Una metamorfica Fracassi ridà vita alla Kristóf

by azione azione
8 Aprile 2026

Teatro: al Sociale di Bellinzona lo spettacolo "L’analfabeta" mostra la capacità dell’attrice italiana di incarnarepiù personaggi con precisione e misura

Una cortina trasparente e specchiante separa palco e spettatori, come a proteggere ma anche a rendere invalicabile il dolore dell’attrice-personaggio, nell’intensa, multi-sfaccettata messa in scena che ha avuto luogo al Sociale di Bellinzona mercoledì sera, una delle date della tournée che continua a portare in diversi parti di Italia (con tappa anche svizzera, a questo punto) L’analfabeta di Ágota Kristóf, spettacolo che la compagnia Fanny & Alexander ha tratto dall’omonimo libro, pubblicato per i tipi Casagrande – un passaggio quasi naturale dopo il notevole lavoro sulla Trilogia della città di K., capolavoro dell’autrice ungherese, che ha registrato un notevole successo nei teatri italiani ed è stato anche insignito del premio Ubu.

In scena appare subito una intensa, perfettamente calata nella parte Federica Fracassi, quasi irriconoscibile per la potenza del processo di incarnazione e scavo fatto sul personaggio. Ágota veste una tuta di colori tenui, in tessuto grezzo, a segnare le asprezze della sua vita, che emergono anche dal primo piano delle mani, all’opera nella fabbrica di orologi dove era impegnata nella Svizzera francese (si potrebbe scrivere una storia del teatro, ma anche una storia dell’arte, focalizzandosi sulle mani).

La sua lingua è il riflesso di un antico e originario spaesamento, che è prima di tutto linguistico, tale per cui già durante l’infanzia il russo era percepito come lingua nemica. Stessa sorte al tedesco e al francese, la lingua inaccessibile della sua parabola adulta e difficile come immigrata, ma anche la lingua con la quale piano piano familiarizzerà e scriverà i testi che l’hanno portata al successo.

Il lavoro che Fracassi ha fatto sul personaggio è notevole e presenta una somiglianza con la lingua cruda, netta, tagliente che l’autrice ha utilizzato per esprimere i processi di identificazione, disidentificazione, straniamento che caratterizzano le vittime di violenza. È una lingua del trauma quella che troviamo fra le pagine di Kristóf, nei personaggi di Lucas e Klaus, e quella che vediamo in scena, grazie alla mediazione di Chiara Lagani che ha curato il testo e di Luigi de Angelis che si è occupato della regia – perturbante e straniante – della scenografia e delle luci; una lingua che taglia i nessi logici, che fa passaggi veloci, bruschi, che dice in modo secco e torna al silenzio.

L’impegno dell’attrice è stato quindi tutto in direzione della sottrazione e il risultato è che mimare l’accento straniero non sfocia nel macchiettistico – il rischio c’era eccome. Tutto questo sarebbe oltretutto potuto sfociare in una presa eccessivamente fredda, invece il risultato è vibrante. Fracassi non è solo Ágota, ma anche il maestro, la madre, il fratellino, e tutti gli altri personaggi che man mano appaiono sul libro e sullo schermo/tela posto sul lato sinistro del palco, in un dialogo ambiguo e costante sull’identità, sulla domanda «chi sono?» che sostanzia la ricerca di Kristóf e che viene rimessa in scena a teatro, in chiave (anche, non solo) meta-teatrale.

La metamorfosi, o meglio, la capacità di andare a cercare dentro sé stessi tutti i personaggi, è bagaglio fondamentale per un attore e qui Fracassi si dimostra interprete davvero di solida esperienza e di grande talento. Si esce da questo spettacolo portandosi appresso frammenti e punti-luce, insieme al volto dell’attrice costantemente cangiante sulla tela su cui vengono proiettati i primi piani, una galleria di ritratti che si alternano e si sovrappongono. Uno specchio in cui cercare, forse trovare, le radici di chi siamo e non siamo, i mille personaggi che ci abitano, le proiezioni per cui l’altro/a è me, l’ambiguità fra gioia e dolore, il modo in cui il trauma elude continuamente (tornandoci sempre) la scena madre da cui è originato.