La sociologa Barbara Poggio analizza le forme attuali della violenza di genere e propone strumenti per contrastarla
Quando l’attenzione pubblica sul «sistema Epstein» sembra affievolirsi, complice il frastuono delle guerre che monopolizzano le prime pagine, vale la pena tornare sulla vicenda. Ciò che inquieta davvero – ripensandoci – non è solo l’orrore dei fatti in sé, ma la facilità con cui un’immensa rete di potere, denaro, abusi sessuali e violenze ai danni di ragazze, spesso minorenni, ha potuto prosperare nell’impunità più totale per lungo tempo. Sono in molti ad essersi voltati dall’altra parte: un silenzio che, di fatto, è diventato complicità . Come possono meccanismi così distruttivi trovare spazio nelle società che definiamo «avanzate»? Lo abbiamo chiesto a Barbara Poggio, sociologa e docente all’Università di Trento, specializzata in studi di genere, lavoro e disuguaglianze.
«L’intreccio tra genere, potere e vulnerabilità nelle società occidentali restituisce un quadro profondamente ambivalente», osserva. «Da un lato si assiste a un ampliamento dei diritti e della libertà individuale, mentre il tema della parità acquista visibilità ; dall’altro lato persistono gerarchie profonde che, pur essendo meno visibili di un tempo, continuano a tradursi in differenze concrete nelle esperienze di vita tra uomini e donne, nelle opportunità effettivamente accessibili». Queste differenze non sono dovute a una fragilità «naturale» delle donne – continua Poggio – ma al fatto che spesso queste si trovano in posizioni meno riconosciute e sono più esposte a pressioni, ricatti o forme di sfruttamento. «Quando il potere sconfina nella prevaricazione si riattivano rapporti sociali che legittimano alcuni a occupare più spazio, decidere, oltrepassare confini e imporre la propria volontà ».
Il ruolo decisivo dei social media
La dinamica descritta non cancella però un dato importante: più donne riescono ad emergere anche in campi considerati tradizionalmente territorio maschile. Basti pensare a figure come Christine Lagarde, oggi alla guida della BCE, o Kristalina Georgieva, che dirige il FMI. Ciò non toglie che devono superare ostacoli di non poco conto. «I meccanismi che riproducono la distribuzione asimmetrica del potere tra i generi sono molteplici e operano su diversi livelli», osserva la nostra interlocutrice. «Si parte dalla socializzazione: dal modo peculiare in cui vengono cresciuti/e bambini e bambine, dalle diverse aspettative che le famiglie hanno nei loro confronti, dai percorsi scolastici che talvolta contribuiscono a consolidare le disparità ».
Un ruolo decisivo, sottolinea in seguito Poggio, è svolto dai media: tradizionali, come televisione e radio, ma soprattutto dai social che hanno una natura profondamente ambivalente (possono ampliare lo spazio pubblico e la libertà di espressione ma anche distorcerli e manipolarli) e polarizzante (non si limitano a ospitare opinioni diverse, spesso le amplificano e le estremizzano). «I social non solo riproducono modelli tradizionali ma talvolta generano vere e proprie dinamiche di violenza. Pensiamo all’hate speech (linguaggio pieno d’odio): molte ricerche mostrano che è rivolto soprattutto alle donne, in particolare a quelle che prendono parola nello spazio pubblico».
Anche nel mondo del lavoro bias e stereotipi sono duri a morire. Ad esempio le donne vengono considerate meno adatte ai ruoli tecnici o di leadership, e questo le penalizza nel reclutamento e nelle promozioni. La maternità viene vista come un limite, così molte vengono escluse da incarichi di responsabilità «perché potrebbero avere meno tempo» o «avere la testa altrove».
Un’altra questione – afferma la sociologa – riguarda la rappresentazione del potere, ancora fortemente legata a modelli di autorevolezza, decisionismo, ambizione e aggressività associati dalla notte dei tempi al maschile. Pensiamo ai tavoli dove si assumono decisioni sulle guerre… A questo punto una precisazione va fatta: non tutti gli uomini condividono visioni retrograde e non tutte le donne sono attente a questi temi: alcune, pur arrivando in posizioni di potere come espressione di una volontà politica di cambiamento, finiscono per riprodurre gli stessi modelli, diventandone paradossalmente una legittimazione. «Più che contrapporre donne e uomini in astratto, bisognerebbe interrogare i modelli di maschilità e femminilità che una società incoraggia, legittima o premia», specifica Poggio.
