imbarazzo, anche l’Italia. Poi egiziani, sauditi, emiratini. È un tutti contro tutti. La fine di un’epoca. Sono avvenimenti che non possono non ricordare, nella loro sequenza, e anche nella retorica narrativa, i recenti fatti d’Iran: proteste contro il regime autoritario e la crisi economica, e pretesto perfetto per il conseguente intervento violento esterno, con il medesimo scopo (anche se forse non l’unico) di mettere le mani sui pozzi.

Comunque, nel 2012 si tentano elezioni democratiche, ma «democrazia», da queste parti, resta parola straniera. A Tripoli si forma un effimero Congresso nazionale generale, mentre dalle persecuzioni del vecchio regime nascono partiti islamisti radicali. Si svelano i Fratelli musulmani. Poi, nel 2014, entrerà anche l’Isis con la sua versione locale del Califfato. Il territorio è fuori controllo. Il flusso di emigranti sul Mediterraneo aumenta, insieme a sequestri e torture nei campi di raccolta gestiti da organizzazioni sempre più criminali, mentre quello del petrolio – per l’80% in Cirenaica – si riduce. Guerra, distruzione e povertà. Ed ecco che la storica frammentazione regionale riemerge. La Libia, sulle cartine che abbiamo studiato, è infatti un’invenzione coloniale degli anni Trenta, che Gheddafi era riuscito in qualche modo a tenere insieme. Tripolitania e Cirenaica hanno retroterra e tribù diverse: la prima legata a colonie puniche e cartaginesi come Sabratha e Leptis Magna; la seconda a insediamenti greci come Cirene e Berenice (oggi Bengasi). E poi c’è il Fezzan, l’immenso deserto del sud, territorio di tuareg e tebu, con pozzi di petrolio e grandi falde acquifere che, grazie al Grande fiume artificiale voluto da Gheddafi, rifornivano il nord fino all’interruzione del 2020.

Due Governi nemici

Nel 2014 si tengono nuove elezioni. Si forma un Congresso nazionale generale (Parlamento) che però si sposta a Tobruk, nell’estremo oriente della Cirenaica: Est e Ovest hanno ormai due Governi, entrambi con una propria legittimità e sponsor diversi. Nello stesso anno il generale Khalifa Haftar, già compagno d’armi del rais nel 1969 e poi suo nemico, prende il controllo del conflitto. A capo dell’Esercito nazionale libico si afferma come uomo forte della Cirenaica e avvia una guerra contro le milizie jihadiste. Lo sostengono Egitto, Emirati, Arabia Saudita, Francia e Regno Unito, poi anche la Russia. Haftar vince in gran parte della Cirenaica. Le città finiscono in macerie (lo sono ancora), ma nel 2019, il suo tentativo di conquistare Tripoli viene respinto: l’Onu, gli Usa e l’Ue appoggiano infatti il Governo di accordo nazionale guidato da Al-Sarraj. Nel frangente, si aggrega anche la Turchia.

Da allora i turchi, forti del passato ottomano, e in sintonia con la recente riscoperta dell’impero, hanno preso in mano il timone di Tripoli e del Governo di unità nazionale, eletto nel 2021 e guidato da Dbeibeh. Dall’altra parte, accanto a Haftar, hanno preso piede i russi, anche loro più per strategia che per economia, per garantirsi un ruolo nel Mediterraneo e uno scalo verso il Sahel. Forse è proprio nelle elezioni del 2021 la ragione dell’evento da cui sono partito: l’assassinio di Saif al-Islam. In quelle presidenziali in cui lui era uno dei favoriti. Pur ricercato dalla Corte penale internazionale e condannato nel 2015 in contumacia a Tripoli, la condanna non fu mai ratificata da Tobruk e dal 2016 era di fatto libero.

Forse proprio la sua candidatura ha fatto saltare quelle elezioni, mai più indette. Da anni i libici le aspettano. Nonostante le divisioni tribali e il diverso retaggio, oggi tripolitani, cirenaici e genti del deserto si considerano libici e vogliono tornare a esserlo. Vogliono stabilità, pace, dopo quasi quindici anni di guerra. E forse qualcuno temeva il ritorno di ciò che per molti è stato un incubo lungo quarant’anni. Ma se davvero la «Spada dell’Islam» si è spezzata, forse ora si potranno indire le tanto attese libere elezioni. Intanto noi, dall’altra parte del mare, stiamo a guardare, per lo più ignari di quel che ci è successo e ci succede accanto. Fino a quando non ci dicono che la benzina aumenta come accade ora nell’ennesima guerra in Medio Oriente, incerta per strategia e risultato, ma di certo infausta nelle sue ripercussioni sul mercato energetico globale. Nonostante la Libia.