Il ruolo delle reti di cooptazione
«Altri meccanismi che perpetuano le disparità sono le reti informali, le reti di cooptazione. Il caso Epstein evidenzia come il potere possa circolare attraverso reti maschili che intrecciano dinamiche di dominio e dimensioni sessuali, eludono le regole fondamentali e si tutelano dall’interno». Perché comportamenti così gravi possano realizzarsi e persistere, devono esserci complicità , convenienze, silenzi, opacità . Serve un sistema di soggetti ricattabili o che traggano vantaggi tali da permettere a quel modello di funzionare nel tempo.
Si tratta di un fallimento istituzionale, sottolinea Poggio: le istituzioni proteggono più le reputazioni che le persone. Ed è anche un fallimento culturale: si fatica a credere alle vittime, soprattutto se giovani e poco note, mentre si attribuisce ai potenti una sorta di intoccabilità . «A tutto questo si aggiunge la dimensione economica: la dipendenza materiale. Epstein garantiva alle sue vittime benefit concreti, che le rendevano più vulnerabili. C’è poi la dipendenza simbolica: l’accesso a risorse e ambienti privilegiati, un capitale di relazioni che rendeva ancora più difficile denunciare». Un gran buco nero insomma.
Ma i fenomeni preoccupanti sottolineati dall’intervistata non si esauriscono nel circuito di potere e violenza emerso nel caso Epstein. Poggio richiama infatti un’altra dinamica sempre più visibile negli ultimi anni: «Quando le cose iniziano a cambiare, quando le persone denunciano e dicono no alla violenza, emerge una reazione di contrattacco. È una reazione aggressiva, che nega l’esistenza stessa del problema. Le reti della manosfera (comunità online maschili che amplificano contenuti antifemministi e misogini) si inseriscono proprio in questo tentativo di riportare indietro le lancette, alimentato anche dalle tensioni del periodo storico: pandemia, guerre, frustrazione diffusa». È ciò che viene definito backlash: la spinta a ristabilire l’ordine precedente proprio quando l’uguaglianza avanza. Esempio di questo clima di rivalsa e negazione estrema: i gruppi social che si richiamano a Filippo Turetta, il ragazzo che ha ammazzato la sua ex fidanzata Giulia Cecchettin nel 2023. Uno dei tanti femminicidi che si consumano in Italia – oltre un centinaio ogni anno – e che non risparmiano la Svizzera. I dati relativi alla criminalità 2025, pubblicati dall’Ufficio federale di statistica settimana scorsa, parlano di 19 femminicidi all’interno di relazioni di coppia o tra ex partner, e di altri 30 tentati.
Le vie di uscita possibili
Ma quali sono gli strumenti che possono aiutarci a smantellare questi circoli viziosi? Come educare ragazze e ragazzi a un rapporto più equilibrato con il potere? «Le strade possibili, se ci fosse la volontà politica, sono molte», dice Poggio. «Non bisogna intervenire solo quando la vicenda arriva alle cronache, ma occorre prevenire: lavorare sull’educazione, sul rispetto dei confini, sul valore della diversità e della reciprocità . Serve mettere in discussione i modelli di maschilità fondati su controllo, invulnerabilità e impunità , e allo stesso tempo rimettere in discussione i modelli tradizionali di femminilità legati alla subalternità , al non prendere voce, al restare un passo indietro. Bisogna insegnare a ragazzi e ragazze a riconoscere le asimmetrie, i modelli problematici veicolati dai media. E non mancano segnali incoraggianti: esiste un linguaggio per nominare dinamiche prima invisibili, c’è una maggiore attenzione pubblica e le giovani generazioni mostrano, generalmente, una sensibilità più forte al tema. Il percorso verso la parità però non è lineare, procede tra avanzamenti e arretramenti. Ma almeno il silenzio è stato rotto. E i social, pur con molte criticità , possono anche diventare strumenti per informarsi, confrontarsi e segnalare abusi: usiamoli con criterio».